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LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA NEI SUOI
TRATTI GENERALI
Che cosa cambia con la rivoluzione scientifica
Il periodo di tempo che va pressappoco dalla data di pubblicazione del De
Revolutionibus di Niccolò Copernico, e cioè dal 1543, all'opera di Isaac Newton,
i cui Philosophiae Naturalis Principia Mathematica furono pubblicati per la
prima volta nel 1687, si è ormai soliti indicarlo come il periodo della «rivoluzione
scientifica».
Si tratta di un possente movimento di idee che acquista nel
Seicento i suoi caratteri qualificanti nell'opera di Galileo, che trova i suoi
filosofi — in aspetti differenti — nelle idee di Bacone e di Cartesio, e che poi
avrà la sua espressione ormai classica nell'immagine newtoniana dell'universo
concepito come una macchina, come un orologio.
Trainante, in questo processo di
idee, è certamente quella «rivoluzione astronomica» la quale in Copernico, Tycho
Brahe, Keplero e Galileo ha i rappresentanti più prestigiosi e che confluirà
nella «fisica classica» di Newton.
In questo periodo, dunque, muta l'immagine del mondo. Pezzo per pezzo, a fatica
ma progressivamente, vengono abbattuti i pilastri della cosmologia
aristotelico-tolemaica: così per esempio Copernico mette il Sole, invece della
Terra, al centro del mondo; Tycho Brahe, pur essendo anticopernicano, elimina le
sfere materiali che, nella vecchia cosmologia, avrebbero, nel loro moto,
trainato i pianeti e all'idea di orbe (o sfera) materiale sostituisce la moderna
idea di orbita; Keplero offre una sistemazione matematica del sistema
copernicano e compie il rivoluzionario passaggio dal moto circolare («naturale»
e «perfetto», nella vecchia cosmologia) al movimento ellittico dei pianeti;
Galileo mostra la falsità della distinzione fra fisica terrestre e fisica
celeste, facendo vedere che la Luna è della stessa
natura della Terra, e si cimenta, tra altre cose, con la formulazione del
principio di inerzia; Newton, con la sua teoria gravitazionale, unificherà la
fisica di Galileo e quella di Keplero: difatti, dal punto di vista della
meccanica di Newton si può dire che le teorie di Galileo e di Keplero sono buone
approssimazioni a certi particolari risultati ottenuti da Newton.
Tuttavia, durante i centocinquant'anni che corrono tra Copernico e Newton, non
muta soltanto l'immagine del mondo. Interconnesso con tale mutamento è il
cambiamento — anch'esso lento, tortuoso, ma decisivo — delle idee sull'uomo,
sulla scienza, sull'uomo di scienza, sul lavoro scientifico e le istituzioni
scientifiche, sui rapporti tra scienza e società, sulle relazioni tra scienza e
filosofia e tra sapere scientifico e fede religiosa.
1 Copernico sposta la Terra dal centro dell'universo e con ciò ne butta fuori
l'uomo. La Terra non è più il centro dell'universo, ma è un corpo celeste come
gli altri; essa non è più, appunto, quel centro dell'universo creato da Dio in
funzione di un uomo concepito come il punto più alto della creazione al quale
sarebbe funzionalizzato l'intero universo. E se la Terra non è più il luogo
privilegiato della creazione, se essa non è diversa dagli altri corpi celesti,
non potrebbe essere che altri uomini siano pure su altri pianeti? E se questo si
desse, in che modo potrebbe resistere la verità della narrazione biblica sulla
discendenza di tutti gli uomini da Adamo ed Eva? E come Iddio che è sceso su
questa Terra per redimere gli uomini, potrebbe aver redento altri eventuali
uomini? Questi interrogativi si erano già avvertiti con la scoperta dei «selvaggi»
d'America, scoperta che — oltre che portare a cambiamenti politici ed economici
— porrà inevitabili questioni religiose e antropologiche alla cultura
occidentale, mettendo quest'ultima davanti all'«esperienza della diversità». E
quando Bruno squarcerà i confini del mondo e farà diventare infinito l'universo,
il pensiero tradizionale si troverà nell'urgenza di reperire una nuova dimora di
Dio.
2 Muta l'immagine del mondo, muta l'immagine dell'uomo. Ma muta progressivamente
anche l'immagine della scienza. La rivoluzione
scientifica non consiste soltanto nel raggiungimento di teorie nuove e diverse
dalle precedenti sull'universo astronomico, sulla dinamica, sul corpo umano o
magari sulla composizione della Terra. La rivoluzione scientifica è
simultaneamente una rivoluzione dell'idea di sapere, di scienza. La scienza — e
questo è l'esito della rivoluzione scientifica, esito che Galileo espliciterà
con chiarezza stringente —non è più né l'intuizione privilegiata del singolo
mago o astrologo illuminato né il commento a un filosofo (Aristotele) che ha
detto «la» verità e tutta la verità, non è più cioè un discorso sopra «il mondo
di carta», bensì indagine e discorso sopra il mondo della natura.
Questa immagine di scienza non sorge tutt'a un tratto, ma emerge
progressivamente da un crogiuolo tumultuoso di concezioni e di idee in cui si
intessono e si incrociano misticismo, ermetismo, astrologia, magia e soprattutto
tematiche della filosofia neoplatonica. Si tratta di un processo davvero
complesso che trova l'esito più chiaro nella fondazione
galileiana del metodo scientifico e quindi nella autonomia della scienza dalle
proposizioni di fede e dalle concezioni filosofiche.
Il discorso scientifico si qualifica in quanto tale perché procede —così disse
Galileo — sulla base delle «sensate esperienze» e delle «necessarie
dimostrazioni». L' «esperienza» di Galilei è l' «esperimento». La scienza è
scienza sperimentale. E attraverso l'esperimento gli scienziati tendono
all'ottenimento di proposizioni vere sul mondo.
Questa nuova immagine della scienza — fatta di teorie sistematicamente
controllate tramite gli esperimenti — «era l'atto di nascita di un tipo di
sapere inteso come una costruzione perfettibile, che nasce dalla collaborazione
degli ingegni, che necessita di un linguaggio specifico e rigoroso, che ha
bisogno, per sopravvivere e crescere su se stesso, di proprie specifiche
istituzioni [...]. Un tipo di sapere [...] che crede nella capacità di crescita
della conoscenza, che non si fonda sul puro e semplice rifiuto delle teorie
precedenti, ma sulla loro sostituzione con teorie più "larghe", che siano
logicamente più "forti", che abbiano maggior contenuto di controllabilità»
(Paolo Rossi).
3 Con la rivoluzione scientifica «si fecero strada le categorie, i metodi, le
istituzioni, i modi di pensare, le assunzioni di valore connessi a quel fenomeno
che, dopo la rivoluzione scientifica, siamo soliti chiamare scienza moderna» (P.
Rossi). E il tratto più caratteristico di quel fenomeno che è la scienza moderna
si riassume proprio nel metodo: questo esige da una parte immaginazione e
creatività di ipotesi, e dall'altra il pubblico controllo di queste
immaginazioni. La scienza è pubblica, nella sua essenza; è pubblica per
questioni di metodo. È l'idea di scienza metodologicamente regolata e
pubblicamente controllabile a esigere le nuove istituzioni scientifiche, come le
accademie, i laboratori, i contatti internazionali (si pensi a tutti gli
importanti epistolari).
Ed è sulla base del metodo sperimentale che si fonda l'autonomia della scienza:
questa trova le sue verità indipendentemente dalla filosofia e dalla fede. Ma
tale indipendenza non tarda a trasformarsi in scontro, scontro che diventa
tragedia nel «caso Galilei». Quando Copernico rende pubblico il suo De
Revolutionibus, il teologo luterano Andrea Osiander si affretta a scriverne una
Prefazione in cui sostiene che la teoria copernicana — contraria alla cosmologia
contenuta nella Bibbia — non è da considerarsi come una descrizione vera del
mondo, quanto piuttosto come uno strumento per fare' previsioni. Questa sarà
anche l'idea che il cardinale Bellarmino sosterrà nei confronti della difesa del
copernicanesimo effettuata da Galileo.
Lutero, Melantone e Calvino si opporranno duramente alla concezione copernicana.
E la Chiesa cattolica processerà per due volte Galileo, che sarà condannato e
costretto all'abiura. Siamo, tra l'altro, davanti allo scontro tra due mondi,
tra due modi di guardare la realtà, tra due maniere di concepire la scienza e la
verità.
Per Copernico, per Keplero e per Galileo la nuova teoria astronomica non è una
pura supposizione matematica, non è un semplice strumento di calcolo, magari
utile per far meglio il calendario, bensì una descrizione vera della realtà,
ottenuta attraverso un metodo che non elemosina garanzie al di fuori di se
stesso. Il sapere di Aristotele è «pseudofilosofia», e la Scrittura non ha come
compito quello di informarci sul mondo, ma è parola di salvezza che offre un
senso alla vita degli uomini.
4 Insieme alla cosmologia aristotelica, la rivoluzione scientifica porta al
rifiuto delle categorie, dei principi e delle pretese essenzialistiche della
filosofia aristotelica. Il vecchio sapere pretendeva di essere sapere di essenze,
scienza fatta di teorie e concetti definitivi. Ma il processo della rivoluzione
scientifica confluirà nell'idea di Galileo il quale scrive:
Il tentar l'essenza, l'ho per impresa non meno
impossibile e per fatica
non men vana nelle prossime
sustanze elementari che nelle remotissime e celesti: e a me pare essere
egualmente ignaro della sustanza della Terra che della Luna, delle nubi
elementari che delle macchie del Sole [...]. Se bene indarno si tenterebbe
l'investigazione della sustanza delle macchie solari, non resta però che alcune
loro affezioni, come il luogo, il moto, la figura, la grandezza, l'opacità, la
mutabilità, la produzione e il dissolvimento non possino da noi essèr apprese.
Dunque: non più alle essenze o alle sostanze delle cose e dei fenomeni, ma alle
qualità delle cose e degli eventi oggettivamente, e quindi pubblicamente,
controllabili e quantificabili, punta la scienza, così come essa si configura
alla fine del lungo processo della rivoluzione scientifica. Non più il che cosa
ma il come; non più la sostanza, ma la funzione va a indagare la scienza
galileiana e postgalileiana.
5 Se il processo della rivoluzione scientifica è anche un processo di rifiuto
della filosofia aristotelica, non dobbiamo affatto pensare che esso sia privo di
presupposti filosofici. Pure gli artefici della rivoluzione scientifica furono
legati — e in vario modo — col passato: essi si rifanno, per esempio, ad
Archimede e a Galeno. La mistica sia ermetica sia neoplatonica del Sole domina,
per esempio, l'opera di Copernico, quella di Keplero, la ritroviamo in Harvey. E
il grande tema neoplatonico del Dio che geometrizza e che, creando il mondo,
lo crea imprimendo in esso un ordine matematico e geometrico che il ricercatore
deve inseguire, attraversa gran parte della rivoluzione scientifica, come la
ricerca di Copernico, di Keplero o di Galileo.
6 Il Neoplatonismo, pertanto, è — possiamo dire con certa cautela —la «filosofia»
della rivoluzione scientifica; e, in ogni caso, essa è di certo il presupposto
metafisico dell'asse portante della rivoluzione scientifica, vale a dire della
rivoluzione astronomica. Tuttavia, le cose sono ancor più complesse di quanto
siamo venuti sin qui dicendo. Difatti, la recente più aggiornata storiografia
(con Eugenio Garin e Frances Amelia Yates, per esempio) ha messo in rilievo, con
abbondanza di dati, la rilevante presenza della tradizione magica e di quella
ermetica all'interno del processo che porta alla scienza moderna. Certo, ci sarà
anche chi, come Bacone o come Boyle, criticherà con tutta l'asprezza possibile
la magia e l'alchimia; o chi, come Pierre Bayle, inveirà contro le superstizioni
dell'astrologia.
Ma, in tutti i casi, magia, alchimia e astrologia sono
ingredienti attivi di quel processo che è la rivoluzione scientifica. Come lo è
la tradizione ermetica, cioè quella tradizione che, rifacendosi a Ermete
Trismegisto (ricordiamo che il Corpus Hermeticum era stato tradotto da Marsilio
Ficino), aveva come principi fondamentali il parallelismo tra macrocosmo e
microcosmo, la simpatia cosmica e la concezione dell'universo come un essere
vivente.
Nel corso della rivoluzione scientifica, alcuni temi e idee magiche ed ermetiche,
dato il diverso contesto culturale in cui vivono o rivivono, verranno rese
funzionali alla genesi e allo sviluppo della scienza moderna. Ma non sempre
questo era possibile o non sempre accadde. La rivoluzione scientifica, insomma,
si spinge avanti in un mare di idee che non sempre o non sempre in tutto furono
funzionali allo sviluppo della scienza moderna. Così, per esempio, se Copernico
si richiama all'autorità di Ermete Trismegisto (oltre che alla filosofia
neoplatonica) per legittimare il suo eliocentrismo, Bacone rimprovererà a
Paracelso (il quale pur dei meriti li ha) non tanto di aver
disertato l'esperienza, quanto piuttosto di averla tradita, di aver corrotto le
fonti della scienza e di aver spogliato le menti degli uomini.
E, analogamente, gli astrologi reagirono violentemente al «nuovo sistema del
mondo». Il mondo, con le scoperte di Galilei, diventò più grande, e la quantità
dei corpi celesti si fece improvvisamente e, in maniera considerevole, molto più
numerosa. Questo fatto sconvolgeva dalle fondamenta l'astrologia. E gli
astrologi si ribellarono. Ed ecco, a proposito, una lettera del mecenate
napoletano Giambatista Manso, amico di Della Porta, a Paolo Beni, lettore di
greco nello studio di Padova, il quale, da parte sua, lo aveva messo al corrente
delle strabilianti scoperte fatte da Galileo col cannocchiale:
Scriverò anco un'asprissima
querela fattami da tutti
gli astrologi e da gran parte de'
medici; i quali intendendo che si aggiungano tanti nuovi pianeti ai primi già
conosciuti, par loro che necessariamente ne venga rovinata l'astrologia e
diroccata gran parte della medicina, perciocché la distribuzione delle case
dello Zodiaco, le dignità essenziali ne' segni, la qualità delle nature delle
stelle fisse, l'ordine de' cronicatori, il governo dell'età degli huomini, i
mesi della formatione dell'embrione,
le ragioni de' giorni critici, e cento e mill'altre cose, che dipendono dal
numero settenario de' pianeti, sarebbero tutti
sin da' fondamenti distrutte.
In realtà, il progressivo affermarsi della visione copernicana del mondo ridurrà
sempre di più lo spazio dell'astrologia. Ma essa dovette lottare anche contro
l'astrologia. Tutto ciò per dire che la scienza moderna autonoma dalla fede,
pubblica nei controlli, regolata da un metodo, correggibile e in progresso, con
un linguaggio specifico e chiaro, con le sue tipiche istituzioni è davvero
l'esito di un lungo e tortuoso processo in cui si intrecciano la mistica
neoplatonica, la tradizione ermetica, la magia, l'alchimia e l'astrologia.
La rivoluzione scientifica, in breve, non è una marcia trionfale. E allorché si
enucleano e si indagano i suoi filoni «razionali», occorre tenere l'attenzione
fissa sulle eventuali controparti mistiche, magiche, ermetiche e occultistiche
di tali filoni.
La formazione di un nuovo tipo di sapere che richiede l'unione di scienza e
tecnica
Il risultato di quel processo culturale che viene detto «rivoluzione scientifica»
è una nuova immagine del mondo che, tra l'altro, pone non indifferenti problemi
religiosi e antropologici; è, insieme, la proposta di una nuova immagine della
scienza: autonoma, pubblica, controllabile e progressiva.
Ma la rivoluzione scientifica è, appunto, un processo: un processo che, per
essere compreso, deve venir scandagliato in quelle sue componenti quali la
tradizione ermetica, l'alchimia, l'astrologia o la magia successivamente
abbandonate dalla scienza moderna, ma che, nel bene e nel male, agirono sulla
sua genesi e, il meno che si possa dire, sul suo primo sviluppo.
Ma occorre andare oltre, giacché un'altra caratteristica fondamentale della
rivoluzione scientifica è la formazione di un sapere — la scienza, appunto — che,
diversamente dal sapere precedente, quello medievale, riunisce teoria e pratica,
scienza e tecnica, dando così origine a un nuovo tipo di «dotto» ben diverso dal
filosofo medievale, dall'umanista, dal mago, dall'astrologo o anche
dall'artigiano o dall'artista del Rinascimento. Questo nuovo tipo di dottó,
generato dalla rivoluzione scientifica, non è più, appunto, il mago o
l'astrologo possessore di un sapere privato e da iniziati, né il professore
universitario commentatore e interprete dei testi del passato, ma è lo
scienziato fautore di una nuova forma di sapere, pubblico, controllabile e
progressivo, di una forma di sapere cioè che per validarsi necessita del
continuo controllo della prassi, dell'esperienza.
La rivoluzione scientifica crea lo scienziato sperimentale moderno, la cui
esperienza è l'esperimento, reso sempre più rigoroso da nuovi strumenti di
misura via via più precisi. E il nuovo dotto molto spesso opera al di fuori (se
non addirittura contro) le vecchie istituzioni del sapere, quali le università.
In effetti, «nei secoli XVI e XVII le università e i conventi non sono più,
com'era accaduto nel medioevo, le uniche sedi nelle quali si elabora e si
produce cultura; l'ingegnere o l'artista-ingegnere che progetta canali, dighe,
fortificazioni, viene assumendo una posizione di prestigio pari o superiore a
quella del
medico, dell'astronomo di corte, del professore nelle università. Le condizioni
di esistenza e il ruolo sociale degli artisti, degli artigiani, degli "scienziati"
di vario tipo subiscono, in questi secoli, una serie di modificazioni profonde»
(P. Rossi).
Precedentemente al periodo che stiamo trattando, le arti liberali (il lavoro
intellettuale) sono distinte dalle arti meccaniche. Queste ultime sono «basse»,
«vili», implicano il lavoro manuale e il contatto con la materia; si
identificano con il lavoro servile fatto di operazioni manuali. Le arti
meccaniche sono indegne di un uomo libero. Ma nel processo della rivoluzione
scientifica questa separazione viene meno: l'esperienza del nuovo scienziato è
l'esperimento, e l'esperimento esige serie di operazioni e di misure.
Il nuovo sapere e l'unione fra teoria e pratica, che spesso si risolve nella
cooperazione tra scienziati da una parte e tecnici e artigiani superiori (ingegneri,
artisti, idraulici, architetti ecc.) dall'altra, sono dunque la stessa cosa. È
la stessa idea di sapere sperimentale, pubblicamente controllabile, che muta lo
status delle arti meccaniche.
Scienziati e artigiani
Qualcuno (Edgar Zilsel) ha sostenuto che «nel Cinquecento, sotto la pressione
dello sviluppo tecnologico, cominciò a sgretolarsi la muraglia che fin
dall'Antichità separava le arti "liberali" da quelle "meccaniche"». Il sapere
che ha carattere pubblico, collaborativo e progressivo, sarebbe insomma prima
nato presso gli artigiani superiori (naviganti, ingegneri delle fortificazioni,
tecnici nelle officine di artiglieria, agrimensori, architetti, artisti ecc.), e
poi avrebbe influito sulla trasformazione delle arti liberali. Ora, il contatto
e, meglio, l'incontro tra sapere scientifico e tecnico, tra l'intellettuale e
l'artigiano, è un fatto della rivoluzione scientifica.
Quel che importa, però, è la natura di questo contatto. Furono gli artigiani a
offrire il nuovo tipo di sapere a coloro che praticavano le arti liberali? O fu
la società, cioè la classe borghese in ascesa, a imporre come sapere quello
degli artigiani superiori?
Ebbene, per quanto riguarda il nesso tra scienza e società è certo che serve ben
poco proclamarlo, «né sembra di molta utilità, in vista di una possibile
soluzione, la disinvoltura di coloro che ritengono di aver esaurito ogni lavoro
possibile etichettando come "borghese" ogni intellettuale cui sia capitato di
vivere nel non breve spazio di tempo compreso tra Guglielmo di Ockham e Albert
Einstein.
Ricercare le connessioni tra la relatività galileiana o la dottrina
cartesiana dei vortici o gli assiomi sul moto di Newton e le condizioni sociali
e lo sviluppo tecnologico della società italiana, francese e inglese del secolo
XVII, non ha alcun senso determinabile. L'introduzione della polvere da sparo e
l'apparizione del cannone non valgono certo a spiegare la nascita della nuova
scienza dinamica, né i bisogni della navigazione o le esigenze della riforma del
calendario valgono a render ragione dei sette assiomi dell'astronomia
copernicana, così come la novità rivoluzionaria delle teorie di Galileo o di
Newton non è certo riconducibile alle visite di Galileo all'arsenale di Venezia,
alla constatazione che una pompa non può sollevare l'acqua al di sopra di trenta
piedi, all'attività di Newton presso la Zecca di Londra» (P. Rossi).
E veniamo alla tesi di quanti affermano che la scienza che trova in Galileo il
ricercatore praticante tipico e il suo teorizzatore metodologico e la sua
filosofia in Bacone e Newton, sarebbe la scienza dell'artigiano o dell'ingegnere,
dell'uomo faber del Rinascimento «dominatore della natura», dell'uomo cioè che
pone la vita activa al posto della vita contemplativa.
È questa una tesi difesa, in contesti di pensiero molto diversi, da Lucien
Laberthonnière e da Edgar Zilsel. Senonché, a questa tesi si oppone l'altra per
cui «la scienza è fatta non da ingegneri e da artigiani», ma proprio dagli
scienziati; da Keplero, Galilei, Cartesio, e così via. È questa la tesi di
Alexandre Koyré: «La nuova balistica non è stata inventata da operai o da
artiglieri, ma contro di loro. E Galileo non imparò la sua professione dalla
gente che lavorava negli arsenali e nei cantieri di Venezia. Al contrario: la
insegnò loro». Naturalmente, dice ancora Koyré, «la scienza di Galileo e di
Cartesio è stata [...] di grandissima importanza per l'ingegneria e la tecnica;
in conclusione ha prodotto una rivoluzione nella tecnica;
pur tuttavia è stata creata e sviluppata da teorici e filosofi, non da tecnici e
ingegneri». Sottolineando il ruolo degli artigiani nella formazione dell'idea di
una scienza perfezionabile (e quindi progressiva) e òpera di generazioni di
ricercatori, «Zilsel prestò [.. .] scarsa considerazione al fatto che questa
stessa idea si andò affermando in imprese a carattere più accademico» (Abraham
C. Keller).
In ogni caso, non furono i tecnici dell'arsenale a creare il principio di
inerzia. Certo, Galileo andava all'arsenale e il colloquio con i tecnici
dell'arsenale — egli dice — «mi ha più volte aiutato nella investigazione della
ragione di effetti non solo maravigliosi, ma reconditi ancora e quasi
inopinabili». Le tecniche, i ritrovati e i processi presenti nell'arsenale
aiutano la riflessione teorica di Galilei. E le pongono nuovi problemi:
È vero che tal volta anco mi ha messo in confusione
et in disperazione di poter penetrare come possa seguire quello che, lontano da
ogni mio concerto, mi dimostra il senso esser vero.
Furono gli occhialai a scoprire il fatto che due lenti messe in modo opportuno
avvicinano le cose lontane, ma perché le lenti funzionano così non lo scoprirono
gli occhialai e non ci riuscì nemmeno Galileo, ci volle Keplero: fu lui a capire
le leggi di funzionamento delle lenti. Né furono quei tecnici che scavavano
pozzi a capire perché l'acqua nelle pompe non saliva oltre i dieci metri e
trentasei centimetri. Ci volle Torricelli a dimostrare che la lunghezza massima
di 34 piedi (= 10,36 m.) per la colonna d'acqua all'interno del cilindro rivela
semplicemente la pressione totale dell'atmosfera sulla superficie del pozzo
stesso. E quanti esperti naviganti dovettero lottare con le alte e basse maree?
Eppure solo con Newton si è arrivati a una buona teoria delle maree (anche se
Keplero l'aveva sfiorata; da notare che Galileo ne dette una spiegazione
sbagliata).
Ecco, dunque, due tesi sul fatto del riavvicinamento tra tecnica e sapere, tra
artigiano e intellettuale: fenomeno tipico della rivoluzione scientifica. Ebbene,
noi pensiamo che questo riavvicinamento, addirittura la fusione della tecnica
col sapere, costituiscano la stessa scienza moderna. Una scienza che si basa sull'esperimento esige di per sé le
tecniche di prova, quelle operazioni manuali e strumentali che servono per
controllare una teoria, è cioè sapere unito con la tecnologia.
Ma, allora, chi ha creato la scienza? La risposta più plausibile, ci pare quella
di Koyré: sono stati gli scienziati a creare la scienza. Ma questa sorse e si
sviluppò anche perché trovò tutta una base tecnologica, una serie di macchine e
di strumenti che ne costituivano quasi una base naturale di prova, che offrivano
tecniche di prova e magari ponevano nuovi, profondi e fecondi problemi.
Galileo non imparò la dinamica dai tecnici dell'arsenale così come Darwin, più
tardi, non apprenderà la teoria dell'evoluzione dagli allevatori. Ma come Darwin
parlava con gli allevatori, così Galileo visitava l'arsenale. E il fatto non è
indifferente. Il tecnico è colui che sa che e spesso sa anche come. Ma è lo
scienziato che sa perché. Un elettricista, ai nostri giorni, sa tante cose sulle
applicazioni della corrente elettrica e sa come fare un impianto, ma quale
elettricista conosce il perché la corrente funziona come funziona o sa qualcosa
sulla natura della luce?
Una nuova forma di sapere e una nuova figura di dotto
Scrive Galileo nei Discorsi intorno a due nuove scienze:
Largo campo di filosofare
a gl'intelletti specolativi — parmi che porga la frequente pratica del famoso
arsenale di Voi,
Signori Veneziani, ed in particolare in quella parte che mecanica si domanda;
atteso che quivi ogni sorte dí strumento e di machina vien continuamente posta
in opera da numero grande d'artefici, tra i quali, e per l'osservazioni fatte
dai loro antecessori, e per quelle che di propria avvertenza vanno continuamente
per se stessi facendo, è forza che ve ne siano de i peritissimi e di finissimo
discorso.
Così come «uomini peritissimi e di finissimo discorso» ci rivelano «gli scritti
di Brunelleschi, Ghiberti, Piero della Francesca, Leonardo, Cellini, Lomazzo, le
opere sull'architettura di Leon Battista Alberti, del Filarete, di Francesco di
Giorgio Martini, il libro sulle macchine militari di Valturio da Rimini (stampato
per la prima volta nel 1472), il trattato di Durer sulle fortificazioni (1527),
la Pirotechnia di Biringuccio (154o), l'opera balistica di Nicolò Tartaglia
(1537), i trattati di ingegneria mineraria di Giorgio Agricola (1546 e 1556), le
Diverse e artificiose machine di Agostino Ramelli (1588), i trattati di arte
della navigazione di William Barlow (1597) e di Thomas Harriot (1594), l'opera
sulla declinazione dell'ago magnetico dell'ex marinaio e costruttore di bussole
Robert Norman (1581)» (P. Rossi).
La scienza è opera degli scienziati. La scienza sperimentale si convalida
attraverso gli esperimenti. Questi si risolvono in tecniche di prova risultanti
di operazioni manuali e strumentali con e su oggetti. La rivoluzione scientifica
è proprio quel processo storico da cui vien fuori la scienza sperimentale, vale
a dire una nuova forma di sapere, nuova e diversa dal «sapere» religioso, da
quello «metafisico», da quello «astrologico e magico» e anche da quello «tecnico
e artigianale».
La scienza moderna, così come viene a configurarsi alla fine della rivoluzione
scientifica, non è più il sapere delle università, ma non si può ridurre nemmeno
alla pratica degli artigiani. Si tratta appunto di un nuovo sapere che, riunendo
teoria e pratica, da una parte porta le teorie a contatto con la realtà e le
rende pubbliche, controllabili, progressive e frutto di collaborazione, e
dall'altra porta dentro al sapere e alla conoscenza (concependoli come banco di
prova delle teorie e come loro applicazioni) parecchi ritrovati delle «arti
meccaniche» e artigianali, conferendo a queste un nuovo status epistemologico
prima che sociale.
Ed è ovvio che la genesi, lo sviluppo e il successo di tale nuova forma di
sapere va di pari passo con una nuova figura di dotto o sapiente e anche con
nuove istituzioni preposte se non altro al controllo dei vari pezzi di questo
sapere in formazione: «Per diventare "scienziati" non erano necessari in
quell'età, né il latino né la matematica, né
un'ampia conoscenza dei libri, né una cattedra universitaria. La pubblicazione
sugli atti delle accademie e l'appartenenza alle società scientifiche erano
aperte a tutti, professori, sperimentatori, artigiani, curiosi, dilettanti» (P.
Rossi). Si tratta di un composito processo che spesso si realizza fuori dalle
università, «estranee –dice ancora Rossi – alle dottrine della nuova filosofia "meccanica"
e "sperimentale" che andava diffondendosi attraverso i libri, i periodici, le
lettere private, gli atti delle società scientifiche, non certo attraverso i
corsi universitari. Osservatori, laboratori, musei, officine, sedi di
discussione e di dibattito nacquero spesso al di fuori, in qualche caso contro
le università».
E, tuttavia, nonostante queste rotture, non dobbiamo dimenticare quegli elementi
di continuità che legano la rivoluzione scientifica al passato. Si tratta del
ritorno ad autori e testi funzionali alla nuova prospettiva culturale: Euclide,
Archimede, Vitruvio, Erone, e così via.
La legalizzazione degli strumenti scientifici e i loro usi
Il ritrovato nesso tra teoria e pratica, cioè tra sapere e tecnica, rende conto
di (e, in parte, si identifica con) un altro evidente fenomeno creato dalla
rivoluzione scientifica. Stiamo parlando di quel fenomeno per cui vediamo che la
nascita e la fondazione della scienza moderna è accompagnata da una improvvisa
crescita della strumentazione, nel senso che alla fase di continuo
perfezionamento e di lenta evoluzione degli strumenti (per esempio, compasso,
bilancia, orologi meccanici, astrolabi, forni ecc.) tipica del passato segue,
nel XVII secolo, «quasi improvvisamente, una fase di rapida invenzione» (P.
Rossi).
All'inizio del Cinquecento la strumentazione si riduceva a non molte cose legate
all'osservazione astronomica e alla rilevazione topografica; e in meccanica si
usavano leve e pulegge. Senonché, nel giro di pochi decenni compaiono il
telescopio di Galileo (1610); il microscopio di Malpighi (1660), di Hooke
(1665), e di van Leeuwenhoek; il pendolo cicloidale di Huygens è del 1673; del
1638
è la descrizione fatta da Castelli del termometro ad aria galileiano; del 1632 è
quello ad acqua di Jean Rey, mentre nel 1666 Magalotti inventa il termometro ad
alcool; il barometro di Torricelli è del 1643; Robert Boyle descrive la pompa
pneumatica nel 1660.
Ora, quel che interessa in una storia delle idee non è tanto l'elencazione degli
strumenti (che potrebbe seguitare), quanto piuttosto il comprendere che gli
strumenti tecnici, nel corso della rivoluzione scientifica, diventano parte
integrante del sapere scientifico: non c'è il sapere scientifico e, accanto a
esso, gli strumenti. Lo strumento è dentro la teoria; diventa teoria esso stesso.
In una nota manoscritta dell'accademico del Cimento Vincenzo Viviani, troviamo:
«Domandare al Gonfia [un abile soffiatore di vetri]: Quale de' liquori è più
pronto a sollevarsi per il caldo cioè a ricevere il calore dell'ambiente». E nel
prosieguo di queste pagine vedremo la coraggiosa operazione di Galilei il quale
riesce a portare — tra un oceano di ostacoli — un attrezzo da «vili meccanici»
quale era il cannocchiale, dentro al sapere, e a usarlo per scopi conoscitivi,
pur se agli inizi fa propaganda a esso per finalità pratiche come quella
militare. E Newton, da parte sua, nell'introduzione alla prima edizione dei
Principia, si oppose alla distinzione, difesa dagli «antichi», tra «una
meccanica razionale» e una «meccanica pratica».
Ma addentriamoci un po' meglio nella teoria o nelle teorie degli strumenti
rintracciabili all'interno della rivoluzione scientifica. La prima idea sugli
strumenti che affiora dagli scritti di alcuni grossi esponenti della rivoluzione
scientifica è quella per cui lo strumento viene visto come aiuto epotenziamento dei sensi. Galileo afferma che nell'uso
delle macchine antiche, quali la leva e il piano inclinato, «il maggiore commodo
delli altri che ci apportano li strumenti meccanici, è rispetto al movente [—]
come quando per volgere mulini ci serviremo del corso di un fiume, o della forza
di un cavallo per far " quell'effetto al quale non basterà il potere di quattro
o sei uomini». Lo strumento, dunque, appare qui come un aiuto ai sensi. E, per quel
che concerne il cannocchiale, sempre Galileo scrive:
È bellissima cosa ed oltremodo a vedersi attraente, poter rimirare il corpo
lunare, da noi remoto per quasi sessanta semidiametri
terrestri, così da vicino, come se distasse di due soltanto di detta misura.
Sulla stessa linea si muove Hooke allorché afferma:
La prima cosa da fare riguardo ai sensi è un tentativo di supplire alla loro
infermità con strumenti e cioè di aggiungere organi artificiali ai naturali.
D'altro canto, letture tecnicamente più attrezzate — come quella effettuata da
Alistair Cameron Crombie — hanno dimostrato come alcune «sensate esperienze» di
Galilei (per esempio, gli esperimenti sulla legge della caduta dei gravi)
implichino un uso dello strumento non quale potenziamento dei sensi, ma come un
ingegnoso mezzo «per correlare grandezze essenzialmente diverse (cioè non "omogenee"
e quindi non confrontabili secondo i canoni della scienza antica) quali spazio e
tempo mediante una concezione diversa delle rappresentazioni spazio-temporali e
l'idea di correlare le loro misure» (Salvo D'Agostino).
Né si può passare sotto silenzio, parlando della strumentazione scientifica, il
fatto che l'uso di strumenti ottici come il prisma o le lamine sottili è
accompagnato da riflessioni — per esempio in Newton — tendenti a considerare lo
strumento non tanto come potenziamento del senso, quanto come un mezzo in grado
di liberare dagli inganni dell'occhio: «Un esempio emblematico si ha nell'uso
newtoniano del prisma, come strumento che, a differenza dell'occhio, distingue i
colori omogenei (i colori puri) da quelli non omogenei, il verde (puro)
spettrale da quello risultante dalla composizione del blu e del giallo» (S.
D'Agostino). In questo senso, dunque, lo strumento appare come mezzo che,
spingendosi all'interno degli oggetti (e non solo verso più oggetti), garantisce
una maggiore oggettività contro i sensi e le loro testimonianze.
Ma le cose non si fermano qui, giacché, nella importante polemica tra Newton e
Hooke sulla teoria dei colori e sul funzionamento del prisma compare un
ulteriore pezzo della teoria degli strumenti (un pezzo destinato ad avere un
ruolo di prim'ordine nella fisica contemporanea), cioè il tema dello strumento perturbatore dell'oggetto di indagine
e, di conseguenza, la tematica di come poter controllare e quanto sia possibile
— lo strumento perturbatore. Hooke apprezzava gli esperimenti di Newton con il
prisma per la loro accuratezza ed eleganza, ma quel che egli contestava era
l'ipotesi che la luce bianca potesse avere una natura composita e, comunque, che
questa potesse essere l'unica ipotesi giusta. Hooke non pensava che il colore
fosse una originaria proprietà dei raggi. Per lui la luce bianca è piuttosto
prodotta dal movimento delle particelle che compongono il prisma. E questo vuol
dire che la dispersione dei colori sarebbe il risultato di una perturbazione
operata dal prisma. Oggi diremmo che «il prisma analizza in quanto modula» (S.
D'Agostino).
Dunque, per concludere, nel corso della rivoluzione scientifica, vediamo gli
strumenti entrare con funzione conoscitiva dentro alla scienza: la rivoluzione
scientifica sancisce la legalità degli strumenti scientifici. E se da una parte
alcuni strumenti vengono concepiti come potenziamento dei nostri sensi,
dall'altra dobbiamo constatare l'emergere di altri due temi: quello dello
strumento contrapposto al senso e quello dello strumento perturbatore
dell'oggetto sotto indagine. Due temi, questi ultimi, che ritorneranno di
frequente nello sviluppo successivo della fisica.
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