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Noam Chomsky L'universalità della natura umana

In questa lezione all'Università di Bologna, in occasione della laurea ad honorem (2005), Chomsky fa il punto su risultati e prospettive della sua pluridecennale attività di filosofo del linguaggio nonché di critico della società contemporanea, in particolare americana: linguaggio e diritti umani, sotto il segno dell'universalità.



 

LAUREA AD HONOREM
AL PROF. NOAM CHOMSKY
IN PSICOLOGIA

LEZIONE DOTTORALE

"Gli universali della natura umana"


 

Bologna, i aprile 2005 Aula Magna di Santa Lucia




Gli universali della natura umana

Occasioni come queste portano spontaneamente a ripensare alle questioni centrali e agli interessi degli anni passati – nel mio caso 50 anni di insegnamento universitario e di ricerca, insieme ad altri impegni intensi, che risalgono entrambi ad anni lontani. Nella mia esperienza personale sono stati due percorsi quasi paralleli: quasi paralleli perché si congiungono molto lontano, anche se dire esattamente in che modo essi convergano è ancora poco chiaro. Un percorso approfondisce la conoscenza del linguaggio e della mente. L'altro è guidato dall'interesse e la preoccupazione per la libertà e la giustizia – e, purtroppo, per la sopravvivenza umana, un interesse non proprio futile di questi tempi. Si suppone ci siano alcuni elementi in comune; più precisamente, ciò che il co-fondatore della moderna teoria evoluzionista, Alfred Russe! Wallace, ha chiamato "la natura intellettuale e morale dell'uomo": la capacità dell'uomo di sviluppare un'immaginazione creativa, il linguaggio e, in generale, il simbolismo, l'interpretazione e la capacità di registrare l'occorrenza di fenomeni naturali, di pratiche sociali complesse e di attività simili; un insieme di capacità che pare si siano cristallizzate piuttosto recentemente in un piccolo gruppo di individui in Africa Orientale dai quali tutti discendiamo. Le testimonianze archeologiche ci dicono che la cristallizzazione fu così rapida in termini evolutivi che qualche scienziato eminente ha definito questi eventi "il grande balzo in avanti" che ha contraddistinto nettamente gli uomini contemporanei dagli altri animali, compresi gli altri ominidi. I fondamenti della nostra natura mentale e morale rimangono in larga parte un mistero, nonostante sia quasi impossibile dubitare della loro esistenza, o del loro ruolo centrale nella nostra vita intellettiva e morale. Sono consapevole del fatto che questo sia di solito negato ma, a mio parere, non in modo convincente.

Questi argomenti sono decisamente troppo vasti per essere affrontati qui, mi limiterò così a due aspetti centrali: il linguaggio umano, considerato da molti paleoantropologi come il fattore che ha stimolato "il grande balzo in avanti"; e la nostra concezione dei diritti umani fondamentali. A mio parere, in ognuno di questi dominii dovremmo ricercare gli universali o, in altre parole, quegli elementi della nostra comune dotazione umana che conferiscono agli esseri umani le capacità cognitive specifiche e i principi che presiedono al giudizio morale.

Esiste ormai una consolidata e interessante tradizione di pensiero sulle possibili connessioni esistenti tra questi ambiti, che però rimangono di tipo speculativo e sono poco comprese. L'unico modo di procedere, per come la vedo io, è dire qualche parola sull'universalità del linguaggio e dei diritti umani, e fare solo un accenno ai possibili nessi, problema ancora in gran parte inesplorato.

Iniziamo con l'interrogarci sull'universalità nel linguaggio. Ritengo che il modo più produttivo per accostarsi al problema, si collochi nell'ambito della cosiddetta "prospettiva biolinguistica", un approccio allo studio dei linguaggio che ha cominciato a formarsi nei primi anni '50, fortemente influenzato dagli sviluppi allora recenti in matematica e biologia. Questo approccio si inserisce di diritto nel più generale cambiamento di prospettiva nello studio delle facoltà mentali, comunemente noto come "la rivoluzione cognitiva". Più precisamente, io credo, la si possa descrivere come una seconda rivoluzione cognitiva, che ha riportato alla luce e amplificato alcune importanti intuizioni e contributi della rivoluzione cognitiva del XVII° e XVIII° secolo, la quale è stata purtroppo dimenticata e poco divulgata.

Negli anni '50, lo studio del linguaggio e della mente era comunemente considerato parte delle scienze del comportamento. Come indicato dal termine stesso, l'oggetto di indagine era il comportamento e, in linguistica, anche i prodotti del comportamento: i testi, e forse in alcuni casi un corpus con le produzioni di parlanti nativi. La teoria linguistica constava di procedure di analisi quali, in primo luogo la segmentazione e la classificazione. Le più influenti erano quelle di Nicolai Troubetzkoy e di Zelig Harris. Queste procedure erano guidate da pochi assunti sulle proprietà strutturali e la loro organizzazione. L'eminente teorico americano Martin Joos non esagerò affatto quando, in una relazione del 1955, definiva "svolta decisiva" l'idea che il linguaggio può "essere descritto senza che vi sia un disegno preesistente di ciò che il linguaggio deve essere". Gli approcci dominanti nelle scienze del comportamento generalmente adottavano una posizione simile. Nessuno, naturalmente, credeva nella nozione piuttosto vaga di "tabula rasa". Ma era opinione comune che, ad eccezione di qualche iniziale delimitazione data da alcune caratteristiche ambientali (il concetto di "quality space" secondo l'autorevole teoria di W. V. Quine) ciò che gli organismi, inclusi gli esseri umani, sapevano e facevano era dovuto a meccanismi di apprendimento indifferenziati di qualche tipo.

L'approccio biolinguistico, insieme ad altre aree relative alle scienze cognitive, ha adottato una prospettiva diversa, scegliendo come oggetto di indagine non tanto il comportamento e i suoi prodotti, ma piuttosto il sistema interno, il suo funzionamento e la sua attività interpretativa e, a un livello più profondo, le potenzialità insite nella nostra natura biologica di accrescere e sviluppare questi sistemi interni. L'obiettivo era quello di scoprire ciò che Juan Duarte, nel XVI° secolo, descrisse come la proprietà fondamentale dell'intelligenza umana: la capacità della mente umana di "produrre al suo interno, per suo stesso potere, i principi sui quali si basa la conoscenza" —idea che ebbe sviluppi importanti negli anni successivi.

Per quanto riguarda il linguaggio, "i principi sui quali si basa la conoscenza" sono quelli del linguaggio interno considerato come un determinato stato cognitivo. La conoscenza che si basa su questi principi è molto estesa e va dal suono alla struttura, al significato. Anche per i casi più elementari, la conoscenza è un fatto piuttosto complesso. Prendiamo una parola che ha attratto l'interesse degli empiristi inglesi, la parola fiume, intesa come una "nozione comune" e considerata parte della nostra conoscenza innata. Thomas Hobbes pensava che i fiumi fossero individuati cognitivamente sulla base della loro origine. Tuttavia, anche se c'è del vero in questa osservazione, essa non è del tutto accurata, e tocca soltanto la superficie della nostra comprensione intuitiva del concetto. Per esempio, il fiume Po rimarrebbe lo stesso fiume anche in condizioni molto diverse — tra le altre, quelle in cui il corso del fiume fosse invertito o diviso in percorsi separati che convergessero in un altro luogo, oppure se si sostituisse l'H20 che esso contiene con i prodotti di uno stabilimento chimico che confluiscono in esso. Ma, con ulteriori cambiamenti, non sarebbe più un fiume a tutti gli effetti: per esempio, se il suo corso fosse chiuso da argini fissi e se fosse utilizzato per spedire merci (in questo caso sarebbe un canale, e non un fiume), o se la sua superficie si consolidasse in uno stato vetroso a causa di qualche incomprensibile cambiamento fisico e una linea fosse tracciata nel mezzo e fosse utilizzato per raggiungere Venezia in auto (in questo caso sarebbe un'autostrada).

Procedendo si incontrano molte altre complicazioni per quanto semplici siano le parole che si prendono in considerazione. Questi fenomeni di senso comune compromettono la coerenza di un approccio al significato referenziale inteso come una relazione in qualche modo mistica tra parola e oggetto. Nel corso del XVII° e del XVIII° secolo furono sviluppate alcune intuizioni a questo proposito a partire dal pensiero di Aristotele, ma sono a tutt'oggi quasi dimenticate. Persino i concetti più semplici elaborati dall'uomo appaiono completamente diversi da qualsiasi fenomeno relativo al comportamento simbolico e comunicativo degli animali, un problema di non poco conto per la teoria evolutiva, uno tra molti. E i problemi si moltiplicano rapidamente quando si passa dalle singole parole alle espressioni linguistiche.
 

Un obiettivo di ricerca fondamentale è determinare i principi sui quali poggia questo tipo di conoscenza per la più ampia varietà dei possibili linguaggi umani. Un obiettivo ancora più alto è scoprire ciò che Huarte ha definito "la capacità di generare" questi principi del linguaggio interno: in altre parole, la comune dotazione biologica che costituisce la capacità di linguaggio dell'uomo. La capacità di generare il linguaggio interno è il tema della "grammatica universale", adattando un termine tradizionale a un nuovo contesto. Le proprietà universali del linguaggio sono, in effetti, la componente genetica della capacità di linguaggio.

Da questo punto di vista, il linguaggio e altri sistemi cognitivi vengono considerati, a tutti gli effetti, come organi del nostro corpo, e in primo luogo del cervello. Per questo devono essere studiati secondo le procedure utilizzate per studiare gli altri elementi che interagiscono nella vita di un organismo: la visione, la pianificazione del movimento, la circolazione del sangue, ecc. Oltre ad una funzione comportamentale, gli "organi cognitivi" riguardano attività comunemente definite attività mentali: pensiero, pianificazione, interpretazione, valutazione, giudizio morale, e così via. Il comportamento e i suoi prodotti –per esempio i testi- forniscono dati utilizzabili come indici per determinare la natura e le origini del sistema cognitivo, ma non sono considerati rilevanti per queste ricerche.

Un'importante intuizione della prima rivoluzione cognitiva fu quella che stabilì che non esiste alcun tegame di coerenza nella questione del rapporto mente-corpo. Si tratta di una immediata conseguenza della demolizione della "filosofia meccanica" operata da Newton e basata sul concetto intuitivo di mondo materiale. Lo stesso Newton giudicò le sue conclusioni un "assurdità" e cercò di eluderle per il resto della sua vita, seguito da molti eminenti scienziati negli anni successivi. Ma si dovette riconoscere che esse dovevano essere accettate, nonostante la loro assurdità dal punto di vista del senso comune. La questione mente-corpo è perciò non formulabile. Possiamo soltanto considerare alcuni aspetti del mondo "cosiddetto mentale" quale risultato di "qualcosa che è una struttura organica come lo è il cervello", come osservava il chimico-filosofo Joseph Priestley alla fine del XVIII° secolo. Il pensiero è una "piccola agitazione del cervello", affermò David Hume. E, aggiunse Darwin più tardi, non c'è nessuna ragione per la quale "essendo il pensiero una secrezione del cervello", esso debba essere considerato "più sorprendente della gravità, una proprietà della materia".

Nelle sua storia ormai classica del materialismo del XIX° secolo, Friedrich Lange rilevò che Newton in effetti distrusse le dottrine materialiste e, con esse, gli standard di comprensibilità ad esse associate, un "punto di svolta" nella storia del materialismo che rimuove gli ultimi residui della dottrina, molto lontani ormai da quelli dei "veri Materialisti" del XVII° secolo, e li depriva di gran parte del loro significato. Da allora, divenne parte del senso comune scientifico una visione più modesta degli obiettivi della scienza: la conclusione riluttante di Newton che ci si debba ritenere soddisfatti del fatto che la gravità universale esiste anche se non possiamo spiegarla secondo i criteri di autoevidenza della "filosofia meccanica". Come è stato osservato dagli storici della scienza, questo spostamento intellettuale "creò le basi per una nuova idea di scienza" il cui obiettivo non consiste nel "cercare le spiegazioni ultime" ma piuttosto le spiegazioni teoriche migliori possibili per i fenomeni dell'esperienza e della sperimentazione (I. Bernard Cohen).

Per la storia del pensiero è singolare rilevare come un truismo del XVIII° secolo sia ora comunemente presentato come una "ipotesi sorprendente", "l'ardita asserzione che i fenomeni mentali sono interamente naturali e causati dalle attività neurofisiologiche del cervello", la tesi che "oggetti mentali, e certamente le menti, sono proprietà emergenti del cervello" –per citare soltanto alcuni esempi recenti di affermazioni da parte di scienziati e filosofi ritenuti molto influenti. Le formulazioni sono quasi identiche all'ammissione risalente a due secoli fa che non esiste alternativa, una volta che Newton aveva dimostrato che niente è una macchina -fisica o materiale che sia, nell'unico senso logico che questo termine può avere, da allora in poi.

Un'altra intuizione importante della prima rivoluzione cognitiva fu che le proprietà del mondo cosiddetto mentale implicassero capacità illimitate di un organo finito, "l'uso infinito di mezzi finiti" secondo l'espressione di Wilhelm van Humboldt. In una prospettiva molto simile, Hume aveva riconosciuto che i nostri giudizi morali sono illimitati per quanto riguarda il loro raggio d'azione, e devono essere fondati su principi generali, i quali sono parte della nostra natura anche se vanno oltre i nostri "istinti primari". Questa affermazione colloca il problema sollevato da Huarte in una sfera diversa, dove possiamo trovare le tracce di quel filo sottile che collega la ricerca degli universali cognitivi e morali.

Dalla metà del XX° secolo si sono potute affrontare queste questioni in un modo più sostanziale di quanto non fosse possibile farlo prima. Da allora fu possibile comprendere con chiarezza l'esistenza di sistemi generativi finiti che hanno una estensione illimitata, utilizzabili per inquadrare diversamente e approfondire alcune delle questioni della tradizione del pensiero rimaste necessariamente nell'ombra –anche se è importante sottolineare che questo ha riguardato soltanto alcuni aspetti. Humboldt ha fatto riferimento all'uso infinito del linguaggio, una cosa piuttosto diversa dall'infinita estensione di mezzi finiti. Un altro fattore importante del rinnovamento che si verificò con la rivoluzione cognitiva, è stato il lavoro degli etologi, che cominciava solo allora ad essere divulgato, e l'interesse per "le ipotesi operative innate presenti negli organismi subumani" e "l'a priori umano", che dovrebbero avere verosimilmente le stesse caratteristiche (Tinbergen, Lorenz). Anche questo modello può essere utilizzato nello studio degli organi cognitivi dell'uomo e della loro natura geneticamente determinata, la quale costruisce l'esperienza e guida il processo generale dello sviluppo, come avviene per altri aspetti della crescita degli organismi.

Nel frattempo, i tentativi di affinare e perfezionare gli approcci procedurali della linguistica strutturale incontrarono serie difficoltà, rivelando ciò che risultavano essere delle inadeguatezze intrinseche. Divenne sempre più chiaro che anche gli elementi più semplici non avevano la proprietà di essere discreti (come in un filo di perle), caratteristica fondamentale in un approccio procedurale. Piuttosto, essi hanno un'attinenza molto più indiretta con la forma fonetica. La loro natura e le loro proprietà sono fissate da un sistema computazionale interno che determina un'illimitata gamma di espressioni. Queste espressioni, a loro volta, possono essere considerate come "istruzioni" impartite ad altri sistemi usati per operazioni mentali, così come per la produzione e l'interpretazione di segnali esterni. Anche nelle scienze del comportamento, studi approfonditi su un presupposto meccanismo per l'apprendimento hanno rivelato alcune inadeguatezze fondamentali, e presto furono sollevati dubbi in queste discipline, relativamente al fatto se fosse possibile continuare a sostenere alcuni concetti essenziali.

Per quanto riguarda il linguaggio, la conclusione naturale sembrò essere quella di approdare all'esistenza di un linguaggio interno avente più o meno lo stesso assetto di una teoria scientifica: un sistema integrato di regole e principi dai quali si possono ricavare le espressioni del linguaggio. Il bambino deve in qualche modo selezionare il linguaggio interno dal flusso dell'esperienza. Si tratta di un problema simile a quello che Charles Sanders Pierce, uno dei fondatori del pragmatismo moderno, ha chiamato abduzione, nelle sue ricerche sulla natura della scoperta scientifica. E, come per le scienze, si tratta di un compito impossibile senza quello che Pierce definisce un "limite sulle ipotesi ammissibili";
 

limite che consente di perseguire soltanto alcune teorie, e non un numero infinito di esse, anche se compatibili con dati pertinenti. Nel caso del linguaggio, sembrò che la grammatica universale dovesse imporre un modello con un sistema di regole sufficientemente restrittivo che tenesse conto sia della produzione "spontanea" di tutte le possibili scelte linguistiche che delle effettive restrizioni realizzabili nel corso dell'acquisizione linguistica. Ne consegue che il modello deve essere estremamente articolato e specifico per i! linguaggio. "Il problema teorico più stimolante in linguistica" fu "scoprire i principi della grammatica universale" che "determinano la scelta delle ipotesi", il linguaggio interno accessibile (citazione da un lavoro del 1960).

E' stato riconosciuto che per quanto riguarda il linguaggio, come per gli altri organismi biologici, un'altra sfida scientifica ancora più importante si prospetta all'orizzonte: scoprire "le leggi che determinano le possibili mutazioni che saranno coronate da successo e la natura degli organismi compiessi". Ricerche di questo tipo sembrano troppo remote per meritare tanta attenzione, anche se alcuni dei primi lavori –per esempio quelli sull'eliminazione della ridondanza nei sistemi di regole- furono implicitamente guidati da questo tipo di interessi, che riguardano direttamente il concetto di universalità nel linguaggio: quanto più questi fattori contribuiscono alla crescita e allo sviluppo, tanto meno si tenderà ad attribuire alla grammatica universale proprietà specificamente linguistiche.

Negli anni che seguirono, si sono potute conoscere molte cose sui principi specifici delle lingue e sui principi generali che le generano. Intorno ai primi anni 80 un sostanziale cambiamento di prospettiva in linguistica ha impostato in modo molto diverso le questioni fondamentali, abbandonando la teoria linguistica imperniata sulla nozione di modello a favore di un approccio che limitava i possibili linguaggi interni a un insieme finito, a prescindere dalle scelte lessicali. Questo programma di ricerca è stato molto produttivo, e ha prodotto un'esplosione di ricerche empiriche in moltissime lingue tipologicamente diverse. Il che ha creato le premesse per nuovi quesiti teorici che non avrebbero potuto essere considerati precedentemente, e permesso di dare risposte almeno parziali, rivitalizzando aree di ricerca affini a quelle sull' acquisizione e l'elaborazione linguistica. Un'altra conseguenza è stata che tale cambiamento di prospettiva ha rimosso alcune barriere concettuali che impedivano un'indagine seria sui principi più profondi che governano la crescita e lo sviluppo del linguaggio. Secondo questa concezione, l'acquisizione è dissociata dai principi rigidi della grammatica universale, e non obbliga a inferire che il modello basato sul linguaggio come facoltà innata debba essere straordinariamente articolato e specifico, così da restringere lo spazio delle ipotesi ammissibili. E ciò apre nuove strade per lo studio dell'universalità nel linguaggio.

E' stato accertato, dalle origini della moderna biologia, che la crescita degli organismi e la loro evoluzione sono segnate da limiti di struttura e di sviluppo. Questi assunti sono stati utilizzati per spiegare numerosi problemi legati a sviluppo ed evoluzione, dalla divisione delle cellule all'ottimizzazione della struttura e della funzione delle reti corticali fino alla più recente scoperta di un tipo di "struttura" che si manifesta spontaneamente nei circuiti corticali, con insiemi di connessioni che potrebbero avere una qualche rilevanza per lo sviluppo corticale.

Se si assume che il linguaggio condivide alcune proprietà generali con altri sistemi biologici, conseguentemente si dovrebbero individuare le variabili che influenzano lo sviluppo del linguaggio in un individuo:

 

(1)          Fattori genetici, argomento della grammatica universale. Questi interpretano parte dell'ambiente in termini di esperienza linguistica, e determinano il processo generale dello sviluppo fino all'acquisizione definitiva del linguaggio

(2)      Esperienza, che consente variazioni entro un raggio piuttosto limitato.

(3)      Principi non specificamente connessi alla capacità linguistica

La terza variabile include i principi inerenti a una efficiente capacità computazionale, che sembra essere particolarmente importante per sistemi come il linguaggio, poiché determina il carattere generale dei linguaggi ottenibili.

A questo punto la discussione andrebbe spostata su di un piano più tecnico di quanto non sia possibile fare in questa sede, ma penso che sia corretto affermare in conclusione che c'è stato un progresso notevole che ha prodotto spiegazioni basate sui principi che abbiamo indicato sopra come terza variabile. Queste spiegazioni hanno approfondito notevolmente la questione delle proprietà specifiche che determinano la natura del linguaggio — in una forma o in un'altra; il nocciolo del problema nello studio del linguaggio, dalle sue origini millenni fa, sta ora prendendo nuove forme.

La ricerca di una spiegazione basata sui principi, lascia questioni irrisolte. E' possibile formulare gli obiettivi piuttosto chiaramente. Ad ogni passo in avanti verso l'obiettivo abbiamo una visione più chiara degli universali linguistici. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che ogni progresso lascia irrisolta una delle tante questioni già poste da secoli. Una è quella di come le proprietà "cosiddette mentali" siano collegate alla "struttura organica del cervello" ed i misteri connessi all'uso corrente creativo e coerente del linguaggio, un problema centrale della scienza cartesiana.

Ci spostiamo ora verso il dominio del volere, della scelta e del giudizio, ed il sottile filo che può stabilire un collegamento tra ciò che sembra appartenere alla sfera della ricerca scientifica ed i problemi fondamentali della vita umana, in particolare le controverse questioni dei diritti umani universali. Un modo possibile per stabilire dei collegamenti consiste nel procedere lungo il percorso indicato dalle osservazioni di Nume, alle quali ho accennato sopra: la sua osservazione che la portata illimitata dei giudizi morali deve essere basata su dei principi generali, i quali appartengono alla nostra natura, nonostante vadano ai di là dei nostri "istinti primordiali". Tra questi egli incluse "gli istinti naturali della specie" nei quali trovano fondamento conoscenza e credenza.

In anni più recenti un lavoro affascinante condotto nell'ambito della filosofia morale e delle scienze cognitive sperimentali ha sviluppato queste idee, indagando, in situazioni non reali ma inventate, il radicamento delle intuizioni morali, le quali spesso hanno una natura sorprendente. Per illustrare questo punto io utilizzerò invece un esempio reale che ci porterà direttamente alla questione dell'universalità dei diritti umani.

Nel 1991, un autorevole economista della Banca Mondiale scrisse un memorandum interno sull'inquinamento, nel quale dimostrò che la Banca avrebbe dovuto incoraggiare la migrazione di industrie inquinanti verso i paesi più poveri. La motivazione era che "il calcolo dei costi per l'inquinamento che provoca danni alla salute dipende dai guadagni mancati a causa dell'aumento di malattie e mortalità", perciò è logico che "l'inquinamento che causa danni alla salute" sia dislocato nei paesi più poveri, dove la mortalità è più alta e i salari più bassi. Altri fattori portano alla stessa conclusione. Per esempio, al fatto che "le preoccupazioni per l'inquinamento cosi detto estetico" "sono più sentite nei paesi ricchi perché attaccano il benessere ". Egli mostrò in modo accurato che la logica sottostante il suo memorandum era "impeccabile" e qualsiasi "argomentazione morale" o "preoccupazione sociale" che poteva essere addotta "avrebbe potuto essere ribaltata e usata in modo più o meno efficace contro ogni proposta di liberalizzazione della Banca", e quindi non erano rilevanti.

Questo memorandum fu fatto trapelare, e causò reazioni furiose, di cui un esempio fu la lettera che gli scrisse il Segretario per l'Ambiente brasiliano, nella quale si diceva che "il suo ragionamento era perfettamente logico ma completamente insensato". Quest'ultimo fu licenziato, mentre l'autore del memorandum divenne Segretario del Tesoro nella Presidenza Clinton e ora è rettore dell'Università di Harvard.

La reazione fu molto forte, seguita da risposte evasive e da smentite di cui non ci occuperemo qui. Ciò che è rilevante ai nostri fini è l'unanimità virtuale del giudizio morale: il ragionamento è logico ma folle. Questo fatto merita un'attenzione maggiore, e l'analizzeremo facendo riferimento alla storia moderna dei diritti umani.

La codifica standard dei diritti umani in epoca moderna è la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DU), adottata nel dicembre 1948 da quasi tutte le nazioni, almeno in linea di principio. La DU ha riscosso un consenso molto ampio e cross-culturale. Tutte le sue voci erano da considerare come aventi lo stesso status, dai diritti contro la tortura ai diritti socioeconomici, come quelli elencati nell'Articolo 25: "Ognuno ha il diritto ad un livello di vita adeguato per la salute ed il benessere proprio e della propria famiglia, che comprende cibo, abbigliamento, casa e cure mediche, i servizi sociali necessari, ed il diritto alla sicurezza nel caso di disoccupazione, malattia, disabilità, vedovanza, vecchiaia o altri modi in cui si verifichi mancanza di sussistenza e che dipendono da circostanze fuori dal proprio controllo". Queste misure sono state confermate da convenzioni dell'Assemblea Generale con potere di conferire autorizzazioni, e da accordi internazionali sul diritto allo sviluppo, che si sono espressi praticamente negli stessi termini.

Sembra perciò ragionevolmente chiaro che questa formulazione dei diritti universali dell'uomo rifiuta la logica impeccabile dell'autorevole economista della Banca Mondiale, se non proprio perché insensato, almeno perché profondamente immorale –e questo fu, infatti, il giudizio virtualmente universale, quanto meno di coloro disponibili a manifestarlo pubblicamente.

E' importante, d'altra parte, sottolineare la parole "virtualmente". Come è ben noto, la cultura occidentale condanna alcune nazioni in quanto "relativiste", perché interpretano la DU in modo selettivo, rifiutando le voci che non le aggradano. C'è stata grande indignazione sul relativismo asiatico o sugli inqualificabili comunisti, che si sono macchiati di questa pratica degradante. Meno noto è il fatto che il leader della fazione relativista è anche il leader degli auto-dichiarati "stati illuminati", lo stato più potente del mondo. Vediamo esempi di questo con una frequenza quasi quotidiana, anche se "vedere" è forse la parola sbagliata, dal momento che vediamo ma non ce ne accorgiamo.

Mi riferirò agli Stati Uniti, ma può essere fuorviante. Gli USA possono a volte essere avanti al resto del mondo occidentale in queste cose, ma in realtà c'è pochissima differenza, a parte la distribuzione del potere.

Un mese fa, la stampa diede risalto a racconti rivelatori sull'emissione del rapporto annuale del Dipartimento di Stato sui diritti umani nel mondo. Il portavoce alla conferenza stampa era Paula Dobriansky, Sottosegretario di Stato per gli Affari Globali. Lei affermò che "promuovere i diritti umani non è solo un elemento della nostra politica estera, ma è il pilastro della nostra politica e il nostro interesse primario". Ma c'è qualcosa in più da sapere in questa storia. Dobriansky era stata Assistente del Segretario di Stato per i Diritti e Affari Umani durante l'amministrazione Reagan e la prima amministrazione Bush e, in quella veste, si impegnò nel dissipare quanto lei definiva "false credenze" sui diritti umani, la più saliente delle quali era che i cosiddetti "diritti economici e sociali" sono diritti umani. Lei denunciava i tentativi di offuscare il discorso sui diritti umani introducendo questi falsi diritti — i quali sono radicati nella DU, che fu elaborata su iniziativa degli Stati Uniti — ma che il governo americano rifiuta esplicitamente, così come fa in modo crescente l'intero Occidente, nel quadro delle dottrine neoliberali alle quali faceva riferimento I' autorevole economista della Banca Mondiale.

Dovrei sottolineare che è il governo degli Stati Uniti che rifiuta i prowedimenti della DU. La popolazione è fortemente contraria. Ne dà un'illustrazione corrente il budget federale che è stato annunciato recentemente, insieme a uno studio sul modo in cui è stato recepito pubblicamente; uno studio condotto dall'istituzione più importante nel mondo tra quelle che si occupano di opinione pubblica. Le persone chiedono riduzioni drastiche della spesa militare e drastici aumenti della spesa sociale: istruzione, ricerca medica, formazione lavoro, conservazione dell'energia ed energia rinnovabile, così come auspica l'aumento delle spese a favore delle Nazioni Unite e degli aiuti umanitari ed economici, ed il ribaltamento dei tagli delle tasse ai più ricchi voluti da Bush. La politica del governo è esattamente il contrario di questo, in ogni senso. Gli studi sulla opinione pubblica, che regolarmente dimostrano questa profonda spaccatura, non sono quasi mai pubblicati, così non soltanto la gente è esclusa dall'arena che influenza la politica, ma è anche tenuta all'oscuro della opinione pubblica.

C'è molta preoccupazione in ambito internazionale, e a ragione, sulle conseguenze della rapida espansione di entrambi i deficit negli Stati Uniti, quello del commercio e quello del bilancio. Direttamente collegato a questi, vi è un terzo deficit: il crescente deficit di democrazia, non solo negli Stati Uniti ma generalmente in tutto l'Occidente. Non viene approfondito perché ciò è gradito al mondo dei ricchi e dei potenti, che hanno tutte le ragioni di volere che la gente sia completamente esclusa dalle scelte del mondo politico e dal suo operato. E' questo un fattore che dovrebbe causare grande preoccupazione, anche se non si tenesse conto delle implicazioni per l'universalità dei diritti umani. E' troppo facile e perciò deprimente aggiungere altri esempi, allargandoci a tutto lo spettro dei diritti affermati nella DU. Essi ci insegnano due cose importanti: i giudizi morali universali, da una parte e la cultura intellettuale e morale elitaria in cui viviamo, dall'altra, che li rifiuta in modo energico e drastico.

Finisco con alcune osservazioni conclusive sullo scenario attuale. E' da poco trascorso il 25° anniversario dell'assassinio dell'arcivescovo Oscar Romero in Salvador, una "voce per coloro che sono senza voce", e il 15° anniversario dell'omicidio di sei gesuiti, intellettuali di primo piano in America Latina. I due eventi formano una cornice all'odioso decennio degli anni 80 in America Centrale. L'arcivescovo Romero e gli intellettuali gesuiti furono assassinati dalle forze di sicurezza armate e addestrate da Washington —di fatto, i loro superiori o le loro guide. Lo stesso avvenne per la gran parte di centinaia di migliaia di altre vittime. L'arcivescovo fu assassinato mentre stava officiando la messa, poco dopo aver scritto al Presidente Carter, per pregarlo di non mandare aiuti alla brutale giunta militare in Salvador, perché ciò avrebbe "rafforzato la repressione che era stata scatenata contro le organizzazioni del popolo che combattevano per difendere i loro diritti umani più fondamentali". Il terrore di stato si è intensificato, sempre con il supporto degli Stati Uniti, e con il silenzio e la complicità del mondo occidentale. Se qualcosa di anche lontanamente simile fosse accaduto nell'Europa orientale in quegli anni, questi eventi sarebbero noti e gli anniversari

commemorati – senza escludere che l'oltraggio avrebbe potuto avere come conseguenza la guerra nucleare.

Il principio discriminante è di una chiarezza cristallina, probabilmente molto vicino a un principio universale storico. Per il potente, i suoi stessi crimini non esistono. Non abbiamo l'obbligo di ricordare il doloroso destino di coloro che stavano "difendendo i loro diritti umani più fondamentali", né coloro sui quali grava la responsabilità di queste atrocità.

Nelle società che tengono in considerazione la loro libertà, non sarebbe necessario raccontare niente di tutto questo, perché sarebbe insegnato a scuola e noto a tutti. E lo stesso varrebbe per le atrocità che continuamente sono commesse in questo stesso istante dalle forze militari armate e addestrate da Washington, con il supporto degli alleati occidentali: per esempio in Colombia, il paese che ha il ruolo di leader nell'emisfero per la violazione dai diritti umani, e che da molti anni è il principale destinatario dell'aiuto e dell'addestramento militare degli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato riporta che l'anno scorso la Colombia ha mantenuto il suo record di uccisioni di attivisti del sindacato: una cifra superiore a quella del resto mondo tutto insieme. Alcune settimane fa, i militari hanno fatto irruzione nella città più importante che per prima si era auto-dichiarata zona di pace, uccidendo uno dei suoi fondatori ed altri, compresi bambini di 2 e 6 anni.

Pochi conoscono questi eventi, tranne coloro che appartengono alla cerchia di chi si dedica alla difesa dei diritti universali dell'uomo.

Ho ricordato questi pochi esempi per ricordare a noi stessi che non siamo soltanto impegnati in seminari su principi astratti, o a discutere di culture lontane che non siamo in grado di comprendere. Noi stiamo parlando di noi stessi, e dei valori morali ed intellettuali delle comunità elitarie e privilegiate in cui viviamo. Se non ci piace ciò che vediamo quando ci guardiamo allo specchio onestamente, abbiamo tutte le opportunità di fare qualcosa a questo riguardo.