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ISAAC NEWTON
(1642 - 1727)

La vita e le opere
Isaac Newton nacque nel 1642, il giorno di Natale, a Woolsthorpe nei pressi del
villaggio di Colsterworth, nel Lincolnshire.
Nel 1661, dopo una adolescenza non molto concludente, entrò nel Trinity College
di Cambridge. Qui venne incoraggiato dal suo professore di matematica Isaac
Barrow (1630-1677), il quale, da parte sua, fu autore di influenti Lectiones
mathematicae e di altri scritti sulla matematica greca. Barrow si era reso conto
del forte ingegno del discepolo, il quale, in un tempo abbastanza breve, si era
impadronito di tutte le parti essenziali della matematica dell'epoca.
Nel periodo che risale alla fine dei suoi studi, Newton era ormai pervenuto al «calcolo
delle flussioni», vale a dire al calcolo infinitesimale e lo usava nella
soluzione di alcuni problemi di geometria analitica. Passò il quaderno dei suoi
appunti a Barrow e a pochi altri amici perché lo leggessero.
Intanto, nel 1665-1666, a motivo della peste, Newton, al pari di molti
professori e studenti, lasciò Cambridge. Tornò a Woolsthorpe, a meditare nella
piccola casa di pietra isolata in una vasta campagna. Questo - scrive Edward N.
Da Costa Andrade -, nonostante le straordinarie realizzazioni degli anni
successivi, fu forse il periodo più fecondo della vita di Newton, il quale,
negli anni della vecchiaia, così ricordava il suo straordinario lavoro a
Woolsthorpe: «Tutto ciò avveniva nei due anni della peste, nel 1665 e nel 1666,
giacché in quei tempi ero nel fiore dell'età creativa e curavo la matematica e
la filosofia più di quanto non abbia mai fatto in seguito». (La «filosofia» o «filosofia
naturale» di Newton è quella che noi oggi chiamiamo «fisica».)
Difatti, fu a Woolsthorpe che Newton ebbe per la prima volta l'idea della
gravitazione universale. È noto il racconto (che la nipote di Newton narrò a
Voltaire, che poi lo diffuse) secondo cui tale idea gli sarebbe venuta meditando
sulla caduta di una mela da un albero sotto cui stava riposando. Nel frattempo
approfondì problemi di ottica, e proseguì questi studi anche dopo il suo ritorno
a Cambridge. Avendo acquistato una grossa abilità nella politura degli specchi
metallici, e dato che erano noti i difetti del telescopio di Galilei, Newton
costruì un telescopio a riflessione.
Nel 1669, Barrow passò alla cattedra di teologia, e cedette la cattedra di
matematica al giovane Newton. Costui compì i suoi esperimenti sulla
scomposizione della luce bianca attraverso un prisma. Presentò la relativa
memoria alla Royal Society nel 1672; tale memoria, dal titolo Nuova teoria
intorno alla luce e ai colori, venne pubblicata nelle Philosophical Transactions
della stessa Royal Society. In questo lavoro - come anche in uno successivo del
1675 - Newton formulava l'ardita teoria della natura corpuscolare della luce,
stando alla quale i fenomeni luminosi trovavano la loro spiegazione
nell'emissione di particelle di differente grandezza: le più piccole di tali
particelle darebbero origine al viola e le più grosse al rosso. Siffatte idee «provocarono,
(anche da parte di molto infastiditi filosofi dogmatici i quali non seppero
vedervi altro che un'opinione filosofica) una tempesta di polemiche che
disgustarono Newton, il quale invano insisté nell'invito a non volervi scorgere
una nuova metafisica della luce, bensì soltanto un'ipotesi (un "modello", come
si direbbe oggi) avente lo scopo di interpretare e sistemare una serie di fatti
sperimentali» (Giulio Preti).
La teoria corpuscolare della luce entrava in
effetti in competizione con la teoria ondulatoria, proposta dal fisico olandese,
il cartesiano Christian Huygens (1629-1695), nel suo Traité de la lumière.
Irritato e disgustato da tali polemiche, Newton non pubblicò la sua Ottica se
non nel 1704. In ogni caso, il suo lavoro di ottica gli aveva fruttato la nomina
a membro della Royal Society (1672).
Nel 1671, il francese Jean Picard (1620-1682) aveva effettuato ottime misure
delle dimensioni della Terra; e nel 1679 Newton venne appunto a conoscenza della
misura del diametro della Terra calcolato da Picard. Riprese le sue note sulla
gravitazione; rifece i calcoli (che a Woolsthorpe non tornavano), e questa volta
- con la nuova misura di Picard - i calcoli tornavano, per cui l'idea di
gravitazione diventava in tal modo teoria scientifica. Tuttavia, ancora sotto
l'impressione delle precedenti aspre polemiche, egli non pubblicò i suoi
risultati. Proseguiva le sue lezioni di ottica, pubblicate nel 1729 sotto il
titolo di Lectiones Opticae; e quelle di algebra, che apparvero nel 1707 con il
titolo di Arithmetica Universalis.
Agli inizi del 1684 il grande astronomo Edmond Halley (1656-1742) si incontrò
con sir Christopher Wren (1632-1723) e con Robert Hooke (1635-1703) per discutere
la questione dei moti planetari. Hooke affermò che le leggi dei moti dei corpi
celesti seguivano la legge della forza inversamente proporzionale al quadrato
della distanza. Wren diede a Hooke due mesi di tempo per formulare la
dimostrazione della legge. Ma Hooke lasciò
cadere questo impegno. Ebbene, nel mese di agosto, Halley si recò a Cambridge
per sentire l'opinione di Newton. Alla domanda di Halley su quale sarebbe stata
l'orbita di un pianeta attratto dal Sole con una forza gravitazionale
inversamente proporzionale al quadrato della distanza, Newton rispose:
un'«ellisse». Pieno di gioia, Halley chiese a Newton come facesse a sapere
questa cosa. E Newton replicò che la sapeva perché aveva fatto i relativi
calcoli. Halley allora chiese di vedere questi calcoli, ma Newton, non riuscendo
a trovarli, gli promise che glieli avrebbe mandati. E così fu. In aggiunta
scrisse un volumetto, il De Motu Corporum, che inviò pure ad Halley. Questi si
rese subito conto della grandezza del lavoro di Newton e lo convinse a scrivere
un trattato che rendesse pubbliche le sue scoperte.
Fu così che nacque quello che è considerato il più grande capolavoro della
storia della scienza, e cioè i Philosophiae naturalis principia mathematica.
Newton si mise al lavoro nel 1685. Il manoscritto del primo libro venne inviato
nel mese di aprile del 1686 alla Royal Society nei cui verbali troviamo, in data
28 aprile, la seguente annotazione:
Il dottor Vincent ha presentato alla Società il manoscritto di un trattato dal
titolo Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, che il signor Isaac Newton
dedica alla Società, e nel quale si offre una dimostrazione matematica
dell'ipotesi copernicana come proposta da Keplero, spiegando tutti i fenomeni
dei moti celesti per mezzo dell'unica ipotesi di una gravitazione verso il
centro del Sole decrescente secondo l'inverso dei quadrati delle distanze da
esso.
Successivamente, vennero stesi il secondo e il terzo libro. Lo stesso Halley si
incaricò della pubblicazione del lavoro. A questo punto, però, scoppiò una
grossa controversia con Hooke, il quale reclamava la priorità della scoperta
della legge della forza inversamente proporzionale al quadrato della distanza.
Newton si offese terribilmente; minacciò di non far stampare il terzo libro
dell'opera, quello riguardante il sistema del mondo. Poi la contesa si placò e
Newton inserì nel lavoro una nota in cui si dà atto che la legge dell'inverso
del quadrato era stata già proposta da Wren, Hooke e Halley.
I Principia apparvero nel 1687. Due anni dopo, Newton venne nominato deputato in
rappresentanza dell'Università di Cambridge, e in questo periodo conobbe John
Locke, col quale strinse una sincera e solida amicizia. Proseguì i suoi studi
sul calcolo infinitesimale, pubblicandone una parte nel 1692. Si interessò
intensamente di chimica, «partendo dal punto in cui l'aveva lasciata il Boyle e
riprendendone anche i concetti: ma un incendio gli distrusse il laboratorio e
moltissimi appunti: Newton, che già doveva soffrire di un notevole esaurimento,
ebbe una grande crisi di nevrosi rasentante la follia (1692-1694): né mai guarì
del tutto. Da questo momento la storia dello scienziato Newton è praticamente
finita» (G. Preti). Pubblicò le opere inedite e perfezionò e ripubblicò quelle
edite. Ma, intanto, iniziò la sua prestigiosa carriera pubblica. Nel 1696 venne
fatto direttore della Zecca; tre anni dopo ne divenne governatore. Svolse questo
suo lavoro con forte impegno e si acquistò con esso delle vere e proprie
benemerenze nazionali. Nel 1703 fu eletto presidente della Royal Society. Nel
1704 pubblicò l'Ottica, nel 1713 la seconda edizione dei Principia, nel 1717 la
seconda edizione dell'Ottica.
Nel febbraio del 1727 da Kensington (dove egli abitava e che allora era un
villaggio vicino a Londra, mentre ora è parte integrante dell'agglomerato urbano),
Newton si recò a Londra per presiedere una seduta alla Royal Society. Tornato a
Kensington si sentì molto male. Non riuscì a superare la crisi e morì il 20
marzo del 1727.
Fu sepolto nell'Abbazia di Westminster. Al suo funerale assistette anche
Voltaire, il quale contribuì
in maniera rilevante a far conoscere il pensiero di Newton in Francia.
Il fondamentale significato filosofico dell'opera di Newton
Galileo morì l'8 gennaio del 1642. Nello stesso 1642, il giorno di Natale,
nacque Isaac Newton. Newton è stato lo scienziato che ha portato a compimento la
rivoluzione scientifica, e con il suo sistema del mondo prende volto la fisica
classica. Ma non sono solo le sue scoperte astronomiche o quelle ottiche o
magari quelle matematiche (inventò, indipendentemente da Leibniz, il calcolo
differenziale e integrale) a meritargli un posto in una storia delle idee
filosofiche. Newton fu infatti preoccupato da pressanti questioni teologiche e
teorizzò una precisa teoria metodologica.
Ma la cosa forse più importante, nel nostro caso, è che senza una adeguata
comprensione del pensiero di Newton ci proibiremmo di capire a fondo sia gran
parte dell'Empirismo inglese, sia l'Illuminismo soprattutto quello francese, sia
lo stesso Kant.
In realtà, la «ragione» degli Empiristi inglesi,
limitata e controllata dall'«esperienza» per cui non è più libera di muoversi a
piacere nel mondo delle essenze, è proprio la «ragione» di Newton.
D'altro canto, il soggiorno che Voltaire fece in Inghilterra riuscì a
trasformargli in maniera significativa le idee. Il filosofo francese, che sarà
il pensatore più emblematico dell'Illuminismo, «vide che là i borghesi potevano
aspirare a ogni dignità, che la libertà non creava incompatibilità con l'ordine,
che la religione tollerava la
filosofia [...]. La lettura di Locke lo provvise di una filosofia, quella di
Swift di un modello, quella di Newton di una dottrina scientifica» (André
Maurois).
La «ragione» degli illuministi è quella dell'empirista Locke, e la «ragione»
lockiana trova il suo paradigma nella scienza di Boyle e nella fisica di Newton:
quest'ultima non si perde in ipotesi sulla natura intima o essenza dei fenomeni,
ma, reiteratamente controllata dall'esperienza, cerca e mette alla prova le
leggi del loro funzionamento.
Né, infine, dobbiamo dimenticare che la «scienza» di cui parla Kant è la scienza
di Newton, e che la commozione kantiana davanti ai «cieli stellati» è la
commozione di fronte all'ordine dell'universo, orologio di Newton; Kant, scrive
Karl Popper, credette che compito del filosofo fosse quello di spiegare
l'unicità e la verità della teoria di Newton. Senza una comprensione
dell'immagine della scienza newtoniana è davvero impossibile comprendere la
Critica della ragion pura di Kant.
Il libro più famoso di Newton è costituito dai Philosophiae naturalis principia
mathematica, apparso in prima edizione nel 1687. «La pubblicazione dei Principia
[...] fu uno degli avvenimenti più importanti di tutta la storia della fisica.
Questo libro può essere considerato il culmine di migliaia di anni di sforzi per
comprendere la dinamica dell'universo, i principi della forza e del moto, e la
fisica dei corpi in moto in mezzi diversi» (I. Bernard Cohen).
E «nella misura in cui la continuità dello sviluppo del pensiero ci permette di
parlare di una conclusione e di un nuovo punto di partenza, possiamo dire che
con Isaac Newton finiva un periodo nell'atteggiamento dei filosofi verso la
natura e ne cominciava uno nuovo. Nella sua opera la scienza classica [...]
raggiunse un'esistenza indipendente, e d'allora in poi cominciò a esercitare
tutta la sua influenza sulla società umana. Se qualcuno dovesse assumersi il
compito di descrivere quest'influenza nelle sue numerose ramificazioni [...]
Newton potrebbe costituire il punto di partenza: tutto quello che è stato fatto
prima era soltanto un'introduzione» (Eduard J. Dijksterhuis).
Le regole del filosofare e l'ontologia che esse presuppongono
All'inizio del Libro III dei Principia, Newton stabilisce quattro «regole del
ragionamento filosofico». Si tratta certamente di regole metodologiche, relative
al come della ricerca. Ma, poiché le regole esplicitanti il come dobbiamo
cercare presuppongono sempre il che cosa cerchiamo, le regole stabilite da
Newton hanno per presupposto certi assunti di ordine metafisico sulla natura e
sulla struttura dell'universo. Enunciamo e discutiamo queste quattro regole:
REGOLA I. Non dobbiamo ammettere più cause delle cose naturali di quelle che
sono sia vere che sufficienti a spiegare
le loro apparenze.
La prima regola metodologica è un principio di parsimonia nell'uso delle ipotesi,
una specie di rasoio di Ockham riguardante le teorie esplicative. Ma perché
dobbiamo prefiggerci il raggiungimento di teorie semplici; perché, insomma, non
dobbiamo complicare l'apparato ipotetico delle nostre spiegazioni? La risposta
di Newton è:
La natura non fa niente invano, e con molte cose si fa invano quel che si può
fare con poche; la natura, infatti, ama la semplicità e non sovrabbonda di cause
superflue.
Questo è, appunto, il postulato ontologico della semplicità della natura, che
sottende la prima regola metodologica di Newton, alla quale è strettamente
interrelata la seconda.
REGOLA II. Perciò agli stessi effetti noi dobbiamo, per quanto possibile,
assegnare le stesse cause. Come alla respirazione nell'uomo e nella bestia; alla
caduta delle pietre in Europa e in America; alla luce del nostro fuoco da cucina
e del sole; alla riflessione della luce sulla Terra e sui pianeti.
Qui abbiamo un altro postulato ontologico: l'uniformità della natura. Nessuno
può controllare la riflessione della luce sui pianeti; ma in base al fatto che
la natura si comporta uniformemente sulla Terra e sui pianeti, ci è possibile
dire come anche la luce si comporti sui pianeti.
REGOLA III. Le qualità dei corpi, che non ammettono né aumento né diminuzione di
grado, e che si trovano appartenere a tutti i corpi all'interno dell'ambito dei
nostri esperimenti, debbono essere ritenute qualità universali di tutti i corpi.
Tale regola presuppone anch'essa il principio ontologico dell'uniformità della
natura.
La natura è semplice e uniforme. Sono questi i due pilastri metafisici
che sorreggono la metodologia di Newton. E, una volta fissati tali presupposti,
Newton passa a stabilire alcune qualità fondamentali dei corpi, come
l'estensione, la durezza, l'impenetrabilità, il movimento. A stabilire queste
qualità ci arriviamo per mezzo dei nostri sensi.
Si tratta del corpuscolarismo. A questo punto, tuttavia, Newton non poteva
evitare una grossa questione: i corpuscoli di cui son fatti i corpi materiali
sono ulteriormente divisibili o no? Dal punto di vista matematico una parte è
sempre divisibile, ma questo vale anche fisicamente? Ecco l'argomentazione di
Newton in proposito:
Che le particelle dei corpi divise ma contigue possano essere separate le une
dalle altre è questione di osservazione;
e nelle particelle che rimangono indivise, le nostre menti sono
in grado di distinguere parti ancor più piccole, come si
dimostra in matematica. Ma non ci è possibile determinare
con certezza se le parti così distinte e non ancora divise possono venir
effettivamente divise e separate l'una dall'altra per mezzo dei poteri della
natura. Tuttavia, se anche da un unico
esperimento avessimo la prova che una qualsiasi particella non divisa, rompendo
un corpo solido e duro, subisce una divisione, noi potremmo concludere in virtù,
di questa regola che
le particelle non divise come pure quelle divise possono venir divise ed
effettivamente separate all'infinito.
A una sicurezza matematica corrisponde dunque, per quanto riguarda la
divisibilità all'infinito delle particelle, una incertezza fattuale. Incertezza
che però non si dà invece relativamente alla forza di gravitazione:
Se è universalmente evidente, dagli esperimenti e dalle osservazioni
astronomiche, che tutti i corpi
attorno alla Terra gravitano
verso di essa, e ciò in proporzione alla quantità di materia che ognuno di essi
singolarmente contiene; che similmente la Luna gravita verso la Terra, in
proporzione alla quantità della sua materia; che, d'altra parte, il nostro mare
gravita verso la Luna; e che tutti i pianeti gravitano l'uno verso l'altro; e
che le comete in ugual maniera gravitano verso il sole; allora, in conseguenza
di questa regola, dobbiamo ammettere universalmente che tutti i corpi sono
dotati di un principio di reciproca gravitazione.
Per questo, l'argomento ricavato dai fenomeni conclude
con maggior forza per la gravitazione universale di tutti i corpi di quanto non
accada per la loro impenetrabilità, per la quale non abbiamo nessun esperimento
e nessuna maniera
di osservazione effettuabili sui corpi celesti. E io non affermo che la gravità
è essenziale ai corpi: con il termine vis insita intendo unicamente la loro
forza di inerzia. Questa è immutabile. La loro gravità diminuisce in rapporto al
loro allontanarsi dalla Terra.
La natura è semplice e uniforme. E a partire dai sensi, cioè dalle osservazioni
e dagli esperimenti, si possono stabilire alcune delle proprietà fondamentali
dei corpi: estensione, durezza, impenetrabilità, mobilità, forza di inerzia del
tutto, e la gravitazione universale. Queste qualità si stabiliscono a partire,
appunto, dai sensi, vale a dire induttivamente, cioè ancora attraverso quella
che, per Newton, è l'unica procedura valida per ottenere e fondare le
proposizioni della scienza: il metodo induttivo. Siamo con ciò alla quarta
regola.
REGOLA IV. Nella filosofia sperimentale le proposizioni Inferite per induzione
generale dai fenomeni debbono essere considerate come strettamente vere o come
vicinissime alla verità, nonostante le ipotesi contrarie che possono essere
immaginate, fino a quando si verifichino altri fenomeni dai quali o esse sono
rese più esatte oppure vengono assoggettate a eccezioni.
L'ordine del mondo e l'esistenza di Dio
Le «regole del filosofare» sono poste all'inizio del terzo libro dei Principia.
E alla fine dello stesso libro troviamo quello Scholium generale, dove Newton
lega gli esiti delle sue indagini scientifiche a considerazioni di ordine
filosofico-teologico. Il sistema del mondo è una grande macchina. E le leggi di
funzionamento dei vari pezzi di tale macchina sono rinvenibili induttivamente
attraverso l'osservazione e l'esperimento.
Ma ecco un ulteriore e importante quesito di natura filosofica: da dove ha
origine questo sistema del mondo, questo mondo ordinato e legalizzato? Newton
risponde:
Questo estremamente meraviglioso sistema del Sole, dei pianeti e delle comete potette solo originarsi dal progetto
e dalla potenza di un Essere
intelligente e potente. E se le stelle
fisse sono centri di altri analoghi sistemi, tutti questi, dato che sono stati
formati dall'identico progetto, debbono essere soggetti al dominio dell'Uno;
soprattutto dal momento che la luce delle stelle fisse è della medesima natura
della luce del Sole
e che la luce passa da ogni sistema a tutti gli altri sistemi: e perché i
sistemi delle stelle fisse non cadano a motivo della loro gravità, gli uni sugli
altri, egli pose questi sistemi a distanza immensa tra di loro.
L'ordine dell'universo rivela quindi il progetto di un Essere intelligente e
potente, un Dio che governa ogni cosa e al quale spettano in sommo grado di
perfezione gli attributi dell'eternità e dell'infinità, dell'onnipotenza e
dell'onniscienza:
[Questo Essere intelligente] governa tutte le cose, non come
anima del Mondo, ma come
signore di tutto; e in base
al suo dominio suole essere chiamato Signore Dio pantokràtor o reggitore
universale [...]. Il sommo Iddio è un essere eterno, infinito, assolutamente
perfetto; ma un essere, comunque perfetto, senza dominio non può esser detto
Signore Iddio [...].
E dal suo vero dominio segue che il vero Iddio è un Essere vivente, intelligente
e potente; e dalle sue altre perfezioni che Egli è supremo e perfettissimo. Egli
è eterno e infinito, onnipotente e onnisciente».
L'ordine del mondo mostra con tutta evidenza l'esistenza di un Dio sommamente
intelligente e potente. Ma cos'altro, oltre la sua esistenza, noi possiamo
asserire su Dio?
Come il cieco non ha nessuna idea dei colori, così noi
non abbiamo nessuna idea del modo in cui Dio sapientissimo percepisce e capisce
tutte le cose. Egli è completamente privo di corpo e di figura corporea, per cui
non può essere né visto, né udito, né toccato; né deve essere adorato
sotto la rappresentazione di qualche cosa di corporale.
Delle cose naturali, dice Newton, noi conosciamo quello che possiamo constatare
con i nostri sensi: figure e colori, superfici, odori, sapori ecc.; ma nessuno
di noi conosce «cosa sia la sostanza di una cosa». E se questo vale per il mondo
naturale, vale assai di più quando vogliamo parlare di Dio: «molto meno abbiamo
un'idea della sostanza di Dio». Quel che possiamo dire di Dio è che egli esiste,
è sommamente intelligente e perfetto. E questo lo possiamo dire a partire dalla
constatazione dell'ordine del mondo:
È compito della filosofia naturale parlarne [= di Dio] partendo dai fenomeni.
L'esistenza di Dio può dunque essere provata dalla filosofia naturale a partire
dall'ordine dei cieli stellati. Tuttavia, gli interessi teologici di Newton
furono molto più estesi di quanto potrebbero far pensare i brani sopra riportati
dallo Scholium generale. Tra i libri che Newton lasciò ai suoi eredi troviamo le
opere dei Padri della Chiesa, una dozzina di copie diverse della Bibbia e
parecchi altri libri di argomento religioso.
Dopo aver terminato i Principia, Newton si occupò a fondo delle Sacre Scritture,
e nel 1691 fu impegnato in una corrispondenza con John Locke in cui, tra le
altre cose, discuteva delle profezie di Daniele. E dopo la sua morte venne
pubblicato un Resoconto storico di due notevoli corruzioni delle Scritture. E
vennero anche pubblicate le Osservazioni sulle profezie di Daniele e sulla
Apocalisse di san
Giovanni. Quest'ultimo lavoro gli costò molta fatica. Con esso, egli «si
sforzava di collegare le profezie agli eventi storici che li seguirono; per
esempio, la bestia citata da Daniele ha dieci corna, in mezzo alle quali spunta
un corno più piccolo. Newton identificò queste corna con i vari regni, e decise
che il corno più piccolo era la chiesa cattolica. Nei suoi accurati riferimenti
ai primi tempi della storia della Chiesa dà prova di profonda erudizione» (E. N.
Da Costa Andrade).
Il significato della sentenza metodologica: hypotheses non fingo
Il mondo è ordinato. E «per la sapientissima e ottima struttura delle cose per
le cause finali» noi siamo legittimati ad affermare l'esistenza di un Dio
ordinatore, onnisciente e onnipotente. Ebbene, scrive Newton verso la fine dello
Scholium generale:
Finora abbiamo spiegato i fenomeni del cielo e del nostro mare attraverso
il ricorso alla forza di gravità,
ma non abbiamo ancora stabilito la causa della gravità. È certo che essa origina
da una causa che penetra fino al centro del Sole e dei pianeti, senza che
subisca la minima diminuzione della sua forza; che opera non in rapporto alla
quantità
delle superfici delle particelle sulle quali agisce (come sogliono fare le cause
meccaniche); ma in rapporto alla quantità di materia solida che esse contengono,
e la sua azione si estende per tutte le parti a distanze immense, decrescendo
sempre in ragione inversa al quadrato delle distanze. La gravitazione verso il
Sole è composta dalle gravitazioni verso le singole particelle di cui è fatto il
corpo del Sole; e allontanandosi dal Sole, decresce esattamente in ragione
inversa del quadrato delle distanze fino all'orbita di Saturno, come appare
chiaramente dalla quiete dell'afelio dei pianeti e fino agli ultimi afelii delle
comete, se pure questi afelii sono in quiete.
La forza di gravità, dunque, esiste. È l'osservazione che ce la attesta. Ma,
volendo andare ancora più in profondità, la domanda che non può essere evitata è
la seguente: e qual è mai la ragione o la causa o, se vogliamo, l'essenza della
gravità? Newton risponde:
In verità non sono ancora riuscito a dedurre dai fenomeni la ragione di queste proprietà della gravità, e non invento ipotesi.
Hypotheses non fingo: è questa la famosa e nota sentenza metodologica di Newton,
tradizionalmente citata come inderogabile richiamo ai fatti, come decisa e
motivata condanna delle ipotesi o congetture, come prova della validità del
metodo induttivo. Tuttavia, è chiaro a ognuno che anche Newton ha formulato
ipotesi; ed egli è noto e la sua grandezza è sconfinata non perché vide una mela
cadere. Newton è noto e grande perché formulò ipotesi e le provò, ipotesi che
spiegano perché la mela cade a terra e perché la Luna non rovina sulla Terra,
perché le comete gravitano verso il Sole e perché si danno le maree. Ma allora,
se le cose stanno così, cosa intendeva Newton con «ipotesi» quando diceva di
«non inventare ipotesi»? Ecco la sua risposta:
Non invento ipotesi; e infatti tutto ciò che non si deduce
dai fenomeni, deve essere
chiamato ipotesi; e le ipotesi,
sia metafisiche sia fisiche, sia di qualità occulte sia meccaniche, non hanno
nessun posto nella filosofia sperimentale.
In tale filosofia proposizioni particolari sono dedotte
dai fenomeni, e successivamente rese generali per induzione.
Fu così che furono scoperte l'impenetrabilità, la mobilità e la forza dei corpi,
le leggi del moto e di gravitazione. E per noi è sufficiente che la gravità
esista di fatto e agisca secondo le leggi che abbiamo esposto, e sia in grado di
rendere ampliamente conto di tutti i movimenti dei corpi celesti e del nostro
mare.
La gravità esiste di fatto; essa spiega i moti dei corpi; serve a prevederne le
posizioni future. Questo è quanto basta al fisico. Quale sia
la causa della gravità è una questione la cui risposta esula dall'ambito
dell'osservazione e dell'esperimento, e che pertanto sfugge alla «filosofia
sperimentale». E Newton non vuol perdersi in congetture metafisiche
incontrollabili. Questo è il senso della sua espressione: hypotheses non fingo.
La grande macchina del mondo:
le tre leggi del moto e la legge di gravità
I Principia rappresentano, sia per quanto concerne il metodo sia per i contenuti,
il compimento di quella rivoluzione scientifica che, iniziata da Copernico,
aveva trovato in Keplero e Galileo due dei rappresentanti più geniali e
prestigiosi. Newton — come suggerisce Alexandre Koyré — raccoglie e plasma in un
tutto organico e coerente l'eredità di Cartesio e Galilei, e simultaneamente
quella di Bacone e di Boyle; difatti, come per Boyle così anche per Newton «il
libro della natura è scritto in caratteri e termini corpuscolari, tuttavia,
proprio come per Galileo e Descartes, è una sintassi puramente matematica quella
che lega insieme quei corpuscoli dando così un significato al testo del libro
della natura».
In sostanza, le lettere dell'alfabeto con cui è scritto il libro della natura
sono un infinito numero di particelle, i cui movimenti sono regolati da una
sintassi costituita dalle leggi del moto e da quella della gravitazione
universale. Ed ecco, di seguito, le tre leggi newtoniane del moto, che
rappresentano l'enunciazione classica dei principi della dinamica.
1 La prima legge è la legge di inerzia, sulla quale aveva lavorato Galileo e che
Cartesio aveva formulato con tutta esattezza, e afferma:
Ogni corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, a
meno che non sia costretto a mutare quello stato da forze impresse su di esso.
Newton esemplifica così questo fondamentale principio:
I proiettili perseverano nei loro movimenti, fintanto che essi
non vengono ritardati dalla resistenza dell'aria o non siano tirati verso il
basso dalla forza di gravità. Una trottola non cessa di rotare, se non per il
motivo che viene ritardata dalla resistenza dell'aria. I corpi più grandi dei
pianeti e delle comete, avendo luogo in spazi più liberi e con meno resistenza,
preservano i loro movimenti progressivi e insieme circolari per un tempo molto
più lungo.
2 La seconda legge, già formulata da Galileo, dice:
Il cambiamento di moto è proporzionale alla forza motrice impressa; e avviene
sulla direzione della linea retta secondo la quale la forza è stata impressa.
Alla formulazione della legge, Newton fa seguire considerazioni come queste:
Se una determinata forza genera un movimento, una forza doppia genererà un moto
doppio, una forza tripla un moto triplo, sia se quella forza sia stata impressa
tutta insieme e di colpo, sia gradualmente e successivamente. E questo movimento
(essendo sempre diretto nella stessa direzione della forza generatrice), se il
corpo era già in moto, è aggiunto
e sottratto al primo movimento, a seconda che essi cospirano direttamente o sono
direttamente contrari l'un l'altro;
oppure si aggiunge obliquamente, se essi sono obliqui, così
da produrre un nuovo movimento composto dalla determinazione di entrambi.
3 La terza legge del movimento, che è quella formulata propriamente da Newton,
dice:
A ogni azione si oppone sempre un'eguale reazione: ovvero, le azioni reciproche
di due corpi sono sempre uguali e dirette in direzioni contrarie.
Questo principio di uguaglianza tra azione e reazione viene così illustrato da
Newton:
Qualunque cosa eserciti una pressione su un'altra cosa o ne tiri un'altra,
subisce in ugual misura o è tirata da quest'altra. Se tu premi una pietra con un
dito, pure il dito viene premuto dalla pietra. Se un cavallo tira una pietra
legata a una corda, anche il cavallo viene (se posso dir così) tirato ugualmente
indietro verso la pietra.
Queste, dunque, sono le leggi del movimento. Ora, però gli stati di quiete e di
moto rettilineo uniforme possono venir determinati solo relativamente ad altri
corpi che siano in quiete o in moto. Ma, siccome il rinvio a ulteriori sistemi
di riferimento non può andare all'infinito, Newton introduce le due nozioni (che
saranno oggetto di grandi dibattiti e di decise contestazioni) di tempo assoluto
e di spazio assoluto.
Il tempo assoluto vero e matematico, in sé e per sua natura, fluisce uniformemente
senza relazione a qualcosa
di esterno, e con un altro nome si chiama durata; il tempo relativo, apparente e
comune, è la misura sensibile ed esterna
della durata attraverso il mezzo del movimento, ed esso è comunemente usato al
posto del tempo vero; esso è l'ora, il giorno, il mese, l'anno. [...] Lo spazio
assoluto, per sua natura privo
di relazione a qualcosa di esterno, rimane sempre simile a se stesso e immobile.
Questi due concetti, di tempo assoluto e di spazio assoluto, non hanno
significato operativo, sono concetti empiricamente incontrollabili e, tra altre
critiche contro di essi, celebre è rimasta quella di Ernst Mach, il quale nel
libro La meccanica nel suo sviluppo storico-critico affermerà che lo spazio e il
tempo assoluto di Newton sono delle «mostruosità concettuali».
In ogni caso,
all'interno dello spazio
assoluto — che Newton chiama anche sensorium Dei —, la meravigliosa ed
elegantissima compagine dei corpi è tenuta insieme da quella legge di gravità
che Newton espone nel Libro terzo dei Principia.
Questo libro, scrive Da Costa Andrade, «è un trionfo. Dopo un riassunto del
contenuto dei primi due libri, Newton annuncia che in base agli stessi principi
intende ora dimostrare la struttura del sistema del mondo, e lo fa con tanta
meticolosità che tutto ciò che hanno fatto nei duecento anni successivi alcune
delle menti più abili della scienza, non è stato altro che un'estensione e un
arricchimento della sua opera».
In breve, la legge di gravità dice che la forza di gravitazione con cui due
corpi si attraggono è direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e
inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza. In simboli, questa
legge è espressa dalla nota formula:

dove F è la forza di attrazione, m1, e m2, sono le due masse, D è la distanza che
separa le due masse, e G è una costante che vale in tutti i casi: nella
reciproca attrazione tra Terra e Luna, tra la Terra e una mela eccetera. Con la
legge di gravità Newton perveniva a un unico principio capace di render conto di
una quantità sconfinata di fenomeni. Difatti, la forza che fa cadere a terra una
pietra o una mela è della stessa natura della forza che tiene la Luna vincolata
alla Terra, e la Terra vincolata al Sole; e questa forza è quella stessa che
spiega il fenomeno delle maree (come effetto combinato dell'attrazione del Sole,
e della Luna sulla massa d'acqua dei mari).
Sulla base della legge di gravitazione, insomma, «Newton è giunto a spiegare i
moti dei pianeti, dei satelliti, delle comete fin nei particolari più minuti,
nonché il flusso e il riflusso, il movimento di precessione della terra: lavoro
di deduzione di una grandezza unica» (Albert Einstein). E dalla sua opera «risultava
un quadro unitario del mondo ed una effettiva, salda riunione della fisica
terrestre e della fisica celeste. Cadeva in modo definitivo il dogma di una
differenza essenziale fra i cieli e la terra, fra la meccanica e l'astronomia
e veniva anche spezzato quel "mito della circolarità" che aveva condizionato per
più di un millennio lo sviluppo della fisica e che aveva pesato anche sul
discorso di Galilei: i corpi celesti si muovono secondo orbite ellittiche,
perché su di essi agisce una forza che li allontana continuamente dalla linea
retta secondo la quale, per inerzia, essi continuerebbero il loro movimento»
(Paolo Rossi).
La meccanica di Newton come programma di ricerca
Alla fine dello Scholium generale, Newton propone un chiaro «programma di
ricerca» per il quale la forza di gravità non è solo in grado di spiegare
fenomeni fisici come la caduta dei gravi, le orbite dei corpi celesti o le maree;
ma essa sarà in futuro capace di render conto pure dei fenomeni elettrici, di
quelli ottici e anche dei fatti fisiologici. Tuttavia, aggiungeva Newton, «queste
cose non è possibile esporle in poche parole e noi non disponiamo di quegli
esperimenti sufficienti per una accurata determinazione e dimostrazione delle
leggi con cui opera questo spirito elettrico ed elastico».
Newton stesso cercò di realizzare questo programma attraverso le sue ricerche
nel campo dell'ottica «quando suppose che la luce fosse composta di corpuscoli
inerti» (A. Einstein). La verità è che «Newton fu il primo — scrive ancora
Einstein — che riuscì a trovare una base chiaramente formulata dalla quale poter
dedurre un gran numero di fenomeni mediante il ragionamento matematico, logico,
quantitativo e in armonia con l'esperienza. Invero, egli poteva giustamente
sperare che la base fondamentale della sua meccanica sarebbe giunta con il tempo
a fornire la chiave per la comprensione di tutti i fenomeni. Così pensarono i
suoi allievi, con maggior sicurezza di lui, e così pensarono i suoi successori,
sino alla fine del diciottesimo secolo».
La meccanica di Newton è stata uno dei più potenti e fecondi programmi di
ricerca della storia della scienza: dopo Newton, per la comunità scientifica
«tutti i fenomeni d'ordine fisico dovevano essere riferiti alle masse, che
obbediscono alla legge del movimento di Newton» (A. Einstein).
La realizzazione del programma di Newton andrà avanti per parecchio tempo finché
esso urterà in problemi che, per essere risolti, richiederanno una vera e
propria rivoluzione scientifica, vale a dire un rivolgimento radicale delle idee
fondamentali della scienza newtoniana.
La fisica newtoniana ammette una ragione limitata: la scienza non ha il compito
di scoprire sostanze o essenze o cause essenziali. La scienza non cerca
sostanze, ma funzioni; non cerca l'essenza della gravità, ma si accontenta che
questa esista di fatto e che spieghi, per esempio, i movimenti dei corpi celesti
e le maree. E in ogni caso, scrive Newton nell'Ottica:
La causa prima, certamente, non è meccanica.
E sia la ragione limitata e controllata dall'esperienza sia il deismo saranno
due eredità centrali che l'illuminismo riceverà da Newton, mentre i materialisti
del XVIII secolo troveranno la loro base teorica soprattutto nel meccanicismo
cartesiano. E visto che abbiamo richiamato il meccanicismo cartesiano, dobbiamo
far presente che, mentre per i cartesiani il mondo è pieno, per Newton esso non
lo è e tra i corpi agisce una «azione a distanza». E i cartesiani e anche
Leibniz vedranno in queste misteriose forze che agiscono a distanze sconfinate
nulla di più che un ritorno alle «qualità occulte» del passato.
La scoperta del calcolo infinitesimale e la disputa con Leibniz
Nei suoi primi anni di studio al Trinity College di Cambridge, Newton si occupò
prevalentemente di matematica: di aritmetica, di trigonometria e soprattutto di
geometria, studiandola sugli Elementi di Euclide che lesse con grande facilità e
sulla Geometria di Cartesio con qualche maggiore difficoltà, almeno agli inizi.
Come già sappiamo, a Cambridge, Barrow comprese ben presto le grandi qualità del
discepolo, e apprezzò specialmente le sue nuove idee nel settore matematico; e
quando, nel 1669, ne ricevette lo scritto Analysis per
aequationes numero terminorum infinitas, elaborato nei tre anni precedenti, gli
cedette la sua cattedra nella stessa università.
In realtà (e ciò è importante per la storica controversia con Leibniz, alla
quale accenneremo), i primi scritti di matematica di Newton sono ancora
precedenti. Presumibilmente di quattro anni posteriore al lavoro del 1669 è il
trattatello Methodus fluxionum et seriarum infinitarum, nel quale vi è il
coronamento delle sue prime ricerche.
Si tratta di studi sugli infinitesimi,
cioè sulle variazioni piccole a piacere di certe grandezze, sui loro rapporti,
che poi saranno detti derivate, e sulle loro somme, che verranno dette
integrali. In questo, gli è stato strumento prezioso la geometria analitica di
Cartesio, vale a dire la traduzione di curve e superfici in equazioni
algebriche.
Altrettanto validi gli risulteranno gli studi di
Francois Viéte (1540-1603), in
particolare l' Isagoge in artem analyticam, nella quale si teorizzava
l'applicazione dell'algebra alla geometria mediante l'introduzione dei rudimenti
del calcolo letterale con la relativa e opportuna scrittura simbolica.
Ulteriori
fonti per le sue ricerche matematiche, Newton le ha trovate nella Clavis
Mathematicae di William Oughtred (1574-1660), e in parecchi scritti di John
Wallis (1616-1703).
Gli studi sugli infinitesimali, in effetti, avevano tratto il massimo impulso da
problemi geometrici, e precisamente da problemi di misura delle figure solide,
cioè dalla stereometria. La figura centrale di questo settore di studio è
costituita da Bonaventura Cavalieri (1598?-1647), il quale nella Geometria
indivisibilibus continuorum nova quadam ratione promota (lavoro pubblicato nel
1635 dopo molti anni di preparazione) stabilisce quel «principio», che ancora
oggi porta il suo nome, secondo cui il rapporto tra le aree o i volumi di due
figure geometriche è uguale a quello in cui stanno le loro sezioni indivisibili
ottenute con metodi opportuni.
Altri apporti preliminari allo studio degli infinitesimi vengono da Keplero
nella Nova stereometria doliorum vinariorum (1615). Grande diffusore e
applicatore del metodo di Cavalieri è stato
Evangelista Torricelli (1608-1647);
e Pierre Fermat (1601-1665) dà a questo metodo una migliore e più rigorosa
formulazione matematica.
Ebbene, Newton ha lavorato su queste basi, ma introducendovi dapprincipio anche
alcuni precisi riferimenti all'acustica e all'ottica, branche cioè della fisica
che andava simultaneamente studiando. E ben presto la matrice fisica si farà
sentire in modo determinante nelle sue ricerche matematiche.
La prima sintesi sul calcolo infinitesimale verrà da Newton pubblicata più
tardi, nel 1687, all'inizio della sua opera più importante, i Philosophiae
naturalis principia mathematica. Saranno addirittura ancora posteriori le
pubblicazioni a stampa delle altre sue opere principali sul tema: esce nel 1711
uno scritto del 1669 dal titolo De analysis per aequationes numero terminorum
infinitas; nel 1704, viene pubblicato, come appendice al trattato di Ottica, il
Tractatus de quadratura curvarum che aveva scritto nel 1676; il predetto
trattatello Methodus fluxionum et serierum infinitorum, scritto nel 1673 in
lingua latina, uscirà postumo in edizione inglese solo nel 1736.
Ma veniamo alla teoria, da Newton stesso denominata «dei fluenti e delle
flussioni». Mentre nei primi scritti egli non fa che estendere e sviluppare lo
studio «algebrico» del problema, specialmente sulla base dei lavori di Fermat e
Wallis, ben presto sarà un'intuizione di tipo fisico, e più precisamente
meccanico, a indicargli la via giusta per risolvere il problema. Grazie al
contributo concettuale di questa fondamentale branca della fisica, egli supera
l'idea che le linee siano solo degli aggregati di punti, e le considera invece
come traiettorie del moto di un punto; di conseguenza, le superfici divengono
movimenti di linee e i solidi movimenti di superfici. Per esempio, le superfici
sono descritte da movimenti proporzionali all'ordinata, mentre l'ascissa cresce
con lo scorrere del tempo: da qui, il nome di «momento» all'incremento
infinitesimo, di «fluente» all'area e di «flussione» all'ordinata, in un dato
istante. È su questa base che egli introduce la notazione

per indicare la velocità di un punto nelle tre direzioni coordinate.
Da qui
scaturiscono vari problemi, e, fondamentalmente, due: calcolare le relazioni tra
fluenti, note le relazioni tra flussioni, e viceversa. Nel particolare caso della meccanica: noto lo spazio in funzione del
tempo, calcolare la velocità; e viceversa, nota la velocità in funzione del
tempo, calcolare lo spazio percorso. In termini odierni, rispettivamente:
derivare lo spazio rispetto al tempo, e integrare la velocità nel tempo.
Senza addentrarci troppo nei particolari di tipo tecnico, dobbiamo però dire che
Newton riuscì a dimostrare molte delle più importanti regole di derivazione e di
integrazione; e inoltre introdusse i concetti di derivata seconda (derivata
della derivata; nel caso meccanico: l'accelerazione) e quello di derivata
d'ordine qualunque; teorizzò rigorosamente il legame tra derivazione e
integrazione, e introdusse e trovò la soluzione delle prime equazioni
differenziali (cioè con incognita una funzione, e consistenti in un'uguaglianza
tra espressioni contenenti la funzione incognita e sue derivate). È chiaro, da
tutto ciò, il potente contributo concettuale che la meccanica gli ha fornito
nell'elaborazione della sua nuova teoria matematica.
In effetti, Newton aveva della matematica una concezione strumentale: essa non
era per lui nient'altro che un linguaggio da adoperare per descrivere eventi
naturali. In questo, era in linea con il pensiero di Thomas Hobbes, mentre Georgè Berkeley nel 1734, con l'opera L'analista, o discorso a un
matematico incredulo, lo accuserà di scarso rigore. Non è casuale, forse, che la
notazione newtoniana (del punto sulla variabile per indicarne la derivata
rispetto al tempo) oggi sia rimasta in uso solo nei campi della meccanica
razionale, della fisica matematica e in altri ambiti affini: essa è, comunque,
alquanto rara, e tende a scomparire.
La teoria newtoniana risente dunque in modo netto della sua particolare origine.
Inoltre, il suo formalismo (x, y, z, ... per i fluenti; x, y, z, ... per le flussioni; xo, yo, zo, ... per i momenti o differenziali) è
certamente prezioso per lo studioso di meccanica, nella quale si deriva solo
rispetto al tempo e le derivate hanno un significato preventivamente fissato
(appunto, la derivata prima è la velocità, e la derivata seconda è
l'accelerazione), ma risulta poco flessibile e sostanzialmente sterile per altri
settori. E, ancora, nel formalismo newtoniano manca un simbolo per l'integrale.
Queste, nella sostanza,
le critiche mossegli dall'altro grande fondatore del calcolo degli infinitesimi:
Gottfried Wilhelm Leibniz.
L'approccio che conduce Leibniz al problema è fondamentalmente diverso e, per
certi aspetti, complementare. Egli parte da notevoli contributi, anche inediti,
di Blaise Pascal, e soprattutto dalla geometria analitica. Su questa base,
matematica quindi e non fisica, Leibniz teorizza la derivata di un punto di una
curva come il coefficiente angolare della retta tangente nel punto (cioè quella
che noi oggi chiamiamo la tangente trigonometrica dell'angolo che essa forma con
l'asse delle ascisse), intesa tale retta tangente come una ideale secante in
quel punto e in un altro punto infinitamente vicino a quello dato. Connessa a
tali considerazioni è la ben nota, più diffusa e oggi comune notazione

per i differenziali delle variabili x e y, e

per la derivata di y rispetto a x. Leibniz, inoltre, introduce una grande S
maiuscola per denotare l'integrale, e anche questa notazione è divenuta di uso
comune. Per il resto, la sua teoria non differisce molto da quella di Newton; e,
più o meno, sono analoghi i punti di arrivo nell'elaborazione successiva.
Anche a lui manca però il rigore matematico di fondo: e questo perché non è
ancora consolidata e teorizzata l'indispensabile nozione di «limite». In realtà,
le basi concettuali di tale nozione erano presenti già nell'Arithmetica
infinitorum del già ricordato John Wailis; e, se vogliamo risalire fino alle
origini, l'idea è presente nel metodo dell'esaustione di Eudosso (408-355 a.C.),
applicato con successo a vari problemi geometrici da Euclide e da Archimede. La
trattazione rigorosa di questa nozione, e la sua posizione a base dell'analisi
infinitesimale, le troveremo però solo nel XIX secolo, con Bernhard Bolzano
(1781-1848) e Augustin- Louis Cauchy (1789-1817).
L'opera di Leibniz è circa degli anni 1672-1673, quindi successiva o tutt'al più
contemporanea a quella di Newton. Tuttavia, la pubblicazione a stampa del suo
lavoro fondamentale, Nova methodus pro maximis et minimis itemque tangentibus, è
del 1684, quindi di tre anni precedente a quella dei newtoniani Philosophiae
naturalis principia mathematica. Alimentata anche da equivoci, scoppiò tra
Newton e Leibniz una feroce disputa sulla priorità della scoperta: disputa molto
poco signorile e dominata dall'animosità, dalle accuse, e anche venata da
orgoglio nazionalistico.

William Blake (1757 - 1827), Isaac Newton.
Londra, Tate Gallery.
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