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Platone

Platone affronta il tema
della scelta del destino da parte
delle anime e prende ad esempio Ulisse che, memore degli antichi
travagli e privo ormai di ambizione, sceglie la vita più modesta
e oscura, che era stata trascurata da tutti. (Pinturicchio, "Ritorno di
Ulisse a Penelope", National Gallery, Londra, 1509)
Il mito del destino
Uno stato come quello delineato da Platone non occorre che sia storicamente
reale. Platone esplicitamente dice che non la sua realtà importa, ma solo che
l'uomo agisca e viva in conformità di esso (IX, 592 b). Socrate è stato il
cittadino ideale di questa ideale comunità; per essa e in essa egli è vissuto ed
è morto. Certo per questo Platone lo chiama «l'uomo più giusto e migliore». E
sull'esempio di Socrate, chiunque vuole essere giusto deve avere lo sguardo
rivolto ad una tale comunità.
La giustizia, come fedeltà dell'uomo al suo cómpito proprio, da luogo al
problema del destino. E' il problema dibattuto nel mito finale della Repubblica,
e già accennato nel Fedro (249 b). Platone proietta miticamente la scelta, che
ciascuno fa del proprio destino, nel mondo di là; ma il significato del mito,
come di tutti i miti platonici, è fondamentale. Er, morto in battaglia e
risuscitato dopo 12 giorni, ha potuto raccontare agli uomini la sorte che li
attende dopo la morte. La parte centrale del racconto di Er riguarda la scelta
della vita cui le anime sono invitate al momento della loro reincarnazione. La
Parca Làchesi, che bandisce la scelta, ne afferma la libertà. «Non è il demone
che sceglierà la vostra sorte, ma siete voi che sceglierete il vostro demone. Il
primo che la sorte avrà designato sarà il primo a scegliere il tenore di vita al
quale sarà necessariamente legato. La virtù è libera a tutti; ognuno ne
parteciperà più o meno a seconda che la stima o la spregia. Ognuno è
responsabile del proprio destino, la divinità non è responsabile» (Rep., X, 617
e). Le anime scelgono quindi, secondo l'ordine designato dalla sorte, tra i
modelli di vita che hanno davanti a loro in gran numero. In parte la loro scelta
dipende dal caso giacché i primi hanno possibilità di scelta maggiore; ma anche
chi sceglie per ultimo, se sceglie giudiziosamente, può ottenere una vita felice.
Il significato del mito è tutto nei motivi che suggeriscono all'anima la scelta
decisiva. Anche quelli venuti dal cielo a volte scelgono male «perché non sono
stati provati dalle sofferenze» e così si lasciano abbagliare da modelli di vita
apparentemente brillanti per ricchezza o potenza, che celano l'infelicità ed il
male. Ma il più delle volte l'anima sceglie in base all'esperienza della vita
precedente; e così l'anima di Ulisse, memore degli antichi travagli e priva
ormai di ambizione, sceglie la vita più modesta ed oscura, che era stata
trascurata da tutti. Sicché il mito che sembrerebbe negare la libertà dell'uomo
nella vita terrena e far dipendere l'intero svolgimento di questa vita dalla
decisione sopravvenuta in un momento antecedente, riconferma invece la libertà
perché fa dipendere la decisione dalla condotta che l'anima ha tenuto nel mondo,
da ciò che l'uomo ha voluto essere ed è stato in questa vita. E allora Socrate
può mettere in guardia l'uomo e ammonirlo di prepararsi alla scelta. «È questo
il momento più pericoloso dell'uomo ed è perciò che ciascuno di noi, trascurando
tutte le altre occupazioni, deve cercare di attendere soltanto a questo:
scoprire e riconoscere l'uomo che lo metterà in grado di discernere il genere di
vita migliore e di saperlo scegliere» (618 e). A questo fine bisogna calcolare
quali effetti abbiano sulla virtù le condizioni di vita, quali risultati buoni o
cattivi produca la bellezza quando si congiunge con la povertà o la ricchezza o
con le capacità diverse dell'anima o con tutte le altre condizioni della vita; e
solo considerando tutto questo in rapporto alla natura dell'anima si può
scegliere la vita migliore, che è la più giusta. E «da vivo o da morto, questa
scelta è la migliore per l'uomo».
Questo mito del destino che afferma la libertà dell'uomo nel decidere della
propria vita chiude degnamente la Repubblica, il dialogo sulla giustizia, la
virtù per la quale ogni uomo deve assumere e condurre a termine il còmpito che
gli è proprio.
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