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Fase critica del
platonismo:
il «Parmenide» e il «Teeteto»

Platone paragona la
natura dell'anima a una coppia di cavalli guidati:
uno dei cavalli è eccellente e rappresenta l'anima razionale, l'altro è pessimo
e rappresenta la parte concupiscibile. (Coppa con auriga, ceramica attica,
Museo Nazionale Tarquiniese, Tarquinia. 550-530 a. C.)
Nel Parmenide per la prima volta Socrate non è il personaggio principale del
dialogo. L'indagine platonica sul vero significato della personalità di Socrate
ha rotto ormai l'involucro dottrinale, dal quale questa personalità era
storicamente rivestita. I risultati cui essa è giunta pongono altri problemi,
richiedono altre determinazioni, che non trovano alcun appiglio nella lettera
dell'insegnamento socratico, ma che sono tuttavia necessarie per comprendere
appieno tale insegnamento e per dargli la sua giustificazione definitiva. La
ricerca di Platone si fa sempre più tecnica, il campo d'indagine si delimita e
si approfondisce. Dopo la grande sintesi della Repubblica, la ricerca tende a
raggiungere altri strati di profondità, per i quali devono essere messi a
partito gli insegnamenti di altri maestri, e in primo luogo di Parmenide.
Il Parmenide segna il punto critico nello sviluppo della teoria delle idee. Le
idee vengono in questo dialogo definite (o ridefinite) e classificate e vengono
impostati chiaramente i problemi cui esse danno luogo sia nei loro rapporti
reciproci sia nei loro rapporti con le cose sia nei loro rapporti con la mente
umana. Si possono assumere le risposte che Socrate dà a Parmenide,
nell'introduzione del dialogo, come costituenti, nel loro insieme, un colpo
d'occhio critico che Platone stesso ha gettato, ad un certo punto, sulla
dottrina fondamentale della sua filosofia. Tali risposte trovano infatti
conferme letterali negli accenni alle idee che si possono rintracciare negli
altri Dialoghi di Platone.
In primo luogo: che cos'è l'idea? «Io credo che tu creda – dice Parmenide (132
a) – che ci sia una singola forma in ciascun caso per questo motivo: quando ti
appaiono molte cose grandi, tu credi allora che ci sia un'unica idea che è la
stessa quando si guarda a tutte quelle cose e che perciò la grandezza è un'unità».
L'idea è in altri termini la forma unica di un molteplice che appare come tale a
chi abbraccia questo molteplice con un sol colpo d'occhio intellettuale: è,
questa, la definizione che meglio si presta ad esprimere la nozione dell'idea
quale viene usata in tutta l'opera di Platone.
In secondo luogo: di quali oggetti ci sono idee? La risposta del Parmenide (130
b-d) è che: a) ci sono certamente idee di oggetti come la somiglianza e la
dissomiglianza, la pluralità e l'unità, la quiete e il movimento, l'uno e i
molti, ecc.; b) ci sono certamente idee del giusto, del bene, del bello, e di
ogni altra determinazione di questo genere; c) è dubbio se ci siano idee di
oggetti come uomo, fuoco, acqua, ecc.; d) certamente non ci sono idee di oggetti
spregevoli o ridicoli come capello, fango, sudiciume, ecc. Queste risposte
trovano tutte conferma nel resto dell'opera di Platone. Che ci siano idee degli
oggetti della specie a) cioè di oggetti matematici, è fondamentale dottrina
platonica. Queste sono le idee che nella Repubblica Platone ritiene oggetto
della ragione scientifica quindi delle scienze matematiche (Rep., 510 c). Così è
pure dottrina fondamentale del platonismo che ci siano le idee-valori che sono
l'oggetto specifico della filosofia in senso stretto (dialettica) cioè
dell'intelligenza o pensiero (noesis) (Rep., 534 a).
Il dubbio circa l'esistenza di idee di cose sensibili corrisponde a
un'oscillazione ben nota del pensiero platonico su questo punto. Il più delle
volte Platone non parla affatto di idee del genere, limitando la sua
esemplificazione agli enti matematici ed ai valori; talvolta invece parla anche
di idee di cose: per esempio del freddo e del caldo (Fed., 103 b); di letti e di
tavole (Rep., 596 ala); dell'uomo o del bue 15 a); del fuoco e dell'acqua (Tim.,
51 a-b). Questa oscillazione della dottrina platonica può bene essere espressa
dicendo che Platone è stato «in dubbio» circa le idee di oggetti sensibili. E
quanto agli oggetti della classe d), Platone non ha mai parlato di idee
relativamente ad essi: sicché l'esclusione del Parmenide corrisponde anche qui
ad una situazione di fatto. Tuttavia il dubbio circa le idee di oggetti
sensibili e la negazione delle idee di oggetti spregevoli sono posti in crisi
dall'osservazione di Parmenide che Socrate, in questi atteggiamenti, si è
lasciato influenzare dalle opinioni degli uomini e che quando la filosofia lo
afferrerà completamente, egli non disprezzerà alcuna di quelle cose (Parm., 130
e). Questa osservazione prelude ovviamente ad una nozione di idea di tipo
logico-ontologico più che matematico-etico: cioè a una nozione che faccia leva
sui caratteri puramente formali di un molteplice per riconoscere in esso una
forma ontologica unica e non si lasci impacciare in questo procedimento da
considerazioni etiche. E' questo difatti l'atteggiamento che si può riscontrare
nei dialoghi platonici posteriori al Parmenide e più precisamente nel Sofista,
nel Filebo, nel Timeo.
In terzo luogo: qual è il rapporto tra le idee e la mente dell'uomo? Il
Parmenide fissa due punti in proposito:
1) le idee non esistono solamente come pensieri nella mente degli uomini: in
questo caso infatti sarebbero pensieri di nulla (132 b);
2) le idee non esistono al di fuori di ogni rapporto con l'uomo: in questo caso
infatti sarebbero inconoscibili per l'uomo, oggetto di una «scienza in sé» che
non avrebbe nulla a che fare con quella dell'uomo e porrebbe appartenere
soltanto alla divinità (134 a-e).
Queste due determinazioni sono fondamentali: entrambe corrispondono a punti di
vista da Platone costantemente sostenuti nell'intera sua opera.
In quarto luogo: quali sono i rapporti delle idee fra di loro e delle idee con
gli oggetti di cui costituiscono l'unità? Questo è il problema fondamentale che
viene discusso in tutto il resto del dialogo come problema dei rapporti tra
l'uno e i molti. L'uno è l'idea; i molti sono gli oggetti di cui l'idea è
l'unità. Circa questo rapporto, la difficoltà consiste nell'intendere come
l'idea possa essere partecipata da più oggetti o diffusa in essi senza che essa
risulti con ciò moltiplicata e quindi distrutta nella sua unità. Inoltre dalla
stessa nozione di idea sembra scaturire la moltiplicazione all'infinito delle
idee stesse: giacché se si ha un'idea ogni qualvolta si considera nella sua
unità una molteplicità di oggetti, si avrà un'idea anche quando si considererà
la totalità di questi oggetti più la loro idea.
Questa sarà una terza idea che, se considerata a sua volta insieme agli oggetti
e alla precedente idea, darà luogo ad una quarta idea; e così via all'infinito.
E questo l'argomento cosiddetto del «terzo uomo» di cui si attribuiva
l'invenzione al megarico Polisseno e cui accenna varie volte Aristotele (Met.,
990 b, 15; 1038 b, 30; 1059 b, 2). Non si sfugge a questa difficoltà definendo
come «somiglianza» il rapporto tra l'idea e gli oggetti e considerando l'idea
come archetipo e gli oggetti come immagini o copie di essa: giacché in questo
caso la somiglianza stessa diventa un'idea che si aggiunge come terzo termine
agli oggetti e all'idea e che dà luogo ad una nuova somiglianza, ecc.
Queste difficoltà sono tali che Parmenide rivolge a Socrate una domanda cruciale:
«Che cosa farai ora della filosofia!”. Non si può infatti abbandonare senz'altro
la nozione di idea poiché senza di essa, cioè senza un punto fermo nella
molteplicità e variabilità delle cose, non si può pensare e tanto meno
filosofare: senza l'idea la stessa possibilità di dialogare andrebbe distrutta
(135 c). L'unica via di salvezza è quella che Parmenide stesso prospetta:
discutere, in via d'ipotesi, tutti i possibili modi del rapporto tra l'uno e i
molti e condurre sino in fondo le conseguenze che derivano da ciascuna ipotesi.
E le ipotesi fondamentali sono due: che l'uno sia uno nel senso di essere
assolutamente uno; e che l'uno sia, nel senso di esistere. La prima ipotesi si
confuta da sé giacché, escludendo l'esistenza di qualsiasi molteplicità, non
solo si esclude ogni divenire ma anche l'essere dell'uno e la stessa possibilità
di conoscere o enunciare l'uno: giacché anche il conoscerlo o l'enunciarlo lo
moltiplica (142 a). Se invece l'uno è, nel senso che esiste, il suo esistere,
distinguendosi dalla sua unità, introduce subito nell'uno stesso una dualità che
può essere moltiplicata ed includere la molteplicità, il divenire e così la
conoscibilità ed enunciabilità dell'uno (155 d-c).
C'è tuttavia un senso in cui l'uno non è (e in cui quindi neanche il molteplice
è): l'uno non è nel senso che non è assolutamente uno, che non sussiste fuori
del suo rapporto con il molteplice, che non esclude il proprio moltiplicarsi e
articolarsi in un molteplice che, pur soggetto al divenire ed al tempo,
costituisce sempre un ordine numerico, cioè un'unità. Ed i molti non sono nel
senso che non sono puramente e assolutamente molti, cioè privi di qualsiasi
unità, perché in tal caso si disperderebbero e polverizzerebbero nel nulla, non
potendo costituire un molteplice. L'uno dunque è (c'è) ma nello stesso tempo non
è assolutamente uno; i molti sono (ci sono) ma nello stesso tempo non sono
assolutamente molti. Il dialogo prospetta nella forma di una soluzione puramente
logica una connessione vitale tra l'uno e i molti, quindi tra il mondo
dell'essere e il mondo dell'uomo.
Per bocca di Parmenide, che nella sua filosofia aveva risolutamente negato il
non essere, si prepara il riconoscimento della realtà del non essere (del mondo
sensibile e dell'uomo) attraverso l'affermazione dello stretto rapporto dei
molti con l'uno. Questa rivendicazione sarà esplicitamente fatta nel Sofista; ma
essa presuppone l'indagine sul processo soggettivo del conoscere, che è data nel
Teeteto.
Può sembrare strano che in questa fase di sviluppo dell'indagine platonica trovi
posto un dialogo schiettamente socratico nel quale il personaggio di Socrate è
introdotto a far valere in tutta la sua forza negativa e distruttrice l'arte
maieutica. Ma il Teeteto verte su un problema che rientra nell'ambito
dell'insegnamento socratico, quello della scienza, ed ha un cómpito
prevalentemente critico, volendo dimostrare come sia impossibile raggiungere una
qualsiasi definizione della scienza rimanendo nel dominio della pura
soggettività conoscente. La finalità del Teeteto è complementare e convergente
con quella del Parmenide. Il Parmenide ha inteso dimostrare che è impossibile
considerare l'essere nel suo isolamento, come unità assoluta senza rapporto con
l'uomo e con il suo mondo (con i «molti»). Il Teeteto intende dimostrare che è
impossibile considerare la conoscenza vera, la scienza, come pura soggettività,
senza rapporto con il mondo dell'essere (con l'«uno»). Nelle definizioni che si
danno della scienza e che sono tutte confutate da Socrate, non
compare infatti alcun accenno al mondo delle idee o dell'essere in sé; e il
dialogo si chiude negativamente. Parmenide, il filosofo dell'essere, è
introdotto nel dialogo omonimo a dimostrare l'insufficienza dell'essere nella
sua oggettività. Socrate, il filosofo della soggettività umana, è introdotto nel
Teeteto a dimostrare l'insufficienza della conoscenza come soggettività isolata
dell'essere. La tesi che nel Teeteto si discute per prima e più a lungo è la
tesi dell'estrema soggettività del conoscere, quella di Protagora: la scienza è
l'opinione, è ciò che appare, quindi è sensazione. Ma la sensazione non tornisce
alcun criterio di giudizio perché la sensazione dell'ignorante equivale a quella
del saggio, quella del sano a quella del malato, quella dell'uomo a quella
dell'animale; mentre la scienza deve contenere un criterio, una misura che
consenta di giudicare del valore delle cose anche per il futuro (del quale non
c'è sensazione). Si può dire allora che la scienza è opinione vera, intendendo
per opinione il pensiero. «Pensare è un discorso che l'anima fa da sé con se
stessa, intorno agli oggetti che esamina. A me sembra che quando l'anima pensa
non faccia altro che dialogare con se stessa, interrogandosi e rispondendosi,
affermando e negando», (189 e-190 a). Ma questa nuova definizione, se toglie di
mezzo la relatività e la mutevolezza che la prima poneva nella scienza, rimane
chiusa nell'ambito della soggettività. Se la scienza è opinione vera, deve
distinguersi dall'opinione falsa; ora è impossibile determinare in che consista
la falsità di un'opinione. L'opinione deve pur sempre, come si è già visto,
avere un oggetto reale; e se ha un oggetto reale, è vera. Aggiungere che la
scienza consiste nell'opinione vera accompagnata da ragione, neppure giova a
nulla; giacché, comunque si intenda la ragione che deve giustificare e
appoggiare l'opinione vera, si rimane nell'ambito del pensiero soggettivo e non
si garantisce in nessun modo la validità oggettiva della conoscenza. La
conclusione negativa del Teeteto è feconda di risultati. Il tentativo di ridurre
la scienza al pensiero soggettivo, al colloquio interiore dell'anima con se
stessa, non è riuscito: proprio come non è riuscito il tentativo di ridurre
l'essere alla pura oggettività, alle idee, senza nessun rapporto con
l'intelligenza dell'uomo. Le indicazioni del Parmenide e del Teeteto sono dunque
chiare. Se si vuol giustificare la realtà dell'essere e la verità della
conoscenza bisogna giungere ad un essere che non sia puramente oggettivo ma
comprenda in sè la conoscenza o ad una conoscenza che non sia puramente
soggettiva, ma comprenda in sé l'essere.
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