FILOSOFIA GRECA
   . : pagina iniziale  . : Greca  . : percorsi  . : filosofi  . : appunti  . : interviste  . : elenco  





Platone

Il bene



Quando Platone torna nell'ultima fase del suo pensiero ad occuparsi del bene, come accade nel F ilebo, il concetto che ha presente è diverso. Il bene non è più la supersostanza ma la forma di vita propria dell'uomo; e la ricerca del bene è la ricerca di quale sia questa forma di vita.
Ora, secondo Platone, la vita dell'uomo non può essere una vita fondata sul piacere. Una vita simile, che escluderebbe perfino la coscienza del piacere, è propria dell'animale, non dell'uomo. Dall'altro lato non può essere neppure una vita di pura intelligenza, che sarebbe divina, non umana.
Deve essere dunque una vita mista di piacere e di intelligenza. L'importante
è determinare la giusta proporzione in cui il piacere e l'intelligenza devono
mescolarsi insieme per costituire la forma perfetta del bene. Il problema del bene diventa qui un problema di misura, di proporzione, di convenienza: l'indagine morale si trasforma in una indagine metafisica a sfondo matematico. Platone si salda a Pitagora: e ricorre ai concetti pitagorici del limite e dell'illimitato.
Ogni mescolanza ben proporzionata è costituita da due elementi. Uno è l'illimitato, come per esempio il caldo, il freddo, il piacere o il dolore, e in generale tutto ciò che è suscettibile di essere aumentato o diminuito all'infinito. L'altro è il limite, cioè l'ordine, la misura, il numero che intervengono a determinare e a definire l'illimitato. La funzione del limite è quella di riunire e unificare ciò che è disperso, raccogliere ciò che diffluisce, ordinare ciò che è disordinato, dar numero e misura a ciò che è privo dell'uno e dell'altro. ll limite come numero toglie l'opposizione tra l'uno e i molti, perché determinare il numero dei molti significa ricondurli all'unità, il numero essendo sempre un insieme ordinato.
Per esempio, nell'illimitato numero dei suoni, la musica distingue i tre suoni fondamentali, l'acuto, il medio e il grave e così riconduce quell'illimitato all'ordine numerico. Ora l'unione dell'illimitato e del limite è il genere misto al quale appartengono tutte le cose che hanno proporzione e bellezza; e la causa del genere misto è l'intelligenza, che dunque viene ad essere, con l'illimitato, il limite e il genere misto, il quarto elemento costitutivo del bene. La vita propriamente umana, come mescolanza proporzionata di piacere e d'intelligenza, è un genere misto che ha come causa l'intelligenza. Ad essa deve appartenere ogni ordine e specie di conoscenza da quella più alta, che è la dialettica, alle scienze pure, come la matematica, alle scienze applicate come la musica, la medicina, ecc. fino all'opinione, che neppure può essere esclusa, in quanto è necessaria alla condotta pratica della vita.
Dei piaceri, dovranno invece entrare a far parte nella vita mista solo quelli puri, cioè non mescolati al dolore del bisogno, quali sono i piaceri della conoscenza, e quelli estetici dovuti alla contemplazione delle belle forme, dei bei colori, ecc. Da ciò risulta che per l'uomo la cosa migliore e più alta, il bene supremo è l'ordine, la misura, il giusto mezzo. A questo primo valore segue tutto ciò che è proporzionato, bello e compiuto. Al terzo posto, c'è poi l'intelligenza come causa della proporzione e della bellezza; al quarto, le scienze e l'opinione; al quinto, i piaceri puri.
Il Filebo dà così all'uomo la scala dei valori che risultano dalla struttura dell'essere chiarita nel Sofista. Questa scala pone alla sommità il concetto matematico dell'ordine e della misura. Platone, giunto al termine degli approfondimenti successivi della sua ricerca, ritiene che quella scienza del giusto, di cui Socrate aveva affermato l'esigenza come unica guida per la condotta dell'uomo, deve essere sostanzialmente una scienza della misura. Uno scolaro di Aristotele, Aristosseno (Harm., 30), racconta che l'annuncio di una lezione di Platone sul bene attirava numerosi uditori, ma questi che si aspettavano che Platone parlasse dei beni umani, come la ricchezza, la salute, la felicità, rimanevano delusi appena egli incominciava a parlare di numero e di limiti e di quella suprema unità che era per lui il bene.
In realtà per Platone la riduzione della scienza della condotta umana a scienza di numero e di misura rappresentava la realizzazione rigorosa del progetto socratico di ridurre la virtù a scienza. Egli era ormai ben lontano dai concetti che avevano dominato l'insegnamento di Socrate; tuttavia perseguiva pur sempre la direttiva del maestro di ridurre la virtù ad una disciplina rigorosa, che potesse costituire la base dell'insegnamento e dell'educazione associata.