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MALEBRANCHE E GLI SVILUPPI DELL'OCCASIONALISMO

NICOLAS MALEBRANCHE
Nicolas Malebranche nacque nel 1638 a Parigi, in una famiglia molto numerosa (ebbe
undici fratelli). Dopo aver studiato al Collège de la Marche e alla Sorbona,
entrò nella Congregazione religiosa dei Padri dell'Oratorio nel 1660. Studiò la
Scrittura e l'agostinismo e, nel 1664, divenne sacerdote. Nello stesso anno
della sua ordinazione, lesse il Trattato dell'uomo, opera postuma di Cartesio (pubblicata
da Louis de la Forge), e rimase talmente colpito che decise di dedicarsi per
alcuni anni allo studio sistematico del cartesianesimo. Nel Trattato,
Malebranche trovò estremamente rivelativa la netta distinzione operata da
Cartesio fra anima e corpo: alla prima erano attribuiti l'intelletto puro e la
volontà pura, mentre tutte le altre funzioni fisiche e psicofisiche venivano
attribuite al corpo e spiegate meccanicisticamente.
Nel 1674-75 Malebranche pubblicò La ricerca della verità, opera dedicata al
corretto metodo di ricerca; nel 1680 il Trattato della Natura e della Grazia, e
nel 1684 il Trattato di morale. I Colloqui sulla metafisica del 1688,
costituiscono la più chiara esposizione riassuntiva del pensiero malebranchiano.
Morì nel 1715.
Gli scritti di Malebranche suscitarono molto interesse e anche vivaci polemiche.
Un avversario particolarmente duro si dimostrò soprattutto Antoine Arnauld, che
denunciò la sua dottrina della Grazia come non conforme agli insegnamenti della
Chiesa, e riuscì a far condannare ufficialmente il Trattato della Natura e della
Grazia.
La conoscenza della verità e la visione delle cose in Dio
Quando Malebranche lesse il Trattato dell'uomo di Cartesio, le sue convinzioni
religiose erano già consolidate, così come il platonismo agostiniano e la
dottrina agostiniana della verità erano ormai pienamente radicate nel suo
spirito. L'avversione all'aristotelismo e alla scolastica aristotelizzante
datava già dai tempi della sua formazione al Collège de la Marche e dei suoi
studi teologici alla Sorbona.
Sappiamo che già Plotino e Agostino avevano concepito i rapporti fra anima e
corpo in modo totalmente differente rispetto ad Aristotele e alla tradizione a
lui ispirata, pervenendo ad alcune conclusioni di sapore dualistico. Era quindi
naturale che l'incontro con lo spiritualismo cartesiano dovesse tanto
entusiasmare Malebranche.
La dottrina aristotelica dell'anima come «forma» ed «entelechia» del corpo gli
doveva ormai apparire come non altro che un residuo di paganesimo,
inopportunamente mantenuto dagli scolastici, mentre la dualistica
contrapposizione cartesiana di res cogitans e res extensa doveva sembrargli
quanto mai opportuna e in accordo perfetto con lo spiritualismo cristiano.
Non esiste un'anima «vegetativa», così come non esiste un'anima «sensitiva»,
perché le funzioni dell'anima si riducono al pensare e al volere, e nel corpo
non c'è altro che estensione (con tutte le sue determinazioni).
Anzi, Malebranche su questo punto va addirittura oltre Cartesio: egli non nega
ai corpi solamente «qualità occulte» (che erano state loro attribuite in passato
e che la nuova scienza aveva ormai definitivamente spazzato via), ma nega ai
corpi anche l'azione meccanica dell'urto. I corpi non agiscono sulle anime (o
viceversa), così come i corpi non interagiscono l'uno sull'altro.
Ma, allora, come si spiega la conoscenza e come è possibile raggiungere la
verità? Ciascuna anima resta isolata sia a) dalle altre anime; sia b) dal mondo
fisico. Da questo isolamento, che parrebbe veramente assoluto, come si può
uscire?
La soluzione di Malebranche si ispira ad Agostino (il quale a sua volta si
ispirava al neoplatonismo, sia pure con una serie di mutamenti e riforme):
l'anima, che è separata da tutte le altre cose, ha una unione diretta e
immediata con Dio, e quindi conosce tutte le cose mediante la visione in Dio.
Da Cartesio, Malebranche ricava la convinzione secondo cui ciò che noi
conosciamo è solo «idea» (contenuto mentale); ma, nello stesso tempo, egli dà a
tale idea uno spessore ontologico che era del tutto assente in Cartesio e che
ricava appunto dall'esemplarismo metafisico platonico - agostiniano. Noi
conosciamo solo «idee», perché solo esse sono visibili alla nostra mente per se
stesse, mentre gli «oggetti» che esse rappresentano restano invisibili allo
spirito, «perché non possono agire su di lui, né presentarsi a lui».
Tutte le cose che vediamo sono idee e solo idee. Né vale obiettare che noi
sentiamo i corpi resistere, colpire, far pressione e simili; infatti, resistenza,
colpo, pressione ecc., sono «impressioni» e «idee», e niente altro. Perciò
scrive Malebranche in un passo de La ricerca della verità divenuto molto noto:
Noi percepiamo per se stessi gli oggetti
che sono fuori di noi. Vediamo il sole, le stelle
e una infinità di cose fuori di noi; ma non è verosimile che l'anima esca dal
corpo e vada, per così dire, a passeggio nei cieli per contemplarvi quei corpi.
Essa non li vede dunque per se stessi: e l'oggetto immediato della nostra mente,
quando vede il sole, per esempio, non è il sole ma qualche cosa che è
intimamente unita all'anima nostra, ed è ciò ch'io chiamo «idea». Per questa
parola dunque io non intendo altro se non ciò ch'è l'oggetto immediato, o il più
prossimo dello spirito quando esso percepisce qualche oggetto.
Ma da dove derivano in noi le idee? Come giunge Malebranche alla soluzione
estrema della visione delle idee in Dio? Egli procede per esclusione sistematica
di tutte le soluzioni che logicamente si danno come possibili, in modo da
lasciare spazio unicamente alla sua. In particolare egli rileva quanto segue.
a Le idee non possono derivare nel modo in cui sostenevano i peripatetici
e gli scolastici, ossia mediante il complesso gioco delle specie impresse, delle
specie espresse, dell'intelletto paziente e dell'intelletto agente (Malebranche
si rifà a una interpretazione ormai logora di queste dottrine, che, rispetto
alle originarie, si presentavano quasi totalmente sfigurate, e ha quindi facile
gioco nell'escluderle).
b Le idee non possono derivare neppure dalla potenza dell'anima, perché,
se l'anima possedesse tale potere, sarebbe creatrice di realtà spirituali (quali
sono appunto le idee); il che è inammissibile, perché contro ogni evidenza.
c Anche la soluzione innatistica va respinta, perché fa dell'anima il
ricettacolo di una quantità infinita di idee, contro ogni plausibilità.
d Né si può dire (con Arnauld) che l'anima può ricavare le idee del mondo
corporeo in quanto ne contiene le perfezioni per eccellenza, perché altrimenti
si dovrebbe sostenere, per analogia, la stessa cosa per tutto il resto, dato che
l'anima può conoscere tutto il reale; quindi si dovrebbe, di conseguenza,
concludere che l'anima contiene le perfezioni di tutto il reale (il che è,
ovviamente, insostenibile).
Non resta, allora, se non la conclusione che noi conosciamo tutte le cose in
Dio. Tutte le idee sono nella mente di Dio (il mondo delle idee), e le nostre
anime (che sono spiriti) sono unite a Dio, il quale è come «il luogo degli
spiriti». Il che non implica, beninteso, che noi conosciamo Dio nella sua
essenza assoluta, ma implica solamente che ciò che noi conosciamo lo conosciamo
in Dio, pur senza conoscere Dio nella sua totalità e perfezione. Ecco un passo
significativo tratto da La ricerca della verità, che esprime perfettamente le
conclusioni di Malebranche:
Sarebbe necessario per spiegare a fondo
ciò che io dico [...] far vedere la solidità dell'opinione di quelli che credono
essere Dio il padre vero della luce, il quale rischiara tutti gli uomini, e che
senza di esso le verità più, semplici non sarebbero intelligibili, e il sole,
così splendente com'è, non sarebbe neppure visibile; poiché è questa convinzione
che mi ha condotto alla scoperta di questa verità che sembra un paradosso: che
le idee che ci rappresentano le creature non sono altro se non perfezioni di Dio
le quali corrispondono a queste medesime creature e le rappresentano.
Ecco un secondo passo tratto dai Colloqui (il brano riporta un dialogo
immaginato fra Aristo e Teodoro; il primo fa obiezioni di vario genere, il
secondo esprime il pensiero di Malebranche):
ARISTO - Io mi arrendo, Teodoro, [..] la
percezione che ho della estensione intelligibile appartiene a me: è una
modificazione del mio spirito; sono io che percepisco questa estensione. Ma
l'estensione ch'io percepisco non è una modificazione della mia anima, perché
sento bene che non è me ch'io vedo quando penso a degli spazi infiniti, a un
circolo, a un quadrato, a un cubo; o quando guardo questa camera, o volgo gli
occhi al cielo. La percezione dell'estensione è mia; ma l'estensione e tutte le
figure ch'io vi scopro, vorrei ben sapere come mai, non sono mie. È dunque una
modificazione del mio spirito; ma l'estensione ch'io vedo sussiste senza di me,
poiché voi la potete contemplare senza ch'io vi pensi, voi e tutti gli altri
uomini.
TEODORO - Potreste senza timore aggiungere e Dio stesso; poiché (...] non è che
in lui che noi la vediamo; non è che nella ragione universale la quale illumina
tutte le intelligenze [...]. Sì, Aristo, Dio vede in se stesso l'estensione
intelligibile, l'archetipo della materia di cui il mondo è formato e dove
abitano i nostri corpi; e ancora, non è se non in lui che noi la vediamo, poiché
queste anime non abitano altrove che nella ragione universale, in questa
sostanza intelligibile che contiene le idee di tutte le verità che noi
scopriamo, sia in conseguenza delle leggi generali dell'unione della nostra
mente con questa ragione, sia in conseguenza delle leggi naturali dell'unione
dell'anima col corpo.
Ma se noi conosciamo solamente idee, e queste le vediamo in Dio, come possiamo
sapere se esistono corpi corrispondenti alle idee che ne abbiamo? Se Dio, per
ipotesi, facesse scomparire tutto, lasciando solo le nostre idee, per noi nulla
cambierebbe, ma continuerebbe a svolgersi tutto come prima. E, allora, come
possiamo risolvere il problema sopra posto?
Malebranche non ha dubbi: noi siamo sicuri dell'esistenza dei corpi per la
«rivelazione» che ne abbiamo da parte di Dio. «Rivelazione» va intesa non tanto
nel senso comune, bensì in quello raffinato della metafisica occasionalistica, e
Malebranche sceglie il termine in maniera volutamente provocatoria, come ci
spiega in questo passo:
ARISTO - Non abbiamo bisogno di
rivelazione, per sapere che abbiamo un corpo; quando ci pungono, lo sentiamo
davvero.
TEODORO - Sì, certo, lo sentiamo. Ma questo senso di dolore che noi abbiamo è
appunto una specie di «rivelazione». Questa espressione vi colpisce; ma appunto
perciò io me ne servo; perché voi dimenticate sempre che è Dio stesso il quale
produce nella vostra anima tutti i diversi sentimenti che la toccano in
occasione dei cangiamenti che avvengono nel vostro corpo in conseguenza delle
leggi generali dell'unione delle due nature che compongono l'uomo. La cosa che
ci punge la mano non versa il dolore per il buco ch'essa fa nel corpo; e neppure
è l'anima che in sé produce questo sentimento spiacevole, poiché essa soffre il
dolore suo malgrado. [...] È Dio stesso che, mediante
il sentimento con cui egli ci colpisce, rivela a noi ciò che accade fuori di
noi, ossia nel nostro corpo e in quelli che ci circondano. Ricordatevi, vi
prego, di ciò che tante volte vi ho già detto. [...] Non v'è altra vía che la
rivelazione la quale possa assicurarci che Dio ha voluto creare i corpi;
supposto però ciò di cui voi
non dubitate più, cioè che essi non sono visibili per se stessi, che non possono
agire sul nostro spirito, né presentarsi a lui, e che il nostro spirito stesso
non può conoscerli se non nelle idee che li rappresentano né sentirli se non per
le modalità o i sentimenti di cui non possono essere la causa altro che in
conseguenza delle leggi arbitrarie dell'unione dell'anima col corpo.
E la scienza? Non perderà, in questo modo, ogni suo fondamento oggettivo? Al
contrario, risponde Malebranche. La scienza, al limite, viene addirittura
avvantaggiata dalla nuova metafisica. Essa studia infatti i rapporti e i nessi
matematici che legano i fenomeni. E tali nessi fra i fenomeni sono i nessi fra
le idee, rispecchiano la regolarità perfetta con cui le idee sono collegate fra
loro. La scienza, anziché cogliere nessi fra impossibili azioni e interazioni
sussistenti fra le cose, coglierà dunque i nessi fra le idee nella visione di
Dio.
I rapporti fra anima e corpo e l'autoconoscenza dell'anima
Abbiamo già detto che Malebranche non solo respinge la tradizionale concezione
dell'anima come forma del corpo, ma addirittura spinge alle estreme conseguenze
il dualismo cartesiano. Fra anima e corpo non c'è una unione metafisica, e
quindi non c'è un'azione reciproca. L'anima pensa il suo corpo, ma è intimamente
unita a Dio. Tutte le attività dell'anima che ci sembrano causare effetti sul
corpo sono in realtà cause occasionali, che non agiscono se non per l'efficacia
della volontà di Dio. E lo stesso vale per presunte «azioni» del corpo
sull'anima. Questi passi tratti dai Colloqui illustrano in modo molto chiaro il
pensiero di Malebranche:
Tutte le relazioni causali non sono reali, ma sono conseguenze della volontà
divina
Non c'è relazione necessaria tra le due
sostanze di cui noi siamo composti. Le modalità del corpo non possono per loro
efficacia mutare quelle dello spirito. Però le modalità di una certa parte del
cervello, che io non vi determinerò, sono sempre seguite da modalità o
sentimenti dell'anima; e ciò unicamente in conseguenza delle leggi sempre
efficaci dell'unione di queste due sostanze, cioè, per parlare più chiaro, in
conseguenza delle volontà costanti e sempre efficaci dell'Autore del nostro
essere. Non v'è nessuna relazione di causalità tra un corpo e uno spirito; che
dico? non ve n'è alcuna tra uno spirito e un corpo; e dico di più,, che non v'è
alcuna relazione da un corpo a un corpo nè da uno spirito a uno spirito. E...]
Non chiedetemi, Aristo, perché Dio voglia unire degli spiriti a dei corpi. È un
fatto, ma di cui le principali ragioni sono state sinora sconosciute alla
filosofia e forse neppure la religione ce le insegna.
Ma si mediti soprattutto la seguente risposta riassuntiva di Teodoro (=
Malebranche) ad Aristo:
Dunque, Aristo, voi non potete da voi
stesso muovere il braccio, cambiare di posto, di posizione, di abitudine, fare
agli uomini del bene o del male, mettere nell'universo il minimo cangiamento.
Eccovi nel mondo senza alcun potere, immobile come una rupe, stupido, per così
dire, come un ceppo. Che la vostra anima sia unita al vostro corpo così
strettamente come vi piacerà, che per esso siate in contatto con tutti quelli
che vi circondano, quale vantaggio ricaverete da cotesta unione immaginaria?
Come farete per muovere anche solamente la punta del dito o per pronunciare un
monosillabo? Ohimè, se Dio non vi viene in aiuto voi non farete che sforzi vani,
non concepirete che dei desideri impotenti; poiché, riflettete un poco, sapete
voi che cosa bisogna fare per pronunziare il nome del vostro migliore amico, per
piegare o spiegare quello delle vostre dita di cui fate più uso? [...] Dunque,
nonostante l'unione dell'anima e del corpo, quale vi piacerà immaginarla, eccovi
morto e senza movimento, se già Dio non voglia accordare il suo volere col
vostro, il suo volere sempre efficace col vostro sempre impotente. Eccovi, caro
Aristo, la soluzione del mistero. Le creature non sono immediatamente unite
altro che a Dio, e non dipendono essenzialmente e direttamente che da lui; come
esse sono tutte ugualmente impotenti, non dipendono punto vicendevolmente le une
dalle altre. Si può dire, sì, che esse sono unite tra loro e che dipendono le
une dalle altre; acconsento, ma purché resti inteso che ciò avviene solo in
conseguenza delle volontà immutabili e sempre efficaci del Creatore, solo in
conseguenza delle leggi generali che Dio ha stabilite e per le quali egli regola
il corso ordinario della sua provvidenza. Dio ha voluto che il mio braccio si
muova nell'istante che io stesso lo voglio. (Suppongo le condizioni necessarie).
La sua volontà è efficace e immutabile;
ecco donde mi viene ogni potere e ogni facoltà. Egli ha voluto che io avessi
certe sensazioni, certe emozioni quando nel mio cervello vi fossero certe
tracce, certi scuotimenti. Egli ha voluto, in una parola, e vuole
incessantemente, che le modalità dell'anima e del corpo fossero reciproche:'
ecco l'unione e la naturale dipendenza delle due parti di cui noi siamo
composti: non è che la mutua reciprocazione delle nostre modalità poggiata sul
fondamento incrollabile dei decreti divini; decreti che, per la loro efficacia,
mi comunicano il potere che io ho sul mio corpo e per esso su qualche altro;
decreti che per la loro immutabilità mi uniscono al mio corpo e per esso ai miei
amici, ai miei beni, a tutto ciò che mi circonda. Dio ha insieme connesso tutte
l'opere sue, non ch'egli abbia prodotto delle entità connettenti; egli le ha
subordinate le une alle altre senza rivestirle di qualità efficaci. Vane pretese
dell'orgoglio umano, produzioni chimeriche dell'ignoranza dei filosofi! Colpiti
sensibilmente alla presenza dei corpi, toccati interiormente dal sentimento dei
loro propri sforzi, non hanno riconosciuto l'azione invisibile del Creatore,
l'uniformità della sua condotta, la fecondità delle sue leggi, l'efficacia
sempre attuale delle sue volontà, la sapienza infinita della sua provvidenza
ordinaria. Non dite dunque più, mio caro Aristo, ve ne prego, che la vostra
anima è unita al vostro corpo più strettamente che a qualunque altra cosa;
poiché essa non è unita immediatamente ad altro che a Dio, poiché i decreti
divini sono i vincoli indissolubili di tutte le parti dell'universo e la
connessione meravigliosa della subordinazione di tutte le cose.
Resta ancora da rilevare un punto molto interessante. Secondo Malebranche, noi
siamo in possesso di una conoscenza dei corpi che è più perfetta di quella che
abbiamo della natura della nostra anima. Infatti, le verità eterne e
l'estensione intelligibile (che è l'archetipo del mondo fisico) noi le
conosciamo in Dio e quindi siamo in grado di dedurre a priori una serie di
conoscenze fisiche. Invece, dell'anima non abbiamo una conoscenza tramite la sua
idea in Dio, ma solo tramite un «sentimento interiore». Ora, il sentimento
interiore ci dice che:
a) esistiamo;
b) pensiamo;
c) vogliamo;
d) proviamo una serie di affezioni;
ma non ci rivela la natura metafisica del nostro spirito. Per conoscerci nella
nostra essenza, noi dovremmo vedere l'archetipo dell'essere spirituale e
scoprire tutte le relazioni che ne conseguono, così come conosciamo l'archetipo
dell'estensione intellegibile, da cui deduciamo tutte le relazioni che ne
conseguono. Ma così non è. Malebranche precisa:
Io non sono luce a me stesso, perché la
mia sostanza e le mie modalità non sono che tenebre, e Dio non ha trovato
opportuno, per molte ragioni, di rivelarmi l'idea o l'archetipo che rappresenta
la natura degli esseri spirituali.
Le ragioni per cui Malebranche assume questa posizione sono chiare. Se avessimo
l'idea o archetipo della natura degli esseri spirituali, noi saremmo in grado di
dedurre tutti gli eventi dei medesimi, e di costruire una sorta di geometria
spirituale, capace di farci conoscere tutto, anche il futuro, e, anzi, la
totalità delle esperienze psicologiche a priori in tutti i sensi. La coscienza
che noi abbiamo di noi stessi, invece, ci mostra solo una parte minima del
nostro essere.
Tutto è in Dio
Noi conosciamo, dunque, i corpi tramite le idee (in Dio) e le anime tramite il
sentimento. E Dio? Dio lo si conosce per se stesso. La proposizione «c'è un Dio»
è certa quanto è certa quest'altra proposizione: «penso, dunque sono».
Malebranche riprende l'argomento ontologico, facendo leva in modo particolare
sull'attributo della infinitudine. Malebranche così riassume l'argomento:
Se si pensa Dio, allora Egli deve
esistere.
Alcuni pensieri malebranchiani intorno al rapporto fra
Dio infinito e il mondo finito
Se Dio è infinito, Dio contiene tutto in sé. Già i neoplatonici avevano detto
che non è l'anima nel mondo ma il mondo nell'anima, e l'anima, a sua volta, è
nelle superiori ipostasi, e tutto è in Dio. Qualcosa di analogo ripete
Malebranche, ma dilatando ulteriormente il pensiero neoplatonico. La realtà di
Dio è non solo in tutto l'universo, ma anche oltre, perché Dio non è compreso
nella propria opera, ma la comprende e la trascende. Proprio perché è tutto
nella sua immensità, Egli può essere tutto in tutto, e il suo essere tutto in
tutto non significa altro che la presenza di ogni cosa nella sua immensità.
Ecco un passo del dialogo fra Teodoro e Aristo tratto dai Colloqui, che esprime
questi pensieri nella maniera più efficace e bella:
TEODORO - Dio o l'essere infinitamente
perfetto è dunque indipendente e immutabile. Egli è onnipotente, eterno,
necessario, immenso [...].
ARISTO - Adagio. Egli è onnipotente, eterno, necessario; sta bene, questi
attributi convengono all'Essere infinitamente perfetto; ma perché immenso? Che
volete dire?
TEODORO - Voglio dire che la sostanza divina è dappertutto non solo
nell'universo, ma infinitamente al di là; perché Dio non è tanto compreso
nell'opera sua quanto piuttosto l'opera sua è in lui e sussiste nella sostanza
che lo conserva con la sua efficacia e onnipotenza. È in lui che noi siamo; è in
lui che noi abbiamo vita e moto, come dice l'apostolo: in ipso enim vivimus
movemur et sumus.
ARISTO - Ma Dio non è corporeo; dunque non può essere diffuso dappertutto.
TEODORO - Appunto perché non è corporeo può essere dappertutto. S'egli fosse
corporeo non potrebbe penetrare i corpi nel modo ch'egli li penetra; poiché è
cosa contraddittoria che due piedi di estensione non ne facciano che uno. Come
la sostanza non è corporea, essa non è estesa localmente al modo dei corpi,
grande in un elefante, piccola in un moscerino.
Essa è tutta intiera, per così dire,
dappertutto dove essa è, e si trova dappertutto, o piuttosto è in essa che tutto
si trova poiché la sostanza del Creatore è il vincolo intimo della creatura.
L'estensione creata è all'immensità divina ciò che il tempo all'eternità. Tutti
i corpi sono estesi nell'immensità di Dio, come tutti i tempi si succedono nella
sua eternità. Dio è sempre tutto ciò che è senza successione di tempo. Non v'è
nella sua esistenza né passato né futuro; tutto è presente, immutabile, eterno.
Non v'è nella sostanza né grande né piccolo; tutto è semplice uguale, infinito.
Dio ha creato il mondo; ma la volontà di creare non è passata; Dio lo cangerà,
ma la volontà di cangiarlo non è futura. La volontà di Dio, che ha fatto e che
farà, è un atto immutabile, di cui gli effetti cangiano senza che in Dio vi sia
alcun cangiamento. In una parola Dio non è stato, non sarà, ma è. Gli è che la
sua estensione e la sua durata, se è permesso di servirsi di questi termini, è
tutta intiera nell'eternità, e tutta intiera in tutti i momenti che passano
nella sua eternità. Allo stesso modo che Dio non è in parte nel cielo e in parte
nella terra, egli è tutto interamente nella sua immensità e tutto interamente in
tutti i corpi che sono estesi localmente nella sua immensità; tutto in tutte le
parti della materia, quantunque divisibile all'infinito. O, per parlare più,
esattamente, Dio non è tanto nel mondo quanto il mondo è in lui, nella sua
immensità; allo stesso modo che l'eternità non è tanto nel tempo quanto il tempo
nell'eternità.
Importanza del pensiero di Malebranche
Gli studiosi hanno ben rilevato lo spostamento del baricentro della speculazione
che Malebranche ha operato rispetto a Cartesio: questi era orientato verso i
problemi della conoscenza e verso la metodologia della scienza, mentre
Malebranche costruisce un sistema accentuatamente teocentrico e sorretto da
forti motivazioni di carattere metafisico e religioso.
In questa costruzione egli precorre, in molti casi, alcune idee che, sia pure
sulla base di presupposti differenti e con finalità differenti, ritroveremo
nelle grandi costruzioni metafisiche razionalistiche di Spinoza e di Leibniz.
Ma egli presenta anche certe impressionanti analogie rispetto all'empirismo di
Berkeley, sia pure in ottica differente e accanto a massicce differenze. E certe
impensabili analogie, che solo la recente storiografia filosofica ha notato,
portano direttamente a Hume. Questi ha rilevato che Malebranche ha importanza
nella storia del pensiero francese, ma non fuori della Francia. È questa, in
realtà, una sorta di excusatio non petita . Infatti, certe analisi sulla non
esperibilità del principio di causa-effetto, e certi esempi che illustrano tale
idea ritornano pari pari nelle opere humiane, riproposti su basi tutte diverse
(ossia empiristico-scetticheggianti).
Concludiamo con la lettura delle spiegazioni più eloquenti a questo riguardo
fornite da Malebranche:
I sensi mi dicono che gli oggetti
sensibili agiscono su di me; io dico a me stesso che sono io che muovo il mio
braccio [...]. Ma, bada! tu ti confonderai ancora; poiché supposto che un corpo
in moto si trovi circondato da altri, che cosa avverrà quando ne incontrerà
qualcuno di cui esso non conosce né la solidità né la grandezza? Gli darà, tu
dirai, una parte della sua forza movente? Ma chi te l'ha insegnato? Chi t'ha
detto che l'altro la riceverà? E...1 I tuoi occhi, è vero, ti dicono che, quando
un corpo in riposo è urtato, cessa d'essere in riposo. Credi ciò che tu vedi: è
un fatto, e i sensi quanto ai fatti sono buoni testimoni. Ma non giudicare che i
corpi abbiano in se stessi una forza, né che possano diffonderla in quelli
ch'essi incontrano, poiché tu non ne vedi nulla. [...] Se gli uomini non fossero
avventati nei loro giudizi, dall'essere le idee delle cose presenti al loro
spirito quando essi lo vogliono, dovrebbero solamente conchiudere che secondo
l'ordine della natura il loro volere è ordinariamente necessario affinché essi
abbiano le idee; ma non che il volere è la vera e principale causa che le
presenta alla loro mente, e ancora meno che il volere le produce dal niente o
come essi spiegano. [...] Non devono giudicare che una palla in moto sia la
principale e vera causa del moto della palla ch'essa trova nel suo cammino,
poiché la prima non ha essa stessa la forza di muoversi. Possono soltanto
giudicare che l'incontro delle due palle è l'occasione all'autore del movimento
della materia di eseguire il decreto della sua volontà, che è la causa
universale di ogni cosa, comunicando all'altra palla una parte del movimento
della prima, o meglio quanto la prima perde del suo.

INTELLETTO E RAGIONE DA CARTESIO A HEGEL
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