|
Platone
Platone condanna
la poesia comica perché porta a ridere a dismisura di atteggiamenti buffoneschi
che sono invece da condannare. (Dioniso che assiste alle esibizioni di acrobati
e attori, vaso greco, IV sec. a. C.)

Condanna dell'arte
imitativa
La filosofia è una vita Ğda svegliğ, esige l'abbandono di ogni illusione
sulla realtà delle ombre che ci appaiono nel mondo sensibile. L'arte imitativa è
invece attaccata a questa illusione; di qui la condanna che Platone pronuncia su
di essa nel X della Repubblica. E difatti l'imitazione, per esempio quella della
pittura, si ferma all'apparenza degli oggetti; li rappresenta diversi nelle
diverse prospettive mentre sono gli stessi, e non riproduce che una piccola
parte della stessa apparenza, sicché non riesce ad ingannare che i ragazzi e gli
sciocchi. Ciò accade perché essa prescinde completamente dal calcolo e dalla
misura dei quali ci serviamo per correggere le illusioni dei sensi. Questi ci
fanno apparire gli stessi oggetti ora spezzati ora diritti a seconda che si
guardino dentro o fuori dell'acqua, e concavi o convessi, grandi o piccoli,
pesanti o leggeri, per altre illusioni. Noi vinciamo codeste illusioni
ricorrendo alla parte superiore dell'anima, che interviene a misurare, a
calcolare, a pesare. Ma l'imitazione, che rinuncia a queste operazioni, si
rivolge esclusivamente alla parte inferiore dell'anima, che è la più lontana
dalla saggezza. La stessa cosa fa la poesia. Questa stimola la parte emotiva
dell'anima, quella che si abbandona agli impulsi ed ignora l'ordine e la misura
in cui consiste la virtù; e così volta le spalle alla ragione. La colpa della
poesia tragica o comica è anche più grave; essa porta a commuoversi per le
sciagure fittizie che si vedono sulla scena, a ridere smoderatamente di
atteggiamenti buffoneschi che ognuno deve nella realtà condannare; e così
incoraggia e rinvigorisce la parte peggiore dell'uomo. A ciò si aggiunga
l'osservazione (già fatta nell'Ione) che il poeta non sa veramente nulla, che
altrimenti dovrebbe preferire di compiere le imprese che canta o praticare le
arti che descrive; e si avrà il quadro completo della condanna che Platone
pronuncia sull'arte imitativa.
Nessun valore può avere perciò la creazione in cui essa consiste. Se la divinità
crea la forma naturale delle cose, se l'artigiano riproduce questa forma nei
mobili e negli oggetti che crea, l'artista non fa che riprodurre i mobili o gli
oggetti creati dall'artigiano e sarà quindi ancora più lontano dalla realtà
delle cose naturali. Queste non hanno realtà se non in quanto partecipano di
quelle determinazioni matematiche (misura, numero, peso) che ne eliminano il
disordine ed i contrasti; ma proprio da queste determinazioni matematiche
l'imitazione prescinde, limitandosi a cogliere le apparenze superficiali e
contraddittorie; non può dunque aspirare ad alcun grado di validità oggettiva, e
tende a chiudere l'uomo in quella illusione di realtà, dalla quale la filosofia
deve svegliarlo.
|