|
Platone
La natura e la
storia
Contro coloro che
spiegano l'universo attraverso
l'azione di forze puramente fisiche,
Platone afferma la necessità di ammettere
un principio divino.
La causa del mondo è una divinità artigiana o
demiurgo che l'ha prodotto per quella bontà priva di invidia che vuol diffondere
e moltiplicare il bene.
A questo punto veniva a perdere la sua ragion d'essere il rifiuto di Socrate
di considerare il mondo naturale. Quel tanto di realtà e di valore che questo
mondo possiede deve pure essere spiegato; e non può essere spiegato se non
riconnettendolo al mondo dell'essere.
D'altronde, come si è visto, il mondo dell'essere non sussiste separatamente dal
mondo della natura, giacché l'uno non sussiste senza il molteplice, né la realtà
senza l'apparenza. Se si radica nel mondo dell'essere l'uomo con la sua vita e
la sua intelligenza, deve pure radicarsi nell'essere la natura che è il mondo
dell'uomo.
Uno studio del mondo della natura è dunque possibile: ma ciò non dice che esso
costituisca scienza. Platone ribadisce qui il suo concetto di scienza.
La scienza verte soltanto intorno a ciò che è stabile e saldo e concepibile con
l'intelligenza; intorno alla natura che non ha saldezza né stabilità, ci
potranno essere solo conoscenze probabili (Tim., 29 c-d). Un «racconto
probabile», è tutto ciò che Platone si propone di offrire come suo contributo
all'indagine naturale. Il probabilismo della Nuova Accademia trovava in queste
affermazioni di Platone il suo spunto o la sua giustificazione. Comunque, la
ricerca platonica deliberatamente assume a questo punto la forma del mito.
La causa del mondo è una divinità artigiana o demiurgo che l'ha prodotto per
quella bontà priva di invidia che vuol diffondere e moltiplicare il bene. Essa
ha creato la natura a somiglianza del mondo dell'essere. E poiché questo ha in
sé anima, intelligenza e vita, la natura è stata creata come un tutto animato,
un gigantesco animale. Ma in quanto essa è stata generata, non poteva
essere, come il modello, incorporea; ma dovette essere corporea, quindi visibile
e tangibile. Per renderla più simile al modello, che è eterno, il demiurgo creò
il tempo, «un'immagine mobile dell'eternità»: per il quale il divenire e il
movimento della natura seguono un ritmo ordinato e costante, ritmo che risulta
evidente nei movimenti periodici del cielo.
Il demiurgo è dunque la causa di tutto ciò che è nel mondo ordine, ragione e
bellezza; ma il mondo ha anche un'altra causa che non è più intelligenza, ma
necessità. L'intelligenza difatti ha operato nel mondo dominando la necessità,
persuadendola a condurre verso il bene la massima parte delle cose che si
generavano.
La necessità (anànche) è rappresentata da una terza natura, che è come la madre
del mondo, così come l'ordine razionale del mondo intelligibile ne è il padre.
Questo elemento primitivo è diverso da tutti gli elementi visibili (acqua, aria,
terra e fuoco) appunto perché dev'essere il ricettacolo e l'origine comune di
essi. Si tratta di «una specie invisibile ed amorfa, capace di accoglier tutto,
partecipe dell'intelligibile e difficile a concepirsi». Evidentemente questo
ricettacolo informe, questa nutrice originaria delle cose, è il principio che
limita l'azione intelligente del demiurgo e impedisce che il mondo naturale, che
ne risulta, abbia lo stesso ordine perfetto del mondo intelligibile che ne è il
modello, Oltre questo principio c'è poi lo spazio (chora), che non ammette
distruzione ed è la sede di tutto ciò che si genera; sicché i principi anteriori
alla nascita del mondo naturale sono tre: l'essere, lo spazio e la madre di ogni
generazione.
Da questi tre principi per opera del demiurgo, o degli dei ai quali egli ha
affidato il cómpito di continuare la creazione, hanno avuto origine tutti gli
esseri e le cose naturali: nelle quali perciò all'azione dell'intelligenza, che
è la causa prima e fondamentale, si uniscono le cause secondarie o concause,
nelle quali agiscono, con una legge di necessità, gli altri principi della
generazione, il ricettacolo informe e lo spazio.
Come si vede manca ogni appiglio, in questa cosmologia platonica, a
quell'identificazione della divinità con il bene sulla quale è imperniata
l'interpretazione neoplatonica (cioè religiosa) del platonismo. Si ricorderà che
per Platone il bene è causa delle idee (o sostanze), non delle cose naturali.
La divinità, a sua volta, è l'artefice delle cose naturali, non già del bene e
delle idee. Il bene e le idee entrano nella creazione del mondo naturale come
criteri direttivi o limiti dell'azione della divinità, insieme ad altre
condizioni o limiti che sono la necessità e lo spazio. Il bene e le idee
costituiscono pertanto le strutture axiologiche che il demiurgo ha realizzato
nel mondo naturale; ma tali strutture sono, secondo Platone, così indipendenti
dalla divinità come, secondo Aristotele, sono indipendenti dalla divinità le
strutture sostanziali od ontologiche da cui il mondo è costituito. C'è poi da
sottolineare il carattere politeistico del concetto della divinità che Platone
ci presenta nel Timeo: la divinità è partecipata da vari dèi, ognuno dei quali
ha una funzione e rispetto ai quali il demiurgo è solo il capo gerarchico.
Platone ci presenta la cosmologia del Timeo come la continuazione ed il
completamento della Repubblica. Egli dice che dopo aver delineato lo stato
ideale si ha la stessa impressione che si prova a vedere animali belli, ma
immobili: si prova «il desiderio di vederli muoversi». Così egli vuol dare
movimento allo stato che ha delineato; vuol vedere come esso si comporterebbe
nelle lotte e nelle circostanze che deve affrontare. Comincia perciò nel Timeo a
descrivere la genesi del mondo naturale che è il teatro della sua storia. In un
dialogo successivo, il Critia, avrebbe dovuto delineare la storia ipotetica del
suo stato ideale; il dialogo si interrompe bruscamente dopo i primi capitoli ma
già questi lasciano vedere quale fosse la concezione platonica della storia.
Si tratta di una concezione che vede nella storia una successione di età delle
quali la susseguente è meno perfetta della precedente. Esiodo aveva parlato di
cinque età: dell'oro, dell'argento, del bronzo, degli eroi e degli uomini (Op.,
109-79). Platone riduce a tre le età: 1) l'età degli dèi, che colonizzarono la
terra allevando gli uomini come i pastori allevano oggi le greggi; 2) l'età
degli eroi, che nacquero nell'Attica, la regione della terra colonizzata da
Efesto ed Atena; 3) l'età degli uomini che, rimasti per lungo tempo dominati
dalla cura dei bisogni, hanno pressoché dimenticato la tradizione eroica
(Critia, 109 b sgg.). Riprodotta da altri scrittori dell'antichità, questa
divisione fu poi ripresa nel secolo XVII da Vico, che però ne mutò il
significato, considerando come finale e perfetta l'età degli uomini e perciò
dando alla successione delle età un significato progressivo.
|