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Pietro Pomponazzi
Pietro Pomponazzi e il dibattito sull'immortalità
Pietro Pomponazzi (1462-1525), detto Peretto Mantovano, fu certamente il più
discusso degli Aristotelici e per molti rispetti viene giudicato il più
interessante. L'opera sua che suscitò le maggiori polemiche fu il De
immortalitate animae, che dibatteva un problema che nel Cinquecento fu
centralissimo.
Pomponazzi aveva incominciato con l'essere averroista, ma a poco a poco il suo
averroismo era caduto in crisi. Dopo aver a lungo meditato le opposte soluzioni
di Averroè e di Tommaso, egli prese una posizione considerata «alessandrista»,
ma che, pur avendo punti di contatto con quella di Alessandro di Afrodisia,
venne da lui formulata con una nuova coloritura.
L'anima intellettiva è principio di intendere e volere immanente all'uomo.
Rispetto all'anima sensitiva degli animali, l'anima intellettiva dell'uomo è
capace di conoscere l'universale e il soprasensibile. Tuttavia essa non è una
intelligenza separata, tanto è vero che non può conoscere se non mediante le
immagini che le derivano dai sensi. Ma se così è, l'anima non può
strutturalmente fare a meno del corpo, giacché, privata del corpo, non potrebbe
svolgere la funzione sua propria. Pertanto essa va considerata come una forma
che nasce e perisce col corpo, non avendo alcuna possibilità di agire senza il
corpo. Tuttavia, dice Pomponazzi, essendo l'anima il più nobile degli esseri
materiali e trovandosi essa al confine con quelli immateriali, «profuma
d'immaterialità, anche se non in assoluto».
La tesi suscitò un uragano, anche perché — è bene ricordarlo — il dogma
dell'immortalità dell'anima era considerato assolutamente fondamentale dai
Platonici e in generale da tutti i cristiani. A dire il vero, Pomponazzi non
voleva negare l'immortalità in assoluto, ma solo come «verità dimostrabile con
sicurezza dalla ragione». Che l'anima sia immortale è articolo di fede, che,
come tale, deve essere provato con gli strumenti della fede, ossia «con la
rivelazione e le scritture canoniche», mentre gli altri argomenti non risultano
appropriati: e su questo articolo di fede egli dice di non aver dubbi. Se si
tengono presenti le cose sopra dette sul significato della «doppia verità», la
posizione di Pomponazzi risulta ben chiara.
Un altro punto merita di essere rilevato. Pomponazzi sostiene che la virtù
(ossia la vita morale) si salva più con la tesi della mortalità che non con
quella dell'immortalità dell'anima, perché chi è buono in vista dei premi
dell'al di là corrompe in qualche modo la purezza della virtù, asservendola ad
altro da essa. Del resto, dice ancora Pomponazzi, riprendendo una celebre idea
che fu già propria di Socrate e della Stoa, la vera felicità è riposta nella
virtù medesima così come l'infelicità è riposta nel vizio.
Eppure, malgrado queste drastiche contrazioni dell'immagine metafisica
dell'uomo, Pomponazzi riprende l'idea dell'uomo come microcosmo e alcune idee
del celebre manifesto di Pico.
L'anima si trova al primo posto nella gerarchia degli esseri materiali, e
quindi, come tale, risulta confinante con gli esseri immateriali, pertanto,
risulta «media tra gli uni e gli altri»: è materiale, se paragonata
all'immateriale; è invece immateriale, se paragonata al materiale. Partecipa
delle proprietà delle pure intelligenze, così come delle proprietà materiali.
Quando compie azioni mediante le quali si assimila alle pure intelligenze, è
detta divina, e in un certo senso si tramuta in una realtà divina; quando compie
opere bestiali, si tramuta in bestia.
E con toni che richiamano molto da vicino affermazioni fatte da Pico, Pomponazzi
scrive:
Infatti l'uomo può essere chiamato serpente o volpe per la malizia, tigre per
la crudeltà ecc. E non esiste nulla al mondo che in qualche modo non possa
cedere la sua proprietà all'uomo. Onde non impropriamente l'uomo è chiamato
Microcosmo, ossia piccolo mondo. E si capisce come ci sia stato chi ha detto
esser l'uomo il più grande miracolo, raccogliendo egli in sé tutto il mondo, e
potendo egli mutarsi in qualunque materia, essendogli data potestà di seguire
quella naturale proprietà ch'egli preferisca. Giustamente dunque gli antichi
composero quei loro apologhi per cui alcuni uomini sono fatti Dei, altri leoni,
altri lupi, altri pesci, altri piante, altri sassi ecc., perché davvero ci sono
stati sempre uomini che hanno adoperato il solo intelletto, altri invece le sole
forze vegetative ecc. E coloro che prepongono i piaceri corporei alle virtù,
morali o intellettuali, si rendono più simili
alle bestie che a Dio, e giustamente sono chiamati bestie insensate. Non dunque,
per essere l'anima mortale, si debbono disprezzare le virtù e accarezzare i
vizi, a meno che non si preferisca essere piuttosto bestia che uomo, e più,
insensato che sensato e cosciente.
Molto fu apprezzato anche il De incantationibus (Il libro degli incantesimi), in
cui al problema se esistano cause soprannaturali nella produzione dei fenomeni
naturali, Pomponazzi risponde mostrando
come tutti gli eventi senza eccezione possano essere spiegati con il principio
della naturalità, compreso tutto quanto accade nella storia degli uomini.
In passato si è molto esagerato il valore della formulazione di questo principio
della naturalità e della relativa applicazione, affermando che Pomponazzi
«presentiva il nuovo ed era molto superiore ai suoi tempi». Ma la critica
storicamente più avveduta ha richiamato l'attenzione del lettore sul fatto che
Pomponazzi, qui, compie una operazione che espressamente dichiara circoscritta
al punto di vista aristotelico, e che egli è ben conscio dell'esistenza di una
diversa verità, che è appunto quella della fede. Il che ridimensiona
notevolmente il senso del suo discorso.
Analoga è la posizione del De fato, de libero arbitrio et de praedestinatione,
in cui sostiene che, dal punto di vista naturale, sulla questione del fato non
vi sono soluzioni certe, e che inoltre le proposte dei teologi risultano
contraddittorie. Anche in questo caso, per avere una risposta sicura occorre
affidarsi alla fede e alla rivelazione. Tuttavia, come filosofo naturale, egli
preferisce la soluzione degli Stoici, che ammettevano il fato come sovrano. È in
quest'opera la bella immagine di Pomponazzi che assimila il travaglio del
filosofo a quello di Prometeo:
Prometeo veramente è il filosofo che, mentre vuoi conoscere i misteri di Dio,
è roso da perpetue preoccupazioni e misteri; non ha sete, non ha fame, non
dorme, non mangia, non evacua, è irriso da tutti, ed è ritenuto stolto e
sacrilego, è perseguitato dagli inquisitori, è curioso spettacolo per il volgo.
Questi i guadagni dei filosofi, questa la loro ricompensa.
Ma la modernità di Pomponazzi, in quanto Aristotelico, sta proprio nel
cominciare a preferire all'autorità degli scritti di Aristotele l'esperienza,
quando questa sia contraria a quelli. In una lezione del
1523 (segnalata in modo speciale da Bruno Nardi), commentando un passo dei
Meteorologici di Aristotele circa l'abitabilità della terra nella zona torrida
(fra il tropico del Cancro e quello del Capricorno), dopo aver esposto
l'opinione di Aristotele medesimo e quella contenuta nel commento di Averroè e
dopo aver condotto in forma sillogistica le dimostrazioni sulla inabitabilità,
all'improvviso affermò di poter smentire i sillogismi apodittici di Aristotele e
di Averroè con la lettera di un amico veneto che aveva attraversato la zona
torrida trovandola abitata.
Allora? La conclusione di Pomponazzi è:
oportet stare sensui («l'importante è affidarsi al senso»).
L'esperienza, e non Aristotele, ha sempre ragione.
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