FILOSOFIA GRECA
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Platone

Il filosofo


La parte centrale della Repubblica è dedicata alla delineazione del cómpito proprio del filosofo. Filosofo è colui che ama la conoscenza nella sua totalità e non solo in qualche sua singola parte. Ma che cos'è la conoscenza? Platone pone qui per la prima volta esplicitamente il criterio fondamentale della validità del conoscere: «ciò che assolutamente è, è assolutamente conoscibile, ciò che in nessun modo è, in nessun modo è conoscibile». Perciò all'essere corrisponde la scienza, che è la conoscenza vera; al non-essere, l'ignoranza; e al divenire, che sta in mezzo tra l'essere e il non-essere, corrisponde l'opinione (doxa), che è in mezzo tra la conoscenza e l'ignoranza. Opinione e scienza costituiscono l'intero campo della conoscenza umana. L'opinione ha come suo dominio la conoscenza sensibile, la scienza la conoscenza razionale. Sia la conoscenza sensibile sia la conoscenza razionale si dividono ciascuna in due parti che si corrispondono simmetricamente; e si hanno così i seguenti gradi del conoscere (Rep., VI, 510-11).
1° La supposizione o congettura (eikasía) che ha per oggetto ombre e immagini.
2° L'opinione creduta, ma non verificata (pistis), che ha per oggetto le cose naturali, gli esseri viventi, gli oggetti dell'arte, ecc.
3° La ragione scientifica (diànoia), che procede per via d'ipotesi partendo dal mondo sensibile. Essa ha per oggetto gli enti matematici.
4° L'intelligenza filosofica (nòesis), che procede dialetticamente ed ha per oggetto il mondo dell'essere.
Come le ombre, le immagini riflesse, ecc. sono copie delle cose naturali, così le cose naturali sono copie degli enti matematici e questi, a loro volta, copie delle sostanze eterne che costituiscono il mondo dell'essere. E difatti il mondo dell'essere è il mondo dell'unità e dell'ordine assoluto. Gli enti della matematica (numeri, figure geometriche) riproducono l'ordine e la proporzione del mondo dell'essere. A loro volta, le cose naturali riproducono i rapporti matematici, onde quando vogliamo giudicare della realtà delle cose ricorriamo alla misura. Così tutta la conoscenza ha al suo culmine la conoscenza dell'essere: ogni grado di essa riceve il suo valore dal grado superiore e tutti dal primo.
L'uomo deve muovere dall'opinione alla scienza educandosi gradualmente; e questo processo è descritto da Platone con il mito della caverna. Nel mondo sensibile, gli uomini sono come schiavi incatenati in una caverna e costretti a guardare sul fondo di essa le ombre degli esseri e degli oggetti proiettate da un fuoco che arde fuori. Essi scambiano queste ombre per realtà perché non conoscono la realtà vera. Lo schiavo che si liberasse e riuscisse a uscir fuori, dapprima non potrebbe sostenere la luce del sole; dovrebbe abituarsi a guardare le ombre, poi le immagini degli uomini e delle cose riflesse nell'acqua, infine le cose stesse e da ultimo solo potrebbe sollevarsi a contemplare gli astri e il sole. Allora soltanto egli si accorgerebbe che proprio il sole ci dà le stagioni e gli anni e governa tutto ciò che esiste nel mondo visibile e che da esso dipendono anche le cose che egli e i suoi compagni vedevano nella caverna.
Ora la caverna è proprio il mondo sensibile; le ombre proiettate sul fondo sono gli esseri naturali; il fuoco è il sole. La nostra conoscenza delle cose naturali è come quella degli schiavi. Se Io schiavo che prima si è liberato torna nella caverna, i suoi occhi saranno offuscati dall'oscurità e non saprà discernere le ombre; perciò sarà deriso e spregiato dai compagni che attribuiranno i massimi onori a coloro che sanno più acutamente vedere le ombre. Ma egli sa che la vera realtà è fuori della caverna, che la vera conoscenza non è quella delle ombre e perciò non proverà che compassione verso quelli che si appagano di tale conoscenza e la ritengono vera.
L'educazione consisterà dunque nel volgere l'uomo dalla considerazione del mondo sensibile alla considerazione del mondo dell'essere; e nel condurlo gradualmente a scorgere il punto più alto dell'essere, che è il bene. A preparare l'uomo alla visione del bene possono servire le scienze che hanno per oggetto quegli aspetti dell'essere che più si avvicinano al bene: l'aritmetica come arte del calcolo che consente di correggere le apparenze dei sensi; la geometria come scienza di enti immutabili; l'astronomia come scienza del movimento più ordinato e perfetto, quello dei cieli; la musica come scienza dell'armonia. Il bene corrisponde nel inondo dell'essere a ciò che il sole è nel mondo sensibile.
Come il sole non solo rende visibili le cose con la sua luce ma le fa nascere, crescere e nutrirsi, così il bene non solo rende conoscibili le sostanze che costituiscono il mondo intelligibile, ma dà loro l'essere di cui sono dotate. Per questa sua preminenza il bene non è un'idea tra le altre ma la causa delle idee: non è sostanza, nel senso in cui sono sostanze le idee, ma è «superiore alla sostanza». Dice Platone: «Le cose conoscibili non derivano dal bene soltanto la loro conoscibilità, ma anche l'essere e la sostanza, quantunque il bene non sia sostanza ma per volere e potere stia anche al di sopra della sostanza» (Rep., 509 b).
Il bene è la perfezione stessa, mentre le idee sono perfezioni, cioè beni; e non è l'essere perché è la causa dell'essere. Questo testo platonico è alla base di tutte le interpretazioni religiose del platonismo che sono state iniziate dalle correnti neoplatoniche dell'antichità. Queste correnti, insistendo sulla causalità del bene, lo hanno identificato con Dio: ma quest'identificazione non trova riscontro nei testi platonici. La tesi che Platone difende nel passo citato è quella stessa che aveva difesa nel Fedone: l'identificazione del potere causale con la perfezione, sicché una cosa possiede tanto più causalità quanto più è perfetta. Questa tesi fu fatta propria dal neoplatonismo; ma le implicazioni teologiche che il neoplatonismo vi scorse rimangono estranee al pensiero platonico.
L'ispirazione fondamentale di questo pensiero è, come già si è detto, la finalità politica della filosofia. In vista di questa finalità il punto più alto
della filosofia non è neppure la contemplazione del bene come causa suprema: è l'utilizzazione di tutte le conoscenze che il filosofo ha potuto acquisire per la fondazio
ne di una comunità giusta e felice. Secondo Platone, infatti, fa parte dell'educazione del filosofo il ritorno alla caverna, che consiste nella riconsiderazione e nella rivalutazione del mondo umano alla luce di ciò che si è visto al di fuori di questo mondo.
Ritornare nella caverna significa, per l'uomo, porre ciò che ha visto a disposizione della comunità, rendersi conto egli stesso di quel mondo, che, per quanto inferiore, è il mondo umano, quindi il suo mondo, e obbedire al vincolo di giustizia che lo lega all'umanità nella propria persona e in quella degli altri.
Dovrà dunque riabituarsi all'oscurità della caverna; e allora vedrà meglio dei compagni che vi sono rimasti e riconoscerà la natura e i caratteri di ciascuna immagine per averne visto il vero esemplare: la bellezza, la giustizia ed il bene. Così lo stato potrà essere costituito e governato da gente sveglia e non già, come accade ora, da gente che sogna e che si combatte a vicenda per delle ombre e si contende il potere come se fosse un gran bene (VII, 520 c). Soltanto con il ritorno nella caverna, soltanto cimentandosi nel mondo umano, l'uomo avrà compiuto la sua educazione e sarà veramente filosofo.