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L'ULTIMA PATRISTICA
Decadenza della
patristica
A partire dalla metà del V secolo la patristica perde ogni vitalità speculativa.
In Oriente, la sua attività sopravvive nelle dispute teologiche, che però
passano sempre più al servizio della politica ecclesiastica e quindi perdono
ogni valore filosofico. In Occidente, la civiltà romana è andata in frantumi
sotto i colpi dei barbari e non ancora si è formata la nuova civiltà europea. Il
sonno del pensiero filosofico è in realtà il sonno della civiltà europea. La
cultura vive a spese del passato.
Il potere di creazione è venuto meno; rimane l'attività erudita, che si esplica
nella compilazione di estratti o di commentari e parte da una preliminare
rinuncia a ogni ricerca originale.
In Occidente rimane tuttavia un nucleo di interesse laico che si dirige alle
sette arti liberali, del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del
quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica). Il contenuto di questo
interesse è offerto da poche opere che compendiano nella forma più generica la
sapienza dell'antichità: la Storia naturale di Plinio il Vecchio, il De officiis
di Cicerone, la Farsaglia di Lucano e la Consolazione della filosofia di Boezio.
In virtù di queste opere si salva quella tradizione umanistica che è propria
della latinità e che condurrà alla fioritura del XII secolo.
Scrittori greci
Più vicino al neoplatonismo che al cristianesimo rimane anche dopo la
conversione SINESIO di Cirene, nato tra il 370 e il 375 e morto verso il 413.
Egli era stato discepolo della neoplatonica Ipazia con la quale rimase in
rapporti amichevoli anche in seguito. Nel 409 fu nominato vescovo di Tolemaide,
con la riserva di non rinunziare alla moglie e alle sue convinzioni filosofiche.
Alcune sue opere non mostrano tracce di cristianesimo. Tali sono i discorsi
sulla podestà regia, lo scritto sul dono dell'astrolabio, le narrazioni egiziane
o sulla provvidenza, l'elogio della calvizie, satire dei Sofisti che parlano a
vanvera, l'apologia di Dione Crisostomo, uno scritto sui sogni. Carattere più
spiccatamente cristiano hanno numerose lettere, due omelie, due orazioni e
alcuni inni. Sinesio considera Dio neoplatonicamente come l'unità delle unità e
nega la resurrezione della carne e la fine del mondo.
Assai vicino al neoplatonismo è anche NEMESIO che fu vescovo di Emesa in Fenicia
e compose alla fine del IV o al principio del V secolo uno scritto, Sulla natura
dell'uomo, che si diffuse nel Medio Evo attraverso la versione latina fatta
nell'Xl secolo probabilmente da Alfano (1058-85), arcivescovo di Salerno. L'uomo
è, secondo Nemesio, il tratto di unione tra il mondo sensibile, e il mondo
soprasensibile: per lo spirito egli appartiene al mondo soprasensibile, cioè al
mondo degli esseri spirituali o angeli; per il corpo appartiene al mondo
sensibile. Perciò il primo uomo non fu creato né immortale né mortale; poteva
diventare l'una o l'altra cosa e stava a lui di scegliere l'una o l'altra
alternativa. Trasgredendo al comando divino, divenne mortale; ma può di nuovo,
ritornando a Dio, partecipare dell'immortalità (De nat. hom., 1). Nemesio
accetta la definizione aristotelica dell'anima come Ğentelechia di un corpo
fisico che ha la vita in potenzağ. Come tale l'anima è una sostanza immateriale
e incorporea, che sussiste di per sé e non viene quindi generata nel corpo o con
il corpo. La sua unione con il corpo non è una mescolanza di sostanze ma un
rapporto per il quale l'anima è presente tutta in tutte le parti del corpo e lo
vivifica al modo in cui il sole illumina con la sua presenza l'aria (Ib., 3).
L'anima è dotata di libero arbitrio perché la sua natura è razionale. Chi pensa
può anche riflettere e chi riflette deve anche poter scegliere liberamente (Ib.,
41). Sfugge alla libertà umana ciò che sfugge alla riflessione, la salute, le
malattie, la morte e via dicendo (Ib., 40).
Quando già le scuole retoriche del mondo greco si avviavano alla rovina, ebbero
una breve fioritura le scuole della città siriaca di Gaza. Tra i maestri di
queste scuole due hanno un certo rilievo e figurano come apologeti del
cristianesimo. Uno è PROCOPIO, la cui vita cade tra il 465 e il 528, che fu
autore di commentati del Vecchio Testamento; l'altro è ENEA vissuto nel medesimo
tempo e che deve la sua celebrità nel Medio Evo al dialogo Teofrasto o
sull'immortalità dell'anima e sulla resurrezione del corpo, composto prima del
534. Lo scritto è diretto contro la dottrina della preesistenza dell'anima e
della sua trasmigrazione. Le anime non esistono prima della loro unione con il
corpo, ma sono create da Dio al momento di questa unione. Dio ha creato tutte in
una volta le intelligenze incorporee, ma crea giornalmente le anime degli uomini.
Sulla stessa linea di pensiero si muove il fratello di Enea, ZACCARIA che fu
vescovo di Mitilene, detto lo scolastico (cioè il retore) e morto prima del 533.
Zaccaria è autore di un dialogo intitolato Ammonio inteso a combattere la
dottrina dell'eternità del mondo. Notevole è il fatto che per negarne l'eternità
Zaccaria neghi la necessità del mondo: procedimento tenute da tutte le critiche
dello stesso genere che verranno in seguito. Il mondo è stato creato dalla
volontà di Dio, perciò non è l'effetto necessario della natura divina e non è
coeterno con Dio. All'obiezione che, se Dio non avesse creato il mondo ab
aeterno, non sarebbe l'eterno creatore e fattore del bene, Zaccaria risponde che
Dio ha in sé dall'eternità l'idea del mondo e di tutte le cose che lo compongono,
e anche la potenza e la volontà di crearlo. Un costruttore è pur sempre un
costruttore anche se al momento non costruisce nulla e un retore è sempre tale
anche se non sempre pronuncia discorsi.
Contro l'eternità del mondo scrisse anche un'opera il grammatico alessandrino
GIOVANNI detto FILOPONO per la sua instancabile attività. Egli è anche autore di
un'opera teologica intitolata Arbitro o dell'unità, di un'altra, Sulla
resurrezione del corpo, e di un commentario al racconto biblico della creazione
intitolato Sulla costruzione del mondo. Quest'ultimo e lo scritto Sull'eternità
ci sono stati conservati; delle altre due opere abbiamo frammenti conservatici
dal suo avversario Leonzio di Bisanzio e da Giovanni Damasceno. Giovanni
Filopono intendeva per natura l'essenza comune degli individui e per ipostasi o
persona la natura stessa circoscritta all'esistenza singola da determinate
qualità. Perciò intendeva l'unità di sostanza in Dio come la natura comune delle
tre ipostasi e faceva in tal modo, delle tre persone divine, tre esistenze
particolari cioè tre divinità. Accanto a questo triteismo (che per altro ebbe in
questo periodo, come in quello precedente, numerosi sostenitori) Giovanni
ammetteva il monofisismo per ciò che riguarda l'incarnazione. Due nature non
possono sussistere in un'unica ipostasi: nella persona di Cristo non può quindi
sussistere che la natura divina. Il presupposto di queste interpretazioni
dogmatiche è la logica aristotelica, alla quale Giovanni aveva dedicato un
commentario: il significato di natura e di ipostasi è difatti desunto da
Aristotele. È curioso notare che quando la logica aristotelica verrà di nuovo
adoperata, ad opera di Roscellino di Compiègne, per l'interpretazione del dogma
trinitario, porterà alla stessa conclusione triteistica.
Al tempo di Giustiniano appartiene LEONZIO di Bisanzio vissuto tra il 475 e il
543 circa, autore di tre libri contro i Nestoriani e gli Eutichiani e di due
scritti contro Severo, il patriarca monofisita di Antiochia. Il fondamento delle
interpretazioni dogmatiche di Leonzio è la logica aristotelica filtrata
attraverso gli scritti dei Neoplatonici. Per salvare l'interpretazione ortodossa
del dogma dell'incarnazione, secondo la quale nell'unica persona di Cristo
sussistono le due nature, umana e divina, e per tener fermo insieme il principio
aristotelico che ogni natura non può sussistere che in un'ipostasi, Leonzio
introduce il concetto di enipostasi, cioè di una natura che sussista, non in
un'ipostasi propria, ma nell'ipostasi di un'altra natura. Tale è il caso della
natura umana del Cristo, la quale non ha una sua ipostasi ma sussiste
nell'ipostasi propria della natura divina di lui. Ma né in questa dottrina, che
si trova già in Cirillo, il massimo antagonista dei monofisiti, né nelle altre,
Leonzio assurge a originalità di pensiero.
Pseudo Dionigi l'Areopagita
Verso il principio del VI secolo cominciano ad essere conosciuti e citati alcuni
scritti il cui autore si qualifica come DIONIGI, colui che, secondo gli Atti
degli Apostoli (XVII, 34), fu dalla predica dell'apostolo Paolo dinanzi
all'Areopago convertito al cristianesimo. Motivi interni ed esterni dimostrano
che essi non possono risalire al di là della fine del V secolo e che per tanto
la loro attribuzione a Dionigi è impossibile. Difatti la fonte principale di
questi scritti è il neoplatonico Proclo (411-85) di cui l'autore in qualche
punto include estratti testuali.
Come Proclo, Dionigi distingue una teologia affermativa, la quale, procedendo da
Dio muove verso il finito con la determinazione degli attributi o nomi di Dio ed
una teologia negativa, la quale procede dal finito a Dio e lo considera al di
sopra di tutti i predicati o nomi con i quali si può designarlo. A questo
secondo tipo di teologia appartiene il breve trattato Teologia mistica, secondo
il quale la più alta conoscenza è il non sapere mistico: solo se si prescinde da
ogni determinazione di Dio, si comprende Dio nel suo essere in sé. Nel trattato
Sui nomi divini Dionigi insiste sull'impossibilità di designare adeguatamente la
natura di Dio. Sebbene sia l'assoluta unità e il bene sommo di cui tutte le cose
partecipano e senza di cui non potrebbero essere, Dio è superiore alla stessa
unità, qual è da noi concepita: è l'Uno superessenziale, che è causa e principio
di ogni numero e di ogni
ordine. Esso non può essere designato veramente né come unità, né come trinità,
né come numero, né come qualsiasi altro termine di cui ci serviamo per le cose
finite. Il nome stesso di Bene, che è il più alto di tutti, è inadeguato
all'altezza della perfezione divina. L'emanazione delle cose da Dio, che ha in
sé le idee o modelli di tutte le realtà, è intesa da Dionigi come creazione. Il
mondo non è uno stadio dello sviluppo di Dio, ma un prodotto della volontà
divina. Tuttavia gli esseri del mondo sono tutti manifestazioni o simboli di Dio
e perciò la considerazione di essi consente all'uomo di risalire a Dio e di
rifare così all'inverso il cammino della creazione.
Nei due trattati Sulla gerarchia celeste e Sulla gerarchia ecclesiastica Dionigi
pone Dio al centro delle sfere nelle quali si ordinano tutte le cose create. Più
vicine a lui sono le creature più perfette, mentre nelle sfere periferiche sono
situate le creature meno perfette. La gerarchia celeste è costituita dagli
angeli che si distribuiscono in 9 ordini riuniti in disposizioni ternarie. La
prima è quella dei Troni, dei Cherubini e dei Serafini, la seconda è quella
delle Podestà, delle Dominazioni e delle Virtù; la terza è quella degli Angeli,
degli Arcangeli e dei Principati (De celesti hier., 6 sgg.). Alla gerarchia
celeste corrisponde quella ecclesiastica, disposta anch'essa in tre ordini. Il
primo è costituito dai Misteri: Battesimo, Eucaristia, Ordine sacro. Il secondo
è costituito dagli organi che amministrano i misteri: il Vescovo, il Prete, il
Diacono. Il terzo è costituito da quelli che attraverso questi organi sono
condotti alla grazia divina: Catecumeni, Energumeni e Penitenti. Il termine
della vita gerarchica è la deificazione, la trasfigurazione dell'uomo in Dio.
Esso si raggiunge soltanto attraverso l'ascesa mistica e il suo culmine è il non
sapere mistico, la muta contemplazione dell'Uno.
I libri di Dionigi seguono la falsariga neoplatonica, adattandola alla meglio
alle esigenze cristiane, ma servendosi ancora della terminologia dei misteri, di
cui si compiaceva il neoplatonismo. Tradotti da Giovanni Eriugena, ebbero nel
Medio Evo una diffusione larghissima e costituirono il fondamento della mistica
e dell'angelologia medievale.
Massimo Confessore
Agli scritti del falso Dionigi si ispira MASSIMO, detto íl CONFESSORE, nato a
Costantinopoli nel 580, morto nel 662. Egli fu il maggiore avversario del
cosiddetto monoteletismo secondo il quale tutti gli atti di Cristo
dipenderebbero dalla sola volontà divina, della quale la natura umana sarebbe lo
strumento passivo. Questa dottrina fu poi condannata nel VI Concilio ecumenico
del 680; ma la lotta contro di essa costò a Massimo persecuzioni e supplizi.
Egli scrisse tuttavia numerose opere quasi tutte in forma di commenti o di
raccolte di sentenze. Tra tali opere ci sono commenti allo pseudo Dionigi ed a
Gregorio di Nazianzo (Ambigua in S. Gregorium theologum), opuscoli teologici e
varie raccolte o florilegi di sentenze. Secondo S. Massimo, l'uomo può conoscere
Dio non in se stesso ma soltanto attraverso le cose create, di cui Dio è la
causa. Perciò può giungere a determinare solo gli attributi di Dio che le cose
stesse rivelano: l'eternità, l'infinità, la bontà, la sapienza e via dicendo.
Nel suo essere in sé, Dio è inconcepibile e inesprimibile. Le stesse perfezioni
che noi gli attribuiamo sul fondamento della considerazione delle cose create
sono ;il disotto della sua natura, e possono quindi essere sia negate sia
affermate di lui. L'influsso della teologia negativa dello pseudo Dionigi è qui
evidente. Ed è pure evidente nella dottrina mistica di S. Massimo. Se noi
volgiamo le spalle alle passioni che contrastano con la ragione e ci innalziamo
al perfetto amore di Dio, possiamo giungere ad una conoscenza di Dio che
trascende la ragione e il procedimento discorsivo e nella quale Dio si rivela
immediatamente. Ma a questa conoscenza di Dio non si può giungere con le
capacità della natura umana, ma mercé la grazia divina; la quale tuttavia non
agisce da sola, ma innalza e perfeziona le capacità che sono proprie dell'uomo (Quaest.
ad Thalassium, q. 59). Il centro delle speculazioni teologiche di S. Massimo è
il Dio-uomo. Per lui il Logos è la ragione e lo scopo ultimo di tutto il creato.
La storia del mondo effettua un doppio processo: quello dell'incarnazione di Dio
e quello della divinizzazione dell'uomo. Quest'ultimo potè iniziarsi soltanto
con l'incarnazione e allo scopo di ristabilire nell'uomo l'immagine di Dio. Come
principio di questo secondo processo, Cristo doveva necessariamente essere vero
Dio e vero uomo. Le due nature in lui non si mescolano e non incrinano l'unità
della persona. Poiché a ciascuna delle due nature è connessa la capacità dì
volere, in Cristo sussistevano due volontà, la divina e l'umana; ma la
volontà umana era condotta alla decisione e all'azione dalla volontà divina.
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Giovanni Damasceno
Riassume i caratteri dell'ultimo periodo della patristica e conclude la
patristica stessa nel suo ramo orientale, riprendendone e sistemandone i
risultati, GIOVANNI DAMASCENO. Non si conosce l'anno della sua nascita. Si sa
che apparteneva a una famiglia cristiana di Damasco nella quale era ereditario
di padre in figlio un ufficio pubblico per conto del governo arabo; e Giovanni
portava infatti anche il nome arabo di Mansur. Verso il 730 comincia la sua
attività di scrittore teologico in favore del culto delle immagini che era stato
vietato qualche anno prima da Leone l'Isaurico.
Quando nel 754 Giovanni fu condannato da un Concilio iconoclasta di
Costantinopoli, era già morto. La più famosa delle sue opere è la Fonte della
conoscenza, che è divisa in tre parti. La prima parte è un'introduzione
filosofica che segue da vicino la metafisica e la logica di Aristotele. La
seconda è una storia delle eresie condotta in buona parte sul Panario di
Epifanio. La terza è dedicata all'esposizione della fede ortodossa, e con questo
titolo appunto (De fide orthodoxa) fu tradotta in latino da Burgundione di Pisa
(morto nel 1194) e divenne uno dei testi fondamentali della scolastica.
L'opera di Giovanni Damasceno non è che una compilazione, nella quale la parte
originale è scarsissima. Ma essa ha il merito di raccogliere e riordinare
sistematicamente tutta la speculazione della patristica greca che la Chiesa ha
riconosciuta e fatta sua. La sua opera è quindi una specie di florilegio della
patristica stessa, messa insieme con il criterio dell'ortodossia. Giovanni
ribadisce il principio della subordinazione delle scienze profane alla teologia
ed in particolare afferma che la filosofia deve essere la serva della teologia,
secondo un'espressione che doveva essere ripresa nella scolastica da Pier
Damiani. Come serva della teologia, la filosofia fornisce certi presupposti
fondamentali della fede e in primo luogo la dimostrazione dell'esistenza di Dio.
La dimostrazione è attinta da Giovanni ad altri scrittori, ma la formulazione
che egli ne dà è quella dalla quale hanno preso lo spunto molti scolastici, fra
i quali S. Tommaso. In primo luogo, tutto ciò che è creato è mutevole, giacché
la creazione stessa è mutamento (dal nulla all'essere). Ma tutto ciò che è nel
mondo sensibile o spirituale è mutevole, quindi creato: suppone dunque un
creatore, che non sia creato a sua volta ma increato; e questo è Dio. In secondo
luogo, la conservazione e la durata delle cose suppongono l'esistenza di Dio.
Giacché elementi diversi e contrastanti come il fuoco, l'acqua, la terra, l'aria
non potrebbero rimanere congiunti senza distruggersi se non intervenisse una
forza onnipotente a tenerli e a conservarli insieme; e questa forza onnipotente
è Dio. Infine l'ordine e l'armonia del mondo non possono essere prodotti dal
puro caso e presuppongono un principio ordinatore, che è Dio. Ma se l'esistenza
di Dio può essere raggiunta dalla ragione umana, l'essenza di lui è
incomprensibile. ĞLa divinità, dice Giovanni, è indeterminabile e
incomprensibile; e questo solo può essere compreso di essa, la sua
indeterminabilità e incomprensibilitàğ. Noi possiamo negare di essa tutto ciò
che contrasta con la sua perfezione infinita e possiamo attribuirle tutto ciò
che è implicito in tale perfezione; ma la via più sicura è la negativa perché
ogni attributo positivo è impari a Dio. Si tratta, come si vede, di nozioni
familiari a tutta la patristica orientale, che il Damasceno riproduce con le
stesse formule. Con lo stesso procedimento egli tratta la natura dell'anima
umana che ritiene naturalmente immortale, perché appartenente al novero delle
sostanze incorporee e spirituali, e dotata di libero arbitrio. Questo non è
negato dalla prescienza divina, che prevede tutto ma non predetermina tutto: il
male dipende unicamente dal libero volere dell'uomo.
Romanzo
di Barlaam e Joasaf
Scrittori latini
Gli scrittori latini dell'ultima patristica si muovono sulla scia di S. Agostino
e manifestano la stessa assenza di originalità speculativa dei loro
contemporanei greci e la stessa tendenza a riesporre, coordinare e sistemare
dottrine già conosciute.
Iniziatore del semipelagianismo fu GIOVANNI CASSIANO, nato verso il 360 nella
Gallia meridionale, morto nel 435, autore di uno scritto sull'organizzazione e
le regole dei monasteri e di un'opera intitolata Collationes che è il resoconto
di colloqui tenuti da lui e dal suo amico Germano con eremiti egiziani. Appunto
in quest'opera, Cassiano sostiene la tesi che Dio illumina e rafforza la buona
volontà che nasce nell'uomo, ma che questa volontà ha origine soltanto dallo
sforzo umano. Se il buon volere non basta all'uomo, quando non è sorretto dalla
grazia divina, questa grazia tuttavia non è data se non a colui che ha buona
volontà. La tesi di Cassiano si diffuse largamente nei monasteri del mezzogiorno
della Gallia.
CLAUDIANO MAMERTO, che fu prete a Vienne nel Delfinato e morì intorno al 474, è
autore di uno scritto in tre libri, De statu animae, composto nel 468 o 469, nel
quale si difende l'incorporeità dell'anima umana. E impossibile che l'anima stia
sotto la categoria della quantità, che è propria del corpo; giacché le sue
potenze, memoria, ragione, volontà sono prive di quantità, quindi incorporee.
Ora queste capacità dell'anima sono la sua stessa sostanza: giacché tutta
l'anima è ragione, volontà, memoria; ne segue che l'anima intera è priva di
quantità ed è incorporea (De statu an., III, 14). L'anima è la vita del corpo ed
è quindi presente in tutte le parti del corpo; ma è presente in un modo che
esclude la sua distribuzione spaziale perché è tutta in tutto il corpo e tutta
in ogni singola parte del corpo. La sua presenza nel corpo è identica a quella
di Dio nel mondo. L'anima dunque ha la stessa incorporeità di Dio. Si tratta di
un riassunto della dimostrazione agostiniana dell'immaterialità dell'anima.
Verso il 430 MARCIANO CAPELLA componeva il suo scritto De nuptiis Mercurii et
Philologiae, un prospetto di tutte le arti liberali, che rimase uno dei testi
fondamentali dell'erudizione medievale. Ma colui al quale si deve la
sopravvivenza di una parte notevole della filosofia greca nel Medio Evo è ANICIO
MANLIO TORQUATO SEVERINO BOEZIO, nato a Roma intorno al 480, console di Roma
sotto il re Teodorico, poi caduto in disgrazia di costui, incarcerato e messo a
morte nel 524.
Boezio si era assunto il cómpito di tradurre e interpretare tutte le opere di
Platone e di Aristotele e di dimostrare il loro accordo fondamentale; ma solo in
piccola parte riuscì a realizzare questo vasto progetto. Noi possediamo le
versioni degli Analitici I e II, dei Topici (di cui è andato perduto un
commentario), degli Elenchi sofistici e del De interpretatione con due
commentari, delle Categorie con un commentario. Abbiamo inoltre il commentario
alla versione di Mario Vittorino dell'Isagoge di Porfirio, la sua versione
dell'Isagoge con un commentario ed altri lavori di logica. Tra questi ultimi
sono importanti quelli sul sillogismo ipotetico giacché in essi Boezio,
sull'esempio stesso degli Aristotelici, innesta la logica stoica sul tronco
della logica aristotelica; e fu da questi scritti e da quelli di Cicerone che
gli scrittori medievali ebbero conoscenza della logica stoica.
Ma l'opera più famosa di Boezio è il De consolatione philosophiae, che anch'essa
è scarsamente originale perché risulta dall'utilizzazione di varie fonti tra le
quali il Protrettico di Aristotele, conosciuto forse attraverso qualche scritto
più recente che lo riproduceva. L'opera è scritta in forma retorica e allegorica
e la filosofia viene presentata nella figura di una nobile dama che conforta
Boezio e risponde ai suoi dubbi. Nulla di specificamente cristiano si trova
nell'opera e così non è mancato chi, in tempi recenti, ha creduto che Boezio
fosse pagano, oppure cristiano soltanto di nome, e che pertanto fossero apocrifi
gli opuscoli teologici che ci rimangono di lui (De Sancta Trinitate; Utrum Pater
et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur;
Quomodo substantiae in eo quod sint bonae sint; De fide; Liber contra Nestorium
et Eutychen). Ma l'autenticità di questi scritti ad eccezione del De fide, è
suffragata, oltre che dalla testimonianza dei codici, da quella del
contemporaneo di Boezio, Cassiodoro e pertanto non può essere posta in dubbio.
D'altronde se il De consolatione manca di qualsiasi accenno ai misteri del
cristianesimo, è permeato di quello spirito platonico o neoplatonico che gli
scrittori della patristica considerano sostanzialmente cristiano. Le traduzioni
e gli scritti logici di Boezio hanno assicurato la sopravvivenza della logica
aristotelica anche nel periodo della maggiore oscurità medievale e ne hanno
fatto un elemento fondamentale della cultura e dell'insegnamento medievale.
Quanto al De consolatione, essa è fra le opere più famose del Medio Evo. E'
divisa in 5 libri ed è mista di versi e prosa. Il primo libro è una specie di
introduzione nella quale
la filosofia si presenta a Boezio nella forma di una augusta matrona che viene a
portargli conforto nella triste condizione in cui si trova, non per sua colpa,
ma per aver voluto seguire la verità e la giustizia. Nel secondo libro, la
filosofia fa vedere a Boezio che la felicità non consiste nei beni della fortuna,
che sono mutevoli e caduchi e che, anche quando si posseggono, portano con sé il
pericolo e il timore della perdita. La felicità deve consistere in una
condizione che escluda qualsiasi timore di questo genere, e comprenda in sé
tutti i
beni che rendono l'uomo sufficiente a se stesso. Il terzo libro contiene appunto
la teoria della felicità così intensa. È evidente che essa non può consistere né
nella ricchezza, né nella potenza, né negli onori, né nella gloria, né nei
piaceri. Nessuno di questi è il bene sommo, il bene di cui nulla è migliore e
che rende l'uomo autosufficiente. Rimane dunque che la felicità consista in Dio
stesso, in quanto è l'essere di cui non si può concepire il migliore, quindi il
bene supremo. Dio è insieme l'origine di tutte le cose e il fondamento della
vera felicità umana (III, 10). Il quarto libro esamina in che modo Dio, come
supremo bene, regge il mondo ed espone una teoria della provvidenza e del fato.
La provvidenza è il piano dell'ordine e della disposizione del mondo
nell'intelligenza divina; il fato è l'ordine stesso che da quel piano viene
determinato nel mondo. ĞLa provvidenza è la stessa ragione (ratio) divina che
costituita nel supremo Principe di tutto, dispone tutte le cose; il fato è la
disposizione inerente alle cose mutevoli, disposizione per la quale la
Provvidenza assegna ogni cosa al suo ordine proprioğ (IV, 6). L'ordine del fato,
nella molteplicità dei suoi sviluppi temporali, dipende dunque dalla ragione
stessa di Dio. I problemi che nascono da questo concetto della Provvidenza e del
fato sono esaminati nel quinto libro. La Provvidenza ed il fato sembrano
escludere a prima vista la libertà; ma in tal caso inutile sarebbe all'uomo la
ragione che serve a giudicare e a scegliere liberamente. La risposta della
filosofia al problema è che, se Dio prevede tutto, non prevede che tutto avvenga
con necessità. La previsione di un evento non implica che l'evento si debba
necessariamente realizzare. In Dio poi la previsione è inerente alla natura
della sua vita, che è una eternità priva di qualsiasi successione.
In Lui non esiste né il passato né il futuro e la sua scienza è la conoscenza
totale e simultanea di tutti gli eventi che si verificano successivamente nel
tempo (V, 6). In Lui sono presenti anche gli eventi futuri, ma sono presenti nel
modo stesso del loro accadimento: e quelli che dipendono dal libero arbitrio
sono presenti appunto nella loro contingenza (V,6).
L'importanza di Boezio per la cultura medievale è stata grandissima. Il De
consolatione ha avuto numerosissimi commenti, le opere logiche hanno introdotta
la logica aristotelica (come si è detto) nell'insegnamento e nella cultura
scolastica. I suoi opuscoli teologici hanno fornito alle discussioni teologiche
medievali i concetti, la terminologia e il metodo. Con tutto ciò, Boezio non
assurge al rango di pensatore originale. E' un abile compilatore ed un retore
eloquente, che ha saputo adattare alla lingua e alla mentalità latina la
speculazione greca, seguendo le orme di S. Agostino, di cui ha fatto proprio il
motto: unisci, nei limiti del possibile, fede e ragione.
Contemporaneo ed amico di Boezio ma di tempra diversa fu MAGNO AURELIO
CASSIODORO, nato verso il 477 a Squillace in Calabria, ministro di Teodorico e
dei suoi successori. Nel 540 abbandonò la corte e si ritirò nel monastero di
Vivario da lui fondato per dedicarsi alla vita spirituale ed alla scienza, e lì
morì nel 570. Di Cassiodoro hanno grande interesse storico le lettere che egli
scrisse per conto di Teodorico, la cui raccolta porta il nome di Variae e la
Storia dei Goti, che ci è giunta solo in un estratto. L'opera più importante,
che egli scrisse nel chiostro, sono le Istitutiones divinarum et saecularium
lectionum in due libri: il primo indica gli autori che vanno studiati come guida
delle discipline teologiche, il secondo è un manuale delle sette arti liberali.
L'opera doveva servire ai monaci e fu nel Medio Evo uno dei manuali più usati.
In un breve scritto, De anima, Cassiodoro si propone di dimostrare, sulle orme
di Claudiano Mamerto, l'incorporeità dell'anima umana. Lo scritto riproduce gli
argomenti di Mamerto che a loro volta, come si è visto, erano desunti da S.
Agostino.
L'ultima figura della patristica è il papa GREGORIO MAGNO nato a Roma
probabilmente nel 540, consacrato pontefice nel 590, morto nel 604. Documento
dell'attività papale di Gregorio è il Registrum epistolarum, la collezione delle
sue lettere ufficiali. Il Liber regulae pastoralis delinea il cómpito del
pastore di anime. I Dialoghi trattano della vita e dei miracoli di diversi
uomini pii d'Italia, il più noto dei quali è S. Benedetto di Norcia. Gregorio
scrisse pure un'esposizione del libro di Giobbe e due raccolte di omelie sugli
Evangeli e su Ezechiele. La parte speculativa di tutti questi scritti è molto
ristretta. L'importanza di Gregorio sta tutta nell'avere egli cercato di
conservare, in un periodo di decadenza totale della cultura, le conquiste dei
secoli passati. Il tempo in cui egli viveva sembrava aver portata la distruzione
totale della cultura e di ogni civiltà e preannunziare la fine del mondo. ĞLe
città sono spopolate, scriveva Gregorio (Dial., III, 38), i villaggi travolti,
le chiese bruciate, i monasteri di uomini e donne distrutti, i campi abbandonati
dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine e
nessun proprietario la abita, le bestie hanno occupato i luoghi che prima erano
affollati di uomini. Io non so quello che accade nelle altre parti del mondo. Ma
nella terra in cui noi viviamo, la fine del mondo non solo si annunzia, ma già
si mostra in attoğ. La desolazione di una civiltà infranta e crollata non si
poteva descrivere meglio. In questa desolazione la cultura si mantiene viva
soltanto in qualche figura solitaria di erudito che l'attinge alle opere del
passato e la trasmette in rozzi e disordinati compendia.
Così ISIDORO di Siviglia, nato verso il 570, morto nel 636, compose una serie di
opere che dovevano servire alle scuole abbaziali ed episcopali, dove si
formavano i chierici. Queste opere hanno un carattere di pura compilazione:
nozioni eterogenee sono poste insieme, senza neppure un tentativo di
unificazione. Nel De natura rerum Isidoro espone l'astronomia e la meteorologia
attinte alle Questioni naturali di Seneca. Nel De ordine creaturarum espone la
gerarchia degli esseri spirituali, secondo il modello neoplatonico. Nelle
Sententiae fa la storia dell'umanità dalla creazione e tratta della grazia,
delle condizioni della vita terrestre dell'uomo e del diritto naturale. L'opera
più celebre sono i 20 libri di Origini o Etimologie, una specie di enciclopedia,
dove è condensato tutto il sapere del passato, dalle arti liberali
all'agricoltura e alle altre arti manuali. Gran parte di questa enciclopedia è
destinata a ricerche grammaticali, ma non è trascurato ciò che può essere utile
ad una educazione filosofico-teologica. Vi sono intrammezzati estratti desunti
dalle opere di scrittori classici e dei Padri della Chiesa, in particolare di
Gregorio Magno. La filosofia vi è definita, con gli Stoici, come Ğla scienza
delle cose umane e divineğ ed è divisa in fisica, etica e logica.
Attraverso l'opera di Isidoro di Siviglia i risultati della scienza antica
venivano sottratti al naufragio e destinati ad alimentare il lavoro
intellettuale dei secoli successivi.

San Cutberto mentre viene
convinto da re Egfrido ad accettare la carica di Vescovo di Lindisfarne, nel
685.
La miniatura è tratta da un codice che contiene il testo della Vita di san
Cutberto scritta dal monaco benedettino Beda il Venerabile.
La stessa natura hanno gli scritti di BEDA il Venerabile, nato nel 674 in
Inghilterra, morto nel 735 nel chiostro di Jarrow. Beda ha fornito al
cattolicesimo inglese lo stesso armamentario intellettuale che Isidoro ha
fornito a quello spagnolo. Il suo De natura rerum fondato prevalentemente
sull'opera di Plinio il Vecchio dà la stessa immagine del mondo del trattato
omonimo di Isidoro. Beda è anche autore di scritti grammaticali e cronologici e
di una Storia ecclesiastica della gente degli Angli che va sino al 731. Dal
punto di vista filosofico, Beda si ispira alle opere di S. Agostino. In
particolare ritiene che la materia del mondo contenga i semi di tutte le cose e
che da essi, come da cause primordiali, si sviluppino nel corso del tempo tutti
gli esseri del mondo. L'uomo è un microcosmo; la storia si divide in parti
corrispondenti alle sette giornate della creazione. Beda è un altro anello della
catena attraverso la quale la cultura antica si trasmette al Medio Evo.
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