FILOSOFIA GRECA
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Platone



Il problema politico come problema delle leggi


L'ultima attività di Platone è ancora dedicata al problema politico. Nel Politico, Platone ricerca quale deve essere l'arte propria del reggitore dei popoli. E la conclusione è che questa arte deve essere quella della misura: in ogni cosa difatti bisogna evitare l'eccesso o il difetto e trovare il giusto mezzo. Tutta la scienza dell'uomo politico consisterà essenzialmente nel cercare il giusto mezzo, ciò che è in ogni caso opportuno o doveroso nelle azioni umane. L'azione politica deve «tessere insieme» nell'interesse dello stato le due indoli opposte degli uomini coraggiosi e dei prudenti, in modo che vengano contemperate in giusta misura nello stato la prontezza d'azione e la saggezza di giudizio.
La cosa migliore sarebbe che l'uomo politico non ponesse leggi giacché la legge, essendo generale, non può prescrivere con precisione ciò che è bene per ognuno. Le leggi sono tuttavia necessarie per l'impossibilità di dare prescrizioni precise ad ogni singolo individuo; ed esse si limitano quindi ad indicare ciò che genericamente e grossolanamente è il meglio per tutti. Tuttavia una volta che siano stabilite nel modo migliore, vanno conservate e rispettate e la loro rovina implica la rovina dello stato. Delle tre forme di governo storicamente esistenti, monarchia, aristocrazia e democrazia, ciascuna si distingue dalla corrispondente forma deteriore proprio per l'osservanza delle leggi.
Così il governo di uno solo è monarchia se è retto dalle leggi; è tirannide se è senza leggi. Il governo dei pochi è aristocrazia quando è governato da leggi, oligarchia quando è senza leggi e la democrazia può essere retta da leggi o governata contro le leggi. Il miglior governo, prescindendo da quello perfetto delineato nella Repubblica, è quello monarchico, il peggiore è quello tirannico. Tra i governi disordinati (cioè privi di leggi) il migliore è la democrazia.
In tal modo il problema politico, che nella Repubblica era stato considerato come il problema di una comunità umana perfetta, quindi nel suo aspetto morale, acquista un carattere più determinato e specifico nell'ultima fase della speculazione platonica; e diventa il problema delle leggi che devono governare gli uomini e indirizzarli gradualmente a diventare cittadini di quella comunità ideale. Al problema delle leggi è infatti dedicata l'ultima opera platonica, che è anche la più estesa di tutte, il dialogo in 12 libri intitolato Le Leggi, pubblicato da Filippo di Opunte dopo la morte del maestro.
Platone è ormai più vivamente consapevole della «debolezza della natura umana» e perciò ritiene indispensabile che anche in uno stato bene ordinato vi siano leggi e sanzioni penali (854 a). Ma la legge deve conservare la sua funzione educativa; non deve solo comandare, ma anche convincere e persuadere della propria bontà e necessità: ogni legge deve quindi avere un preludio insegnativo, simile a quello che si premette alla musica e al canto. Quanto alla punizione, poiché nessuno accoglie volentieri nell'anima l'ingiustizia che è il peggiore di tutti i mali, essa non deve essere una vendetta, ma solo correggere il colpevole spingendolo a liberarsi dell'ingiustizia e ad amare la giustizia.
Da ciò risulta che il fine delle leggi è quello di promuovere nei cittadini la virtù che, come già Socrate insegnava, si identifica con la felicità. Ed esse non devono promuovere una sola virtù, per esempio, il coraggio guerriero, ma tutte, perché tutte sono necessarie alla vita dello stato; e perciò devono tendere all'educazione dei cittadini, intendendo per educazione «l'indirizzare l'uomo sin dai teneri anni alla virtù, rendendolo amante e desideroso di divenire cittadino perfetto che sa comandare e ubbidire secondo giustizia», (643 e). Ma questa educazione ha come suo fondamento la religione, una religione che prescinda dall'indifferenza e dalla superstizione.
Contro coloro i quali spiegano l'universo con l'azione di forze puramente fisiche, Platone afferma la necessità di ammettere un principio divino del mondo. Difatti se ogni cosa produce un cambiamento nell'altra, bisogna, risalendo da cosa a cosa, giungere ad una cosa che si muove da sé. Una cosa che è mossa da un'altra non può essere la prima a muoversi. Il primo movimento è dunque quello che muove se stesso ed è quello dell'anima. C'è dunque un'anima, un'intelligenza suprema che muove e ordina tutte le cose del mondo (896 e). Ma non basta ammettere un principio divino del mondo, bisogna anche vincere l'indifferenza di quelli che ritengono che la divinità non si occupi delle cose umane, che sarebbero per essa insignificanti. Ora questa credenza equivale ad ammettere che la divinità è pigra e indolente e a ritenerla inferiore al più comune mortale che vuole sempre rendere perfetta l'opera sua, grande o piccola che sia. Infine la peggiore aberrazione è la superstizione di chi crede che la divinità possa essere propiziata con doni ed offerte: costoro pongono la divinità alla pari dei cani che ammansiti dai doni permettono di depredare le greggi e al disotto degli uomini comuni che non tradiscono la giustizia accettando doni delittuosamente offerti.
Come si vede l'ultima speculazione platonica tende a delineare una forma di religione filosofica, che Platone esplicitamente riconnette alle credenze religiose tradizionali. Neppure qui c'è traccia pertanto di monoteismo: nella credenza nella divinità è la credenza negli dei: la divinità viene partecipata egualmente da un numero indefinito di enti divini i più alti dei quali trovano negli astri i loro corpi visibili (Leggi, 899 a-b).
La via che Platone ha percorsoa dai primi Dialoghi che si fermavano a illustrare atteggiamenti e concetti socratici, sino alla tarda speculazione delle Leggi, è stata ben lunga. Nel corso di essa si sono venute sommando le delusioni che l'uomo ha incontrato nei tentativi di realizzazione del suo ideale politico, i problemi che sono germinati l'uno dall'altro in una ricerca che non ha mai voluto riconoscere tappe o soste definitive. Chi confronta lo sbocco ultimo di questa ricerca (il calcolo matematico della virtù e il codice legislativo) con il suo punto di partenza, può facilmente scoprire un abisso tra i due punti estremi di essa. Ma chi consideri che anche a questi ultimi sviluppi Platone è stato condotto dall'esigenza di formulare come scienza rigorosa (e la matematica è il tipo stesso del rigore scientifico) l'aspirazione ad una vita propriamente umana, cioè virtuosa e felice insieme, non può non riconoscere che Platone si è mantenuto fedele allo spirito dell'insegnamento di Socrate e non ha fatto altro, in tutta la vita, che realizzarne il significato.