|
Platone
Il filosofare
Chiudendo il bilancio della sua vita, nella Lettera VII, Platone ritorna
ancora una volta sul problema che per lui, come per Socrate, racchiudeva tutti i
problemi: quello del filosofare. Non si tratta del problema della natura e dei
caratteri di una scienza obiettiva, ma del problema stesso che la scienza è per
l'uomo. Platone lo esamina a proposito del suo tentativo, così infelicemente
riuscito, dell'educazione filosofica di Dionigi. In quella occasione egli aveva
messo a prova Dionigi, mostrandogli in tutta la sua estensione la natura e il
carattere della ricerca filosofica, le sue difficoltà e la fatica che essa esige.
Il risultato fu che, dopo una sola lezione, Dionigi ritenne di saperne
abbastanza e compose, anzi, uno scritto in cui esponeva come opera sua ciò che
aveva ascoltato da Platone.
Altri avevano già fatto, con minore improntitudine, tentativi del genere; ma
Platone non esita a condannarli in blocco. «Questo io posso dire di tutti quelli
che hanno scritto o scriveranno con la pretesa di esporre il significato della
mia ricerca, sia che l'abbiano udito da me o da altri, o l'abbiano loro stessi
trovato: almeno a mio parere, non hanno capito nulla della cosa come è veramente.
Di mio almeno non c'è e non ci sarà mai uno scritto riassuntivo su questi
problemi. Giacché essi non possono essere ridotti a formule, come gli altri; ma
solo dopo essersi avvicinati a questi problemi per molto tempo e dopo che si è
vissuto e discusso in comune, il loro vero significato si accende all'improvviso
nell'anima, come la luce nasce da una scintilla e cresce poi da sé sola» (Lett.
VII, 341 b-d). Platone ritorna cosi, verso la fine della vita, al problema di
Socrate: il problema di trovare per l'uomo la via di accesso alla scienza e,
attraverso la scienza, all'essere in sé.
L'esposizione che segue è la ricapitolazione di ciò che Platone ha già detto nei
dialoghi e specialmente nella Repubblica. Ma questa ricapitolazione mette in
evidenza i motivi fondamentali della ricerca platonica e dimostra che la
conclusione di essa si salda al suo principio, e come l'intera sua totalità si
salda all'insegnamento socratico. Con tre mezzi si può raggiungere la scienza:
la parola, la definizione e l'immagine.
Al quarto posto c'è il sapere, che è al di là dei mezzi che servono a
conquistarlo. Al di là del sapere stesso, al quinto posto, c'è l'oggetto
conoscibile, l'essere che è veramente tale (Lett. VII, 342 b). Platone chiarisce
tutto ciò con l'esempio del cerchio. Cerchio, è in primo luogo la parola da noi
pronunciata. In secondo luogo, noi diamo la definizione del cerchio, definizione
che è formata di altre parole, per esempio: cerchio è ciò che ha le parti
estreme equidistanti dal centro. In terzo
luogo, noi tracciamo la figura del cerchio, che è l'immagine di esso. Ma questi
tre elementi, per quanto si rapportino tutti al cerchio in sé, non hanno niente
a che fare con esso. Conducono tuttavia al quarto elemento, il quale comprende
tutte le attività soggettive del conoscere: l'opinione vera, la scienza e
l'intelligenza. Questi elementi non risiedono né nei suoni pronunciati, né nelle
figure corporee, ma nelle anime.
Naturalmente neppure le attività soggettive del conoscere si identificano con
l'essere, che è l'oggetto del conoscere stesso; ma sono indubbiamente più vicine
all'essere e tra esse l'intelligenza è la più vicina di tutte. L'essere in sé è
il termine ultimo al quale i mezzi e le condizioni del conoscere tendono a
rapportarsi: esso è indicato dal primo, definito dal secondo, raffigurato dal
terzo, pensato o compreso dal quarto. Se non che, data l'insufficienza e
l'instabilità di tali elementi, il rapporto che essi stabiliscono con l'essere
rimane problematico. Il nome è difatti convenzionale e variabile; la definizione,
che è fatta di nomi, non ha maggiore stabilità; l'immagine contiene elementi che
sono contrari alla natura di cui è l'immagine (per esempio, il circolo disegnato
si avvicina sempre alla linea retta mentre dovrebbe escluderla). Il sapere
stesso, condizionato com'è da questi elementi, non ha nessuna garanzia di
sicurezza. Non rimane dunque che controllare continuamente l'uno con l'altro
questi elementi, ripercorrendo incessantemente dall'uno all'altro la loro
catena, e facendo valere il risultato del lavorio complessivo nei confronti di
ciascuno di essi (Lett. VII, 343 e). Ma questo è appunto il dialogare dell'anima
con se stessa e con le altre anime, la ricerca che dalla parola, dalla
definizione e dall'immagine si solleva alla scienza, per poi tornare a dare alla
parola un nuovo significato, a correggere la definizione, a giudicare d valore
dell'immagine.
È quella ricerca associata di cui i dialoghi ci hanno rappresentato al vivo il
processo. «Soltanto dopo che si sono faticosamente sfregati gli uni con gli
altri nomi e definizioni, percezioni visive e sensazioni, solo dopo che si sono
discussi in discussioni benevole e in cui l'invidia non detta né la domanda né
la risposta, la saggezza e l'intelligenza sprizzano su ogni cosa, con tutta
l'intensità che la forza umana può sopportare» (Lett. VII, 344 b). Sprizzano su
ogni cosa la saggezza (frònesis) e l'intelligenza (nous): il più alto valore
della condotta morale e la più alta validità della conoscenza sono strettamente
congiunti.
E difatti si condizionano a vicenda: senza l'intelligenza l'uomo non può
assurgere a quella virtù che si rivela nell'azione, come senza questa virtù
l'uomo non può assurgere all'intelligenza. Questa condizionalità reciproca della
saggezza e dell'intelligenza è espressa da Platone con due concetti: la
parentela dell'uomo che ricerca con l'essere che è l'oggetto della ricerca; e la
comunità della libera educazione. In primo luogo, l'uomo non raggiunge quel
rapporto con l'essere in cui consiste il grado più alto della scienza,
l'intelligenza, se non in virtù di una sua intima e profonda parentela con
l'essere. «Né la facilità di apprendere, né la memoria potranno mai produrre la
parentela con l'oggetto, giacché questa non può trovare radici in disposizioni
eterogenee Quelli che sono alieni e disformi dal giusto e dal bello, pur essendo
dotati di facilità di apprendere e di buona memoria, e quelli che propendono per
natura al giusto ed al bello, ma sono restii ad apprendere e deboli di memoria,
mai potranno raggiungere, intorno alla virtù e alla malvagità, tutta la verità
che è possibile apprendere» (344 a). Il rapporto originario con l'essere nel suo
più alto valore (la giustizia e il bene) condiziona e stimola l'efficacia e la
riuscita della ricerca. Ma dall'altro lato la ricerca non può svolgersi nel
chiuso mondo dell'individualità. Essa è opera di uomini che «vivono insieme» e «discutono
con benevolenza» e senza lasciarsi suggerire dall'invidia le domande e le
risposte. Suppone cioè la solidarietà dell'individuo con gli altri, l'abbandono
della pretesa di credersi in possesso della verità e di non volere apprendere
nulla dagli altri, la sincerità con se stesso e con gli altri e lo sforzo
solidale. Il filosofare non è un'attività che chiuda l'individuo in se stesso,
ma è la vita che lo apre agli altri e lo armonizza con gli altri. Perciò esso è
non solo intelligenza, ma frònesis, saggezza di vita. Né questa solidarietà
umana della ricerca è frutto di una affinità di anime e di corpi; è piuttosto il
prodotto della comunità della libera educazione (344 b), nella quale la
malevolenza e l'invidia sono venuti meno, perché coloro che vi partecipano si
sono uniti nella comune aspirazione all'essere. L'essere, l'oggetto ultimo della
ricerca, facendo convergere a sé come a un unico centro gli sforzi individuali,
promuove la solidarietà degli individui.
Così il concetto platonico del filosofare è il più alto e più ampio che sia mai
stato affermato nella storia della filosofia. Nessuna attività umana cade fuori
di esso. Platone vuole che la ricerca si estenda «alle figure rette o circolari
ed ai colori, al bene, al bello ed al giusto, a ogni corpo artificiale o
naturale, al fuoco, all'acqua e a tutte le cose dello stesso genere, a ogni
specie di essere vivente, alla condotta dell'anima, alle azioni e alle passioni
di ogni sorta» (342 b).
E di ogni cosa bisognerà conoscere il vero ed d falso perché solo dal loro
confronto si può riconoscere la verità dell'essere (344 b). La ricerca in cui il
filosofare si realizza non consiste nella formulazione di una dottrina:
qualsiasi compito umano offre all'uomo la possibilità di raggiungere la verità e
di entrare in rapporto con l'essere.
|