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CENNI SULLA TRADIZIONE PLATONICA E
SUL NEOPLATONISMO RINASCIMENTALE
La temperie spirituale in cui rinasce e rifiorisce il Platonismo
L'età dell'Umanesimo e del Rinascimento è contrassegnata da una massiccia
reviviscenza del Platonismo, che crea una temperie spirituale inconfondibile.
Reviviscenza del Platonismo non significa, però, rinascita del pensiero di
Platone quale noi troviamo espresso nei dialoghi. È vero che il Medioevo lesse
pochissimi dialoghi (Menone, Fedone e Timeo), e che invece nel corso del
Quattrocento i dialoghi furono tradotti tutti in latino, le versioni di Leonardo
Bruni e di Ficino riscossero grande successo e molti Umanisti furono addirittura
in grado di leggere e di intendere il testo greco originale; tuttavia il
riscoperto testo platonico continuò a essere letto alla luce della posteriore
tradizione platonica, vale a dire in funzione dei parametri resi canonici dai
Neoplatonici.
Al lettore di oggi, che è in possesso delle più scaltrite tecniche esegetiche,
ciò può apparire paradossale. In realtà, così non è.
Solo a partire dagli inizi dell'Ottocento si è riusciti a cominciare a scindere
le dottrine genuinamente platoniche da quelle neoplatoniche, e solo ai giorni
nostri a poco a poco si procede a completare in modo sistematico l'immagine
filosofica di Platone in tutti i suoi tratti. Ciò è accaduto per una serie di
motivi che è bene precisare in sintesi, perché ci aiutano a comprendere meglio
l'età che stiamo studiando.
L'antichità, in generale, era propensa ad attribuire al fondatore di una Scuola
o di un movimento filosofico tutte le scoperte successive a lui ispirate. In
particolare questo accadde per Platone, per il motivo che egli non lasciò
scritti sistematici, ma consegnò alle lezioni le sue dottrine sui principi
supremi e non autorizzò i discepoli a comporre un quadro generale del suo
pensiero.
L'Accademia da lui fondata, subì le sorti più avventurose e registrò mutamenti
di grande rilievo. In età ellenistica piegò verso lo Scetticismo, poi si fece
portatrice di istanze eclettiche (assorbì soprattutto elementi stoici), mentre
in età imperiale cercò faticosamente di creare una sistemazione metafisica
complessiva, che iniziò con i Medioplatonici e culminò con Plotino e con i tardi
Neoplatonici.
Ricordiamo ancora che con i Neoplatonici gli stessi scritti aristotelici sono
stati in un certo senso sussunti nella tradizione, commentati in una determinata
ottica e considerati come i «piccoli misteri», i quali hanno la funzione di
introdurre ai «grandi misteri», ossia come scritti propedeutici atti a preparare
alla comprensione di Platone.
Si aggiungano, inoltre, le complicazioni legate alle complesse vicende relative
al Corpus Hermeticum e agli Oracoli Caldaici, ossia a quelle correnti di
pensiero magico -teurgico che utilizzarono filosofemi platonici, le quali
verniciarono con tinte particolari una serie di concetti platonici, che così
colorati rimbalzarono poi per riflesso sulla stessa tradizione platonica
d'origine.
Infine, ricordiamo che il Platonismo accrebbe il proprio patrimonio dottrinale
con la speculazione cristiana, raggiungendo vette di notevole altezza negli
scritti dello pseudo Dionigi Areopagita, che presentano elementi procliani
combinati con elementi desunti dalla teologia cristiana e che esercitarono
grandissimo fascino.
Ora, il Platonismo è giunto ai Rinascimentali con tutte queste plurisecolari
incrostazioni, ossia è giunto nella forma di Neoplatonismo e per giunta con
tutte le infiltrazioni magico-ermetiche e cristiane, e come tale venne accolto e
riconsacrato.
Il contributo dato dai dotti bizantini
Ma c'è un ultimo punto che va rilevato per avere il quadro completo. Quando le
Scuole filosofiche di Atene e di Alessandria decaddero, Bisanzio raccolse e
mantenne viva la tradizione ellenica, sia pure con scarsissima originalità.
Furono appunto i dotti bizantini che consegnarono al Rinascimento italiano
quella tradizione con tutte le incrostazioni di cui si è detto, cui si
aggiunsero poi anche alcune delle incrostazioni provenienti dal Platonismo
latino-medievale.
I dotti bizantini affluirono in Italia in tre momenti successivi.
1 Agli inizi del XIV secolo furono chiamati a insegnare uomini come Emanuele
Crisolora, che creò la tradizione di studi greci in Firenze.
2 Dal 1439 si verificò un afflusso massiccio in occasione del Concilio di
Ferrara-Firenze, in cui si discusse l'unione della Chiesa greca con quella
romana.
3 Dal 1453 ebbe luogo una vera e propria diaspora di dotti greci, a motivo della
caduta di Costantinopoli in mano ai turchi.
È ormai chiaro agli storici che questa venuta dei dotti greci in Italia non ha
generato la rinascita degli studi dei classici greci (che ha radici assai più
profonde), ma l'ha notevolmente movimentata e promossa. Per quanto concerne i
contenuti filosofici relativi alla rinascita neoplatonica, in particolare,
questi dotti non apportarono elementi di originalità.
La polemica circa la superiorità tra Platone e Aristotele
Di rilievo è solo la polemica che i dotti greci fomentarono circa la superiorità
di Platone rispetto ad Aristotele. Giorgio Gemisto Pletone (1355-1452 ca.)
sostenne vivacemente la nettissima superiorità di Platone, giungendo addirittura
a proporre una forma di neopaganesimo su basi platoniche.
Contro di lui Giorgio Scholarios Gennadio (1405-1472 ca.) difese a spada tratta
Aristotele, spalleggiato (sia pure su altre basi) da Giorgio Trapezunzio
(1395-1486).
Un tentativo di composizione del conflitto, condotto con grande classe e con
l'ausilio di ampie conoscenze, è stato fatto da Bessarione (1400 ca.-1472),
creato cardinale dal papa Eugenio IV.
Ricomporre in armonia Platone e Aristotele, per lui, significava creare una base
anche per unificare la Chiesa greca e quella romana. Per questo, Bessarione fu
detto il più greco fra i latini e il più latino fra i greci. Fu famosa — fra
l'altro — la sua traduzione della Metafisica di Aristotele. Tuttavia, malgrado
le sue vastissime conoscenze delle fonti, anche Bessarione (né sarebbe stato
possibile diversamente, per le ragioni spiegate) propose e accreditò largamente
l'interpretazione neoplatonica di Platone.
Ma il grande rilancio del Neoplatonismo, dal punto di vista filosofico, doveva
avvenire per altre vie: da un lato, a opera del Cusano, e, dall'altro, a opera
dell'Accademia Platonica fiorentina con Ficino alla testa, e poi con Pico.
Niccolò Cusano
Marsilio Ficino
Giovanni
Pico della Mirandola
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