|
L'ORFEO RINASCIMENTALE
Cenni su Orfeo e
sull'Orfismo
Orfeo fu un mitico poeta tracio. A lui si ricollegò quel movimento religioso
misterico detto dal suo nome «orfico».
Già nel VI secolo a.C. questo poeta-profeta era detto «Orfeo dal nome famoso».
Nella genealogia dei Profeti, Orfeo, secondo lo stesso Ficino, fu successore di
Ermete Trismegisto e molto vicino a questi. Pitagora si ricollega mediamente a
Orfeo. Platone avrebbe tratto la sua dottrina da Ermete e da Orfeo. E così
Ermete, Orfeo e Platone vennero collegati in un nesso che costituisce la chiave
di volta che sorregge la costruzione dell'intero Platonismo rinascimentale, il
quale, di conseguenza, risulta completamente diverso dal Platonismo medievale.
Rispetto al Corpus Hermeticum e agli Oracoli Caldaici l'Orfismo rappresenta una
tradizione assai più antica, da cui furono influenzati Pitagora e Platone,
soprattutto per quanto concerne la dottrina della metempsicosi. Ma in realtà,
moltissimi dei documenti che ci sono pervenuti come orfici sono falsificazioni
posteriori, nate in età ellenistico -imperiale.
Gli Inni Orfici
Il Rinascimento ha conosciuto soprattutto gli Inni Orfici. Questi Inni, nelle
attuali edizioni, sono in numero di ottantasette, più un proemio. Sono dedicati
a varie divinità, e risultano distribuiti secondo un preciso ordine concettuale.
Accanto a dottrine risalenti
all'Orfismo originario, contengono dottrine stoiche e dottrine provenienti
dall'ambiente filosofico-teologico alessandrino, quindi sono sicuramente di
tarda composizione, scritti con ogni probabilità fra il II e il III secolo dopo
Cristo.
Forse gli Inni, singolarmente o per gruppi, sono stati composti in tempi
differenti, ma, in ogni caso, colui che li ha riuntiti insieme ha seguito un
certo criterio coerente, tanto è vero che si comincia con l'inno Profumo di
Prothyraia, soccorritrice nelle doglie, ossia nelle nascite, e si termina con
l'inno Profumo di morte, e dunque inizia con l'immagine simbolica del principio
della vita e finisce con l'immagine simbolica della morte.
Scrive Gabriella Ricciardelli: «Ormai è opinione generale che la patria degli
Inni sia l'Asia Minore, che con le sue isole è il vero centro del culto
dionisiaco in età imperiale. [.. .] Con Dietrich si è giustamente affermata
l'idea che questi inni siano stati composti e raccolti per i riti religiosi di
una società di culto: dopo di lui l'idea di un libro d'uso liturgico è stata
accettata più o meno da tutti gli studiosi. Questi inni presentano infatti un
carattere precisamente rituale: sono preceduti dal profumo da bruciare e si
concludono con l'invito alla divinità invocata affinché venga presso chi
l'invoca».
Gli Inni erano dunque un vero e proprio libro di culto, che veniva presentato
come opera di Orfeo da una associazione religiosa che onorava in particolare
Dioniso e molte delle divinità a lui strettamente collegate.
Il fatto che nei titoli stessi degli Inni sia presente per lo più la parola
thymiama, «profumo» (Profumo di Prothyraia, Profumo di Notte, Profumo di Cielo,
Profumo di Etere, Profumo di Protogeno, Profumo degli Astri, Profumo a Sole,
Profumo a Luna, Profumo di Natura, Profumo di Pan, Profumo di Eracle, Profumo di
Crono, Profumo di Rea, Profumo di Zeus, Profumo di Era, Profuno di Posidone, e
così di seguito), è particolarmente significativo per intendere la loro funzione
di rito. Infatti è un onore per gli Dei l'offerta del profumo loro gradito,
perché ha con loro nessi di carattere simpatetico.
I Rinascimentali li ritennero autentici, e come tali li utilizzarono. Ficino
cantava questi Inni per procacciarsi l'influsso benefico delle stelle.
II primo Inno e il suo significato emblematico
Leggiamo il primo degli Inni, che è particolarmente significativo, e fa ben
comprendere il clima particolare della forma e del tipo particolare di culti in
cui rientravano, degli Dei cui sono rivolti, nonché dei loro contenuti. Esso è
presentato come un dono di Orfeo stesso a Museo con l'esortazione: «Usali
felicemente, amico».
Apprendi, Museo, il rito venerando,
la preghiera migliore di tutte.
Zeus re e Terra e sante fiamme celesti
del Sole, e sacro splendore di Mene e Astri tutti;
e tu, Posidone che sostieni la terra, dalla chioma turchina,
e Persefone santa e
Demetra dagli splendidi frutti
e Artemide saettatrice, fanciulla, e Febo invocato con grida,
che abiti il sacro
suolo di Delfi; e tu che grandissime
prerogative hai fra i beati, Dioniso
danzante;
e Ares dall'animo fiero e santa forza di Efesto
e dea nata dalla
spuma, cui son toccati doni gloriosi;
e tu, re di sotterra, demone affatto
straordinario,
e Giovinezza e Ritta e nobile forza di Eracle;
il grande
vantaggio di Rettitudine e di Pietà
invoco e le Ninfe illustri e Pan grandissimo
e Era sposa fiorente di Zeus che tiene l'egida,
e Memoria amabile e le sante
nove Muse
chiamo, e le Grazie e le Stagioni e l'Anno
e Leto dalla bella chioma, Tea e Dione venerabile
e i Cureti in anni e i
Coribanti e i Cabiri
e insieme i grandi Salvatori, immortali figli di Zeus,
e gli Dei dell'Ida e il
messaggero dei Celesti,
Ermes saldo, e Temi, vaticinatrice per gli uomini,
e Notte antichissima chiamo e Giorno apportatore di luce,
e Lealtà e Giustizia e
l'irreprensibile Legislatrice,
e Rea e Crono e Tethys dal peplo scuro
e il grande Oceano, e insieme le figlie d'Oceano
e la forza molto soverchiante di Atlante e di Aion
e Tempo che sempre scorre e l'acqua splendente di Stige
e gli Dei miti, e tra loro la buona Provvidenza
e il Demone santo e il Demone rovinoso per i mortali,
i Demoni del cielo e dell'aria e dell'acqua
e della terra e di sotto terra e che abitano il fuoco,
e Semele e tutti i partecipanti alle feste di Bacco,
e Ino Leucotea e Palemone
che rende felici
e Vittoria dal dolce suono e Adrastea signora
e il grande re
Asclepio che dà lenimenti
e Pallade fanciulla che suscita la battaglia, e tutti i Venti
e i Tuoni e le parti dei condotti del cosmo delle quattro colonne
e la Madre degli immortali, Attis e Men invoco
e la dea Urania, e insieme l'immortale santo Adonis
e Principio e Fine — infatti per tutti è il più, grande
perché vengono benevoli con cuore lieto
a questo sacro rito e alla libagione santa.
Conclusioni
Se non si tengono presenti tutti i fattori fin qui richiamati, sfugge ogni
possibilità di cogliere il significato dell'impostazione
metafisico-teologico-magica della dottrina dell'Accademia fiorentina e di larga
parte del pensiero del XV e XVI secolo.
A tutto questo si aggiunga inoltre la cospicua autorità guadagnata dallo pseudo
Dionigi Areopagita, già assai
apprezzato nel Medioevo, ma ora riletto con altri interessi (anche dei suoi
scritti Ficino fornì una traduzione latina).
Pseudo
Dionigi Areopagita
Questo autore — ricordiamolo — non
è il santo convertito da Paolo ad Atene, ma un tardo autore neoplatonico. E
anche questa falsificazione contribuì a creare quel particolare clima
di cui si
è detto.
|