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Noam Chomsky
L'universalità della natura umana
In questa lezione all'Università di Bologna, in occasione della laurea ad
honorem (2005), Chomsky fa il punto su risultati e prospettive della sua
pluridecennale attività di filosofo del linguaggio nonché di critico della
società contemporanea, in particolare americana: linguaggio e diritti umani,
sotto il segno dell'universalità.
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LAUREA AD HONOREM
AL PROF. NOAM
CHOMSKY
IN PSICOLOGIA
LEZIONE DOTTORALE
"Gli universali della natura umana"
Bologna, i aprile 2005
Aula Magna di Santa Lucia
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Gli universali della natura umana
Occasioni come queste portano spontaneamente a ripensare alle
questioni centrali e agli interessi degli anni passati – nel mio caso 50 anni
di insegnamento universitario e di ricerca, insieme ad altri impegni intensi,
che risalgono entrambi ad anni lontani. Nella mia esperienza personale sono
stati due percorsi quasi paralleli: quasi paralleli perché si congiungono
molto lontano, anche se dire esattamente
in che
modo essi convergano è ancora poco chiaro. Un
percorso approfondisce la conoscenza del
linguaggio e della mente. L'altro è guidato
dall'interesse e la preoccupazione per la
libertà e la giustizia – e, purtroppo, per la
sopravvivenza umana, un interesse non
proprio futile di questi tempi. Si suppone ci siano alcuni elementi in
comune; più precisamente, ciò che il co-fondatore della moderna teoria
evoluzionista, Alfred Russe! Wallace, ha
chiamato "la natura intellettuale e morale dell'uomo": la capacità
dell'uomo di sviluppare un'immaginazione creativa, il linguaggio e, in
generale, il simbolismo, l'interpretazione e la capacità di registrare
l'occorrenza di fenomeni naturali, di
pratiche sociali complesse e di attività simili; un insieme di capacità che
pare si siano cristallizzate piuttosto recentemente in un piccolo
gruppo di individui in Africa Orientale dai
quali tutti discendiamo. Le testimonianze archeologiche ci dicono che la
cristallizzazione fu così rapida in termini evolutivi che qualche
scienziato eminente ha definito questi eventi "il
grande balzo in avanti" che ha
contraddistinto nettamente gli uomini contemporanei dagli altri
animali, compresi gli altri ominidi. I fondamenti della nostra natura mentale
e morale rimangono in larga parte un mistero, nonostante sia quasi impossibile
dubitare della loro esistenza, o del loro
ruolo centrale nella nostra vita intellettiva e morale. Sono consapevole
del fatto che questo sia di solito negato ma, a mio parere, non in modo
convincente.
Questi argomenti sono decisamente
troppo vasti per essere affrontati qui, mi limiterò così a
due aspetti centrali: il
linguaggio umano, considerato da molti paleoantropologi come il
fattore che ha stimolato "il grande balzo in avanti"; e la
nostra concezione dei diritti umani
fondamentali. A mio parere, in ognuno di questi dominii dovremmo ricercare gli
universali o, in altre parole, quegli elementi della nostra comune
dotazione umana
che conferiscono
agli
esseri umani le capacità cognitive specifiche e i principi che presiedono al
giudizio morale.
Esiste ormai una consolidata e interessante tradizione di
pensiero sulle possibili connessioni
esistenti tra questi ambiti, che però rimangono di tipo speculativo e sono
poco comprese. L'unico modo di procedere, per come la vedo io, è dire
qualche parola sull'universalità del
linguaggio e dei diritti umani, e fare solo un accenno ai possibili nessi,
problema ancora in gran parte inesplorato.
Iniziamo con l'interrogarci
sull'universalità nel linguaggio. Ritengo che il modo più produttivo
per accostarsi al problema, si collochi nell'ambito della
cosiddetta "prospettiva biolinguistica", un
approccio allo studio dei linguaggio che ha cominciato a formarsi nei primi
anni '50, fortemente influenzato
dagli sviluppi allora recenti in matematica e biologia. Questo
approccio si inserisce di diritto nel più generale cambiamento di prospettiva
nello studio delle facoltà mentali,
comunemente noto come "la rivoluzione cognitiva". Più precisamente, io
credo, la si possa descrivere come una
seconda rivoluzione cognitiva, che ha riportato alla
luce e amplificato alcune importanti
intuizioni e contributi della rivoluzione cognitiva del XVII° e XVIII°
secolo, la quale è stata purtroppo dimenticata e poco divulgata.
Negli anni '50, lo studio del
linguaggio e della mente era comunemente considerato parte
delle scienze del comportamento. Come indicato dal termine
stesso, l'oggetto di indagine era il
comportamento e, in linguistica, anche i prodotti del comportamento: i testi,
e forse in alcuni casi un corpus con le produzioni di parlanti nativi.
La teoria linguistica constava di procedure di analisi quali, in primo luogo
la segmentazione e la classificazione. Le più
influenti erano quelle di Nicolai
Troubetzkoy e di Zelig Harris. Queste procedure erano guidate da pochi assunti
sulle proprietà strutturali e la loro organizzazione. L'eminente
teorico americano Martin Joos
non esagerò affatto quando, in una relazione del 1955,
definiva "svolta decisiva" l'idea che il linguaggio può "essere descritto
senza che vi sia un disegno preesistente di
ciò che il linguaggio deve essere". Gli approcci dominanti nelle
scienze del comportamento generalmente adottavano una posizione simile.
Nessuno, naturalmente, credeva nella nozione piuttosto vaga di "tabula rasa".
Ma era opinione comune che, ad eccezione di
qualche iniziale delimitazione data da alcune caratteristiche ambientali
(il concetto di "quality space"
secondo l'autorevole teoria di W. V. Quine) ciò che gli organismi,
inclusi gli esseri umani, sapevano e facevano era dovuto a meccanismi di
apprendimento indifferenziati di qualche tipo.
L'approccio biolinguistico,
insieme ad altre aree relative alle scienze cognitive, ha adottato
una prospettiva diversa, scegliendo come oggetto di indagine
non tanto il comportamento e i suoi
prodotti, ma piuttosto il sistema interno, il suo funzionamento e la sua
attività interpretativa e, a un
livello più profondo, le potenzialità insite nella nostra natura biologica
di accrescere e sviluppare questi
sistemi interni. L'obiettivo era quello di scoprire ciò che
Juan Duarte, nel XVI° secolo, descrisse
come la proprietà fondamentale dell'intelligenza umana: la capacità
della mente umana di "produrre al suo interno, per suo stesso potere, i
principi sui quali si basa la conoscenza"
—idea che ebbe sviluppi importanti negli anni successivi.
Per quanto riguarda il linguaggio, "i principi sui quali si
basa la conoscenza" sono quelli del
linguaggio interno considerato come un determinato stato cognitivo. La
conoscenza che si basa su questi
principi è molto estesa e va dal suono alla struttura, al significato. Anche
per i casi più elementari, la
conoscenza è un fatto piuttosto complesso. Prendiamo una parola che ha
attratto l'interesse degli empiristi inglesi, la parola
fiume,
intesa come una "nozione comune" e considerata parte della
nostra conoscenza innata. Thomas Hobbes pensava che i
fiumi fossero individuati cognitivamente
sulla base della loro origine. Tuttavia, anche se c'è del vero in
questa osservazione, essa non è del tutto accurata, e tocca soltanto la
superficie della nostra comprensione
intuitiva del concetto. Per esempio, il fiume Po rimarrebbe lo stesso
fiume anche in condizioni molto diverse — tra le altre, quelle in cui il corso
del fiume fosse invertito o diviso in percorsi separati che convergessero in
un altro luogo, oppure se si sostituisse
l'H20 che esso contiene con i prodotti di uno stabilimento chimico che
confluiscono in esso. Ma, con ulteriori
cambiamenti, non sarebbe più un fiume a tutti gli effetti: per esempio, se il
suo corso fosse chiuso da argini fissi e se fosse utilizzato per
spedire merci (in questo caso sarebbe un canale, e non un fiume), o se la sua
superficie si consolidasse in uno stato
vetroso a causa di qualche incomprensibile cambiamento fisico e
una linea fosse tracciata nel mezzo e
fosse utilizzato per raggiungere Venezia in auto (in questo caso
sarebbe un'autostrada).
Procedendo si incontrano molte altre complicazioni per quanto
semplici siano le parole che si prendono
in considerazione. Questi fenomeni di senso comune compromettono la coerenza
di un approccio al significato referenziale inteso come una relazione
in qualche modo mistica tra parola e
oggetto. Nel corso del XVII° e del XVIII° secolo furono sviluppate alcune
intuizioni a questo proposito a partire dal pensiero di Aristotele, ma
sono a tutt'oggi quasi dimenticate. Persino
i concetti più semplici elaborati dall'uomo appaiono completamente diversi da
qualsiasi fenomeno relativo al comportamento simbolico e comunicativo degli
animali, un problema di non poco conto per la teoria evolutiva, uno tra
molti. E i problemi si moltiplicano rapidamente quando si passa dalle singole
parole alle espressioni linguistiche.
Un obiettivo di ricerca fondamentale è determinare i principi
sui quali poggia questo tipo di conoscenza
per la più ampia varietà dei possibili linguaggi umani. Un obiettivo ancora
più alto è scoprire ciò che Huarte
ha definito "la capacità di generare" questi principi del
linguaggio interno: in altre parole, la
comune dotazione biologica che costituisce la capacità
di linguaggio dell'uomo. La capacità di
generare il linguaggio interno è il tema della
"grammatica universale", adattando un
termine tradizionale a un nuovo contesto. Le proprietà universali del
linguaggio sono, in effetti, la componente genetica della capacità di
linguaggio.
Da questo
punto di vista, il linguaggio e altri sistemi cognitivi vengono considerati, a
tutti gli effetti, come organi del nostro
corpo, e in primo luogo del cervello. Per questo devono
essere studiati secondo le procedure
utilizzate per studiare gli altri elementi che
interagiscono nella vita di un organismo:
la visione, la pianificazione del movimento, la circolazione del
sangue, ecc. Oltre ad una funzione comportamentale, gli "organi cognitivi"
riguardano attività comunemente definite
attività mentali: pensiero, pianificazione,
interpretazione, valutazione, giudizio
morale, e così via. Il comportamento e i suoi prodotti –per
esempio i testi- forniscono dati utilizzabili come indici per determinare la
natura e le origini del sistema cognitivo, ma non sono considerati
rilevanti per queste ricerche.
Un'importante
intuizione della prima rivoluzione cognitiva fu quella che stabilì che non
esiste alcun tegame di coerenza nella
questione del rapporto mente-corpo. Si tratta di una immediata
conseguenza della demolizione della "filosofia meccanica" operata da Newton e
basata sul concetto intuitivo di mondo materiale. Lo stesso Newton giudicò le
sue conclusioni un "assurdità" e cercò di
eluderle per il resto della sua vita, seguito da molti eminenti scienziati
negli anni successivi. Ma si dovette riconoscere che esse dovevano essere
accettate, nonostante la loro assurdità dal punto di vista del senso
comune. La questione mente-corpo è perciò
non formulabile. Possiamo soltanto considerare alcuni aspetti del
mondo "cosiddetto mentale" quale risultato
di "qualcosa che è una struttura organica come
lo è il cervello", come osservava il
chimico-filosofo Joseph Priestley alla fine del XVIII° secolo. Il
pensiero è una "piccola agitazione del cervello", affermò David Hume. E,
aggiunse Darwin più tardi, non c'è nessuna
ragione per la quale "essendo il pensiero una secrezione del cervello",
esso debba essere considerato "più sorprendente della gravità, una proprietà
della materia".
Nelle sua storia ormai classica del materialismo del XIX°
secolo, Friedrich Lange rilevò che Newton in effetti distrusse le dottrine
materialiste e, con esse, gli standard di comprensibilità
ad esse associate, un "punto di svolta"
nella storia del materialismo che rimuove gli ultimi
residui della dottrina, molto lontani
ormai da quelli dei "veri Materialisti" del XVII° secolo, e
li depriva di gran parte del loro
significato. Da allora, divenne parte del senso comune scientifico una
visione più modesta degli obiettivi della scienza: la conclusione riluttante
di Newton che ci si debba ritenere soddisfatti del fatto che la gravità
universale esiste anche se non possiamo spiegarla secondo i criteri di
autoevidenza della "filosofia meccanica". Come è stato osservato dagli storici
della scienza, questo spostamento intellettuale "creò le basi per una nuova
idea di scienza" il cui obiettivo non consiste nel "cercare le spiegazioni
ultime" ma piuttosto le spiegazioni teoriche migliori possibili per i fenomeni
dell'esperienza e della sperimentazione (I. Bernard Cohen).
Per la storia del pensiero è singolare rilevare come un
truismo del XVIII° secolo sia ora
comunemente presentato come una "ipotesi sorprendente", "l'ardita asserzione
che i fenomeni mentali sono
interamente naturali e causati dalle attività neurofisiologiche del
cervello", la tesi che "oggetti mentali, e certamente le menti, sono proprietà
emergenti del cervello" –per citare soltanto alcuni esempi recenti di
affermazioni da parte di scienziati e
filosofi ritenuti molto
influenti. Le formulazioni sono quasi identiche all'ammissione risalente
a due secoli fa che non esiste alternativa, una volta
che Newton aveva dimostrato che niente è una macchina -fisica o materiale che
sia, nell'unico senso logico che questo termine può avere, da allora in poi.
Un'altra intuizione importante
della prima rivoluzione cognitiva fu che le proprietà del mondo cosiddetto
mentale implicassero capacità illimitate di un organo finito, "l'uso infinito
di mezzi finiti" secondo l'espressione di Wilhelm van Humboldt. In una
prospettiva molto simile, Hume aveva riconosciuto che i nostri giudizi morali
sono illimitati per quanto riguarda il loro raggio d'azione, e devono essere
fondati su principi generali, i quali sono parte della nostra natura
anche se vanno oltre i nostri "istinti
primari". Questa affermazione colloca il problema
sollevato da Huarte in una sfera diversa,
dove possiamo trovare le tracce di quel filo sottile che collega la
ricerca degli universali cognitivi e morali.
Dalla metà del XX° secolo si sono potute affrontare queste questioni in un
modo più
sostanziale di quanto non fosse possibile farlo prima. Da allora fu possibile
comprendere con chiarezza l'esistenza di sistemi generativi finiti che hanno
una estensione illimitata, utilizzabili per
inquadrare diversamente e approfondire alcune delle questioni della tradizione
del pensiero rimaste
necessariamente nell'ombra –anche se
è
importante sottolineare che questo
ha riguardato soltanto alcuni aspetti. Humboldt ha fatto riferimento
all'uso
infinito del
linguaggio, una
cosa piuttosto diversa dall'infinita
estensione
di mezzi finiti.
Un altro fattore importante del rinnovamento che si verificò con la
rivoluzione cognitiva, è stato il lavoro degli etologi, che cominciava solo
allora ad essere divulgato, e l'interesse per "le ipotesi operative innate
presenti negli organismi subumani" e "l'a priori umano", che dovrebbero avere
verosimilmente le stesse caratteristiche
(Tinbergen, Lorenz). Anche questo modello può
essere utilizzato nello studio degli
organi cognitivi dell'uomo e della loro natura
geneticamente determinata, la quale
costruisce l'esperienza e guida il processo generale dello sviluppo,
come avviene per altri aspetti della crescita degli organismi.
Nel frattempo, i tentativi di affinare e perfezionare gli
approcci procedurali della linguistica
strutturale incontrarono serie difficoltà, rivelando ciò che risultavano
essere delle inadeguatezze
intrinseche. Divenne sempre più chiaro che anche gli elementi più semplici
non avevano la proprietà di essere
discreti (come in un filo di perle), caratteristica
fondamentale in un approccio procedurale.
Piuttosto, essi hanno un'attinenza molto più indiretta con la forma
fonetica. La loro natura e le loro proprietà sono fissate da un sistema
computazionale interno che determina
un'illimitata gamma di espressioni. Queste
espressioni, a loro volta, possono essere
considerate come "istruzioni" impartite ad altri
sistemi usati per operazioni mentali,
così come per la produzione e l'interpretazione di segnali
esterni. Anche nelle scienze del
comportamento, studi approfonditi su un presupposto meccanismo per
l'apprendimento hanno rivelato alcune inadeguatezze fondamentali, e
presto furono sollevati dubbi in queste discipline, relativamente al fatto se
fosse possibile continuare a sostenere alcuni concetti essenziali.
Per quanto riguarda il linguaggio, la conclusione naturale
sembrò essere quella di approdare
all'esistenza di un linguaggio interno avente più o meno lo stesso assetto di
una teoria scientifica: un sistema
integrato di regole e principi dai quali si possono ricavare le
espressioni del linguaggio. Il bambino
deve in qualche modo selezionare il linguaggio interno dal flusso
dell'esperienza. Si tratta di un problema simile a quello che Charles
Sanders Pierce, uno dei fondatori del
pragmatismo moderno, ha chiamato
abduzione, nelle
sue ricerche sulla natura
della scoperta scientifica. E, come per le scienze, si tratta di un
compito impossibile senza quello che Pierce definisce un
"limite sulle ipotesi ammissibili";
limite che consente di perseguire soltanto alcune teorie, e non un numero
infinito di esse,
anche se
compatibili con dati pertinenti. Nel caso del linguaggio, sembrò che la
grammatica universale dovesse imporre un modello con un sistema di regole
sufficientemente restrittivo che tenesse conto sia della produzione
"spontanea" di tutte le possibili scelte linguistiche che delle effettive
restrizioni realizzabili nel corso dell'acquisizione linguistica. Ne consegue
che il modello deve essere estremamente
articolato e specifico per i! linguaggio. "Il problema teorico più
stimolante in linguistica" fu "scoprire i principi della grammatica
universale" che "determinano la scelta
delle ipotesi", il linguaggio interno accessibile (citazione da un lavoro
del 1960).
E'
stato riconosciuto che per quanto
riguarda il linguaggio, come per gli altri organismi
biologici, un'altra sfida scientifica ancora più importante si prospetta
all'orizzonte: scoprire "le leggi che
determinano le possibili mutazioni che saranno coronate da successo e la
natura degli organismi compiessi".
Ricerche di questo tipo sembrano troppo remote per meritare tanta
attenzione, anche se alcuni dei primi lavori –per esempio quelli
sull'eliminazione della ridondanza nei
sistemi di regole- furono implicitamente guidati da questo tipo di interessi,
che riguardano direttamente il
concetto di universalità nel linguaggio: quanto più questi fattori
contribuiscono alla crescita e allo sviluppo, tanto meno si tenderà ad
attribuire alla grammatica universale proprietà specificamente linguistiche.
Negli anni che seguirono, si
sono potute conoscere molte cose sui principi specifici delle
lingue e sui principi generali
che le generano. Intorno ai primi anni 80 un sostanziale
cambiamento di prospettiva in linguistica ha impostato in modo
molto diverso le questioni fondamentali,
abbandonando la teoria linguistica imperniata sulla nozione di modello a
favore di un approccio che limitava
i possibili linguaggi interni a un insieme finito, a prescindere dalle
scelte lessicali. Questo programma di ricerca è stato molto produttivo, e ha
prodotto un'esplosione di ricerche empiriche in moltissime lingue
tipologicamente diverse. Il che ha creato
le premesse per nuovi quesiti teorici che non avrebbero potuto essere
considerati precedentemente, e permesso
di dare risposte almeno parziali, rivitalizzando aree di ricerca affini
a quelle sull' acquisizione e l'elaborazione linguistica. Un'altra conseguenza
è stata che tale cambiamento di
prospettiva ha rimosso alcune barriere concettuali che impedivano
un'indagine seria sui principi più profondi che governano la crescita e lo
sviluppo del linguaggio. Secondo questa concezione, l'acquisizione è
dissociata dai principi rigidi della grammatica universale, e non obbliga a
inferire che il modello basato sul linguaggio come facoltà innata debba essere
straordinariamente articolato e specifico, così da restringere lo spazio delle
ipotesi ammissibili. E
ciò apre nuove strade per lo studio dell'universalità nel
linguaggio.
E'
stato accertato, dalle origini
della moderna biologia, che la crescita degli organismi e la
loro evoluzione sono segnate da
limiti di struttura e di sviluppo. Questi assunti sono stati
utilizzati per spiegare numerosi problemi legati a sviluppo ed
evoluzione, dalla divisione delle cellule all'ottimizzazione della struttura e
della funzione delle reti corticali fino alla più recente scoperta di un tipo
di "struttura" che si manifesta spontaneamente nei circuiti corticali, con
insiemi di connessioni che potrebbero avere una qualche rilevanza per lo
sviluppo corticale.
Se si assume
che il linguaggio condivide alcune proprietà generali con altri sistemi
biologici, conseguentemente si dovrebbero
individuare le variabili che influenzano lo sviluppo del linguaggio in
un individuo:
(1)
Fattori genetici, argomento della grammatica universale. Questi
interpretano parte dell'ambiente in termini di esperienza linguistica, e
determinano il processo generale dello sviluppo fino all'acquisizione
definitiva del linguaggio
(2)
Esperienza, che consente variazioni entro un raggio piuttosto limitato.
(3)
Principi non specificamente connessi alla capacità linguistica
La terza variabile include i
principi inerenti a una efficiente capacità computazionale, che
sembra essere particolarmente importante per sistemi come il
linguaggio, poiché determina il carattere generale dei linguaggi ottenibili.
A questo punto la discussione
andrebbe spostata
su di un piano più
tecnico di quanto non
sia possibile fare in
questa sede, ma penso che sia corretto affermare in conclusione che c'è
stato un progresso notevole che
ha prodotto spiegazioni basate sui principi che abbiamo
indicato sopra come terza variabile. Queste spiegazioni hanno
approfondito notevolmente la questione delle proprietà specifiche che
determinano la natura del linguaggio — in una forma o in un'altra; il nocciolo
del problema nello studio del linguaggio, dalle sue origini millenni fa, sta
ora prendendo nuove forme.
La ricerca di una spiegazione
basata sui principi, lascia questioni irrisolte. E' possibile
formulare gli obiettivi piuttosto
chiaramente. Ad ogni passo in avanti verso l'obiettivo
abbiamo una visione più chiara
degli universali linguistici. Tuttavia, bisogna essere
consapevoli che ogni progresso lascia irrisolta una delle tante questioni già
poste da secoli. Una è quella di come le proprietà "cosiddette mentali" siano
collegate alla "struttura organica del
cervello" ed i misteri connessi all'uso corrente creativo e coerente del
linguaggio, un problema centrale della scienza cartesiana.
Ci spostiamo ora verso il
dominio del volere, della scelta e del giudizio, ed il sottile filo che
può stabilire un collegamento tra
ciò che sembra appartenere alla sfera della ricerca
scientifica ed i problemi fondamentali della vita umana, in particolare le
controverse questioni dei diritti umani
universali. Un modo possibile per stabilire dei collegamenti consiste nel
procedere lungo il percorso indicato dalle osservazioni di Nume, alle quali ho
accennato sopra: la sua osservazione
che la portata illimitata dei giudizi morali deve essere basata su dei
principi generali, i quali appartengono alla nostra natura, nonostante vadano
ai di là dei nostri "istinti primordiali".
Tra questi egli incluse "gli istinti naturali della specie" nei quali
trovano fondamento conoscenza e credenza.
In anni più recenti un lavoro affascinante condotto
nell'ambito della filosofia morale e delle
scienze cognitive sperimentali ha sviluppato queste idee, indagando, in
situazioni non reali ma inventate,
il radicamento delle intuizioni morali, le quali spesso hanno una natura
sorprendente. Per illustrare questo punto io utilizzerò invece un
esempio reale che ci porterà direttamente alla questione dell'universalità dei
diritti umani.
Nel 1991, un autorevole economista della Banca Mondiale
scrisse un memorandum interno
sull'inquinamento, nel quale dimostrò che la Banca avrebbe dovuto incoraggiare
la migrazione di industrie
inquinanti verso i paesi più poveri. La motivazione era che "il calcolo
dei costi per l'inquinamento che provoca
danni alla salute dipende dai guadagni mancati a
causa dell'aumento di malattie e
mortalità", perciò è logico che "l'inquinamento che causa danni alla
salute" sia dislocato nei paesi più poveri, dove la mortalità è più alta e i
salari più bassi. Altri fattori portano
alla stessa conclusione. Per esempio, al fatto che "le preoccupazioni
per l'inquinamento cosi detto estetico" "sono più sentite nei paesi ricchi
perché attaccano il benessere ". Egli mostrò in modo accurato che la logica
sottostante il
suo memorandum
era "impeccabile" e qualsiasi "argomentazione morale" o "preoccupazione
sociale" che poteva essere addotta "avrebbe potuto essere ribaltata e usata in
modo più o meno efficace contro ogni
proposta di liberalizzazione della Banca", e quindi non erano
rilevanti.
Questo memorandum fu fatto
trapelare, e causò reazioni furiose, di cui un esempio fu la
lettera che gli scrisse il Segretario per l'Ambiente
brasiliano, nella quale si diceva che "il suo
ragionamento era perfettamente logico ma
completamente insensato". Quest'ultimo fu licenziato, mentre l'autore
del memorandum divenne Segretario del Tesoro nella Presidenza Clinton e ora è
rettore dell'Università di Harvard.
La reazione fu molto forte,
seguita da risposte evasive e da smentite di cui non ci
occuperemo qui. Ciò che è rilevante ai nostri fini è
l'unanimità virtuale del giudizio morale: il ragionamento è logico ma folle.
Questo fatto merita un'attenzione maggiore, e l'analizzeremo facendo
riferimento alla storia moderna dei diritti umani.
La codifica standard dei diritti
umani in epoca moderna è la Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani (DU), adottata nel dicembre 1948 da quasi tutte
le nazioni, almeno in linea di principio.
La DU ha riscosso un consenso molto ampio e cross-culturale. Tutte le sue voci
erano da considerare come aventi lo stesso status, dai diritti contro
la tortura ai diritti socioeconomici, come quelli elencati nell'Articolo 25:
"Ognuno ha il diritto ad un livello di vita adeguato per la salute ed il
benessere proprio e della propria famiglia, che comprende cibo, abbigliamento,
casa e cure mediche, i servizi sociali necessari, ed il diritto alla sicurezza
nel caso di disoccupazione, malattia,
disabilità, vedovanza, vecchiaia o altri modi in cui si verifichi
mancanza di sussistenza e che dipendono da circostanze fuori dal proprio
controllo". Queste misure sono state confermate da convenzioni dell'Assemblea
Generale con potere di conferire
autorizzazioni, e da accordi internazionali sul diritto allo sviluppo, che si
sono espressi praticamente negli stessi termini.
Sembra perciò ragionevolmente
chiaro che questa formulazione dei diritti universali
dell'uomo rifiuta la logica
impeccabile dell'autorevole economista della Banca Mondiale, se
non proprio perché insensato,
almeno perché profondamente immorale –e questo fu, infatti,
il giudizio virtualmente
universale, quanto meno di coloro disponibili a manifestarlo
pubblicamente.
E' importante, d'altra parte,
sottolineare la parole "virtualmente". Come è ben noto, la
cultura occidentale condanna
alcune nazioni in quanto "relativiste", perché interpretano la
DU in modo selettivo, rifiutando le voci che non le aggradano.
C'è stata grande indignazione sul
relativismo asiatico o sugli inqualificabili comunisti, che si sono macchiati
di questa pratica degradante. Meno
noto è il fatto che il leader della fazione relativista è anche il
leader degli auto-dichiarati "stati
illuminati", lo stato più potente del mondo. Vediamo esempi di questo
con una frequenza quasi quotidiana, anche se "vedere" è forse la parola
sbagliata, dal momento che vediamo ma non ce ne accorgiamo.
Mi riferirò agli Stati Uniti, ma può essere fuorviante. Gli
USA possono a volte essere avanti al resto del mondo occidentale in queste
cose, ma in realtà c'è pochissima differenza, a parte la distribuzione del
potere.
Un mese fa, la stampa diede
risalto a racconti rivelatori sull'emissione del rapporto annuale
del Dipartimento di Stato sui
diritti umani nel mondo. Il portavoce alla conferenza stampa
era Paula Dobriansky, Sottosegretario di Stato per gli Affari
Globali. Lei affermò che
"promuovere i diritti umani non è solo un elemento della nostra politica
estera, ma è il pilastro
della nostra politica e il nostro interesse primario". Ma c'è qualcosa in più
da sapere in questa storia. Dobriansky era stata
Assistente del Segretario di Stato per i Diritti e Affari Umani durante
l'amministrazione Reagan e la prima amministrazione Bush e, in quella veste,
si impegnò nel dissipare quanto lei definiva "false credenze" sui diritti
umani, la più saliente delle quali era che i cosiddetti "diritti economici e
sociali" sono diritti umani. Lei denunciava i tentativi di offuscare il
discorso sui diritti umani introducendo questi falsi diritti — i quali sono
radicati nella DU, che fu elaborata su
iniziativa degli Stati Uniti — ma che il governo
americano rifiuta esplicitamente, così come
fa in modo crescente l'intero Occidente, nel quadro delle dottrine
neoliberali alle quali faceva riferimento I' autorevole economista della Banca
Mondiale.
Dovrei sottolineare che è il governo degli Stati Uniti che
rifiuta i prowedimenti della DU. La popolazione è fortemente contraria. Ne dà
un'illustrazione corrente il budget federale che è stato annunciato
recentemente, insieme a uno studio sul modo in cui è stato recepito
pubblicamente; uno studio condotto
dall'istituzione più importante nel mondo tra quelle che
si occupano di opinione pubblica. Le
persone chiedono riduzioni drastiche della spesa militare
e drastici aumenti della spesa sociale:
istruzione, ricerca medica, formazione lavoro,
conservazione dell'energia ed energia
rinnovabile, così come auspica l'aumento delle spese a
favore delle Nazioni Unite e degli aiuti
umanitari ed economici, ed il ribaltamento dei tagli delle tasse ai più
ricchi voluti da Bush. La politica del governo è esattamente il contrario di
questo, in ogni senso. Gli studi sulla opinione pubblica, che regolarmente
dimostrano questa profonda spaccatura, non sono quasi mai pubblicati, così non
soltanto la gente è esclusa dall'arena che influenza la politica, ma è anche
tenuta all'oscuro della opinione pubblica.
C'è molta preoccupazione in
ambito internazionale, e a ragione, sulle conseguenze della rapida espansione
di entrambi i deficit negli Stati Uniti, quello del commercio e quello del
bilancio. Direttamente
collegato a questi, vi è un terzo deficit: il crescente deficit di
democrazia, non solo negli Stati Uniti ma generalmente in
tutto l'Occidente. Non viene approfondito
perché ciò è gradito al mondo dei ricchi e dei potenti, che hanno tutte le
ragioni di volere che la gente sia completamente esclusa dalle scelte
del mondo politico e dal suo operato. E' questo un fattore che dovrebbe
causare grande preoccupazione, anche se non si tenesse conto delle
implicazioni per l'universalità dei diritti umani. E' troppo facile e perciò
deprimente aggiungere altri esempi,
allargandoci a tutto lo spettro dei diritti affermati nella
DU. Essi ci insegnano due cose importanti:
i giudizi morali universali, da una parte e la cultura intellettuale e
morale elitaria in cui viviamo, dall'altra, che li rifiuta in modo energico e
drastico.
Finisco con alcune osservazioni conclusive sullo scenario
attuale. E' da poco trascorso il 25° anniversario dell'assassinio
dell'arcivescovo Oscar Romero in Salvador, una "voce per coloro
che sono senza voce", e il 15° anniversario
dell'omicidio di sei gesuiti, intellettuali di primo
piano in America Latina. I due eventi
formano una cornice all'odioso decennio degli anni 80 in America
Centrale. L'arcivescovo Romero e gli intellettuali gesuiti furono assassinati
dalle forze di sicurezza armate e
addestrate da Washington —di fatto, i loro superiori o le loro
guide. Lo stesso avvenne per la gran parte
di centinaia di migliaia di altre vittime. L'arcivescovo fu assassinato
mentre stava officiando la messa, poco dopo aver scritto al Presidente Carter,
per pregarlo di non mandare aiuti alla brutale giunta militare in Salvador,
perché ciò avrebbe "rafforzato la
repressione che era stata scatenata contro le organizzazioni del popolo
che combattevano per difendere i loro diritti umani più fondamentali". Il
terrore di stato si è intensificato, sempre
con il supporto degli Stati Uniti, e con il silenzio e la complicità
del mondo occidentale. Se qualcosa di anche lontanamente simile fosse accaduto
nell'Europa orientale in quegli anni, questi eventi sarebbero noti e gli
anniversari
commemorati – senza escludere
che l'oltraggio avrebbe potuto avere come conseguenza la guerra nucleare.
Il principio discriminante è di una
chiarezza cristallina, probabilmente molto vicino a un
principio universale storico. Per il potente, i suoi stessi crimini non
esistono. Non abbiamo l'obbligo di ricordare
il doloroso destino di coloro che stavano "difendendo i loro diritti umani
più fondamentali", né coloro sui quali grava la responsabilità di queste
atrocità.
Nelle società che tengono in
considerazione la loro libertà, non sarebbe necessario
raccontare niente di tutto questo,
perché sarebbe insegnato a scuola e noto a tutti. E lo
stesso varrebbe per le atrocità che continuamente sono commesse in questo stesso
istante dalle forze militari armate e
addestrate da Washington, con il supporto degli alleati occidentali: per
esempio in Colombia, il paese che ha il ruolo di leader nell'emisfero per la
violazione dai diritti umani, e che da molti anni è il principale destinatario
dell'aiuto e dell'addestramento militare
degli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato riporta che l'anno scorso
la Colombia ha mantenuto il suo record di
uccisioni di attivisti del sindacato: una cifra superiore a quella del
resto mondo tutto insieme. Alcune settimane fa, i militari hanno fatto
irruzione nella città più importante che per
prima si era auto-dichiarata zona di pace, uccidendo uno dei suoi
fondatori ed altri, compresi bambini di 2 e 6 anni.
Pochi conoscono questi eventi,
tranne coloro che appartengono alla cerchia di chi si dedica
alla difesa dei diritti universali dell'uomo.
Ho ricordato questi pochi esempi per ricordare a noi stessi che
non siamo soltanto impegnati in seminari su principi astratti, o a discutere di
culture lontane che non siamo in grado di
comprendere. Noi stiamo parlando di noi stessi, e dei valori morali ed
intellettuali delle comunità elitarie e privilegiate in cui viviamo. Se
non ci piace ciò che vediamo quando ci
guardiamo allo specchio onestamente, abbiamo tutte le opportunità di fare
qualcosa a questo riguardo.
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