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LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA
E LA TRADIZIONE MAGICO—ERMETICA
Presenza e rifiuto della tradizione magico-ermetica
Da quanto siamo venuti sin qui dicendo sulla magia non si deve pensare che,
durante il periodo che stiamo trattando, ci sia stata la magia da una parte e
dall'altra la scienza. La scienza moderna — con l'immagine che ne offrirà
Galilei e che Newton consoliderà l'esito del
processo della rivoluzione scientifica, per cui vedremo come nel corso di questo
processo, via via che prende consistenza quella nuova forma di sapere che è la
scienza moderna, l'altra forma di sapere — cioè la magia — verrà
progressivamente distinta e combattuta come forma di pseudo-scienza e di sapere
spurio.
E tuttavia il nesso tra filosofia neoplatonica, ermetismo, tradizione
cabalistica, magia, astrologia e alchimia con teorie empiriche e la nuova idea
di sapere che in questo tessuto culturale si fa avanti, è un nesso i cui nodi
vengono sciolti con lentezza e fatica. E difatti, a prescindere dalla componente
neoplatonica che sta a fondamento dell'intera rivoluzione astronomica, nessuno
oggi può più negare il rilevante peso che il pensiero magico- ermetico ha
esercitato anche sugli esponenti più rappresentativi della rivoluzione
scientifica. Copernico fu, oltre che astronomo, anche medico, e praticò la sua
medicina alla luce della teoria degli influssi degli astri. E non è che ci sia
un Copernico medico che si comporta da astrologo e un Copernico astronomo che si
comporta da puro scienziato (così come noi concepiamo lo scienziato), giacché,
quando Copernico va a giustificare la centralità del Sole nell'universo, egli si
appella anche all'autorità di Ermete Trismegisto che chiama il Sole «Dio
visibile». Da parte sua, Keplero era ben a conoscenza del Corpus Hermeticum;
molto del suo lavoro consistette nel compilare effemeridi; quando si sposò per
la seconda volta, prese consigli dagli amici, ma consultò anche le stelle. E,
soprattutto, la sua idea dell'armonia delle sfere è intrisa di misticismo
neopitagorico. E nel Mysterium Cosmographicum, a proposito della sua ricerca
riguardante «il numero, l'estensione e il periodo degli orbi», dirà:
La mirabile armonia delle cose immobili — il Sole, le stelle fisse e lo spazio —
che corrispondono alla Trinità di Dio Padre, Dio Figlio e Spirito Santo, mi
incoraggiò in questo tentativo.
E anche il maestro di Keplero, Tycho Brahe, fu persuaso dell'influsso degli
astri sull'andamento delle cose e sugli avvenimenti umani; e pace e ricchezza
egli vide nell'apparizione della stella nova del 1572. E se gli oroscopi di
Keplero erano molto richiesti, anche Galileo doveva fare i suoi oroscopi alla
corte dei Medici. William Harvey — lo scopritore della circolazione del sangue
—, nella Prefazione alla sua grande opera De motu cordis, combatté con molto
rigore l'idea degli spiriti che dovrebbero governare le operazioni
dell'organismo:
Accade di norma che quando sciocchi e ignoranti non sanno come spiegare qualche
fatto, allora si appellano subito agli spiriti, cause e artefici di tutto,
portati in scena a conclusione di strane storie, come il Deus ex machina dei
poetastri.
Ma, sulla scia della concezione solare della tradizione neoplatonica ed ermetica,
scriverà:
Il cuore può [...] ben essere designato come il principio della vita
e il Sole del microcosmo, come analogamente il Sole può ben essere designato il
cuore del mondo.
Ermetismo e alchimia saranno presenti anche nel pensiero di Newton. Dunque, la
presenza della tradizione neoplatonica e di quella neopitagorica, del pensiero
ermetico e della tradizione magica nel processo della rivoluzione scientifica è un fatto indubitabile. Stabilito
questo, però, vediamo che, mentre alcune di queste idee sono funzionali alla
creazione della scienza (pensiamo al Dio che geometrizza del Neoplatonismo; alla
natura scandita sul numero dei Pitagorici; al culto neoplatonico ed ermetico del
Sole; all'idea kepleriana di armonia delle sfere; all'idea del contagium di
Fracastoro; alla concezione del corpo umano come un sistema chimico o all'altra
idea della specificità delle malattie e dei rispettivi rimedi, concezione e idea
proposte e difese nella iatrochimica di Paracelso, e così via), d'altra parte il
processo della rivoluzione scientifica, portando a maturazione, nella prassi e
nella teoria, quella unica forma di sapere che è la scienza moderna,
progressivamente distingue, critica ed espunge il pensiero magico. Ecco, per
esempio, come Keplero esprime con lucida consapevolezza il fatto che, mentre il
pensiero magico si rivolta nei gorghi dei «tenebrosi enigmi delle cose»,
io invece mi sforzo di portare alla chiarezza dell'intelletto le cose avvolte
nell'oscurità.
La tenebrosità, insomma, è la caratteristica, sostiene Keplero, del pensiero
degli alchimisti, degli ermetici e dei seguaci di Paracelso, mentre il pensiero
dei «matematici» si qualifica per la sua chiarezza. Contro Paracelso si
scaglierà anche Boyle. E Galileo, benché per dovere dovesse fare l'oroscopo, nei
suoi scritti è del tutto estraneo al pensiero magico. E la stessa cosa vale per
Cartesio. Rigoroso fu l'attacco che Pierre Bayle (1647-1706), nei suoi Pensieri
diversi sulla cometa (1682), portò all'astrologia:
Affermo che í presagi specifici
dalle comete, non poggiando altro che su principi
dell'astrologia, non possono
essere che estremamente ridicoli [...] senza stare a ripetere tutto quello che ho
già detto circa la libertà dell'uomo (e che sarebbe sufficiente per decidere la
nostra questione), com'è possibile
immaginarsi che una cometa sia la causa di guerre che scoppiano nel mondo uno o
due anni dopo che essa è scomparsa? Come può essere che le comete siano la causa
di quella prodigiosa varietà di avvenimenti che si notano nel corso di una lunga
guerra? Non è noto forse che l'intercettazione di una lettera può far fallire
tutto il piano di una campagna di operazioni? che un ordine eseguito un'ora più
tardi del necessario fa fallire certi progetti
faticosamente elaborati? che la morte di un solo uomo può cambiare il volto di
una situazione e che talvolta è per una sciocchezza, la più fortuita del mondo,
che non si vincono le battaglie la cui perdita è seguita da un'infinità di mali?
Come si può pretendere che gli atomi di una cometa, volteggiando per l'aria,
producano tutti questi effetti?
Bayle ritiene che le regole dell'astrologia siano semplicemente «miserabili».
Durissima è stata, poi, contro il pensiero magico la critica di Bacone. Per
Bacone «i metodi e i procedimenti delle arti meccaniche, il loro carattere di
progressività e intersoggettività forniscono il modello per la nuova cultura»
(Paolo Rossi). La scienza è fatta, secondo Bacone, di contributi individuali che,
'inserendosi nel patrimonio conoscitivo dell'umanità, servono al successo e al
benessere di questa. Per questo, Bacone non condanna i nobili fini della magia,
dell'astrologia e dell'alchimia, ma ne respinge decisamente l'ideale del sapere,
appartenente a un singolo illuminato, e quindi estraneo al pubblico controllo
dell'esperienza, e pertanto arbitrario e oscuro.
Alla genialità incontrollata Bacone contrappone la pubblicità del sapere; al
singolo illuminato una comunità scientifica che opera con regole riconosciute;
all'oscurità la chiarezza; alla sintesi affrettata la cautela e il paziente
controllo. E «questa immagine della scienza, e l'etica che ne derivava, fu
variamente condivisa dagli iniziatori della scienza moderna. Per Boyle e per
Newton, per Cartesio e per Galileo, per Hooke e per Borelli il rigore logico, la
pubblicità dei metodi e dei risultati, la volontà di chiarezza furono cose che
andavano affermate in un mondo e in una cultura che non le accettava come cose
ovvie e nel quale prosperavano credenze e atteggiamenti
e visioni del mondo che si ponevano, con la scienza, in radicale contrasto e che
sembravano costituire, di fronte ad essa, una alternativa reale per la cultura»
(P. Rossi).
Caratteristiche dell'astrologia e della magia
È impossibile, nel contesto delle idee del Cinquecento, delimitare una
disciplina scientifica dall'altra così come in qualche modo divenne invece
possibile in seguito. Né sempre nella cultura del Cinquecento è possibile
tracciare molte linee di separazione «tra il complesso delle scienze da un lato
e la riflessione speculativa e magico-astrologica dall'altro. Magia e medicina,
alchimia e scienze naturali e perfino astrologia e astronomia operano in una
sorta di stretta simbiosi, nella quale pratiche di indagine che oggi valuteremmo
in modo assai diverso sotto il profilo teorico-epistemologico si intrecciano tra
loro in modo spesso inestricabile. Non sorprenderà, allora, che molti studiosi
dell'epoca passino con grande disinvoltura dall'ambito di ricerche definibili
come scientifiche ad ambiti disciplinari di tipo diverso, che non riconoscono
criteri moderni di scientificità» (Cesare Vasoli).
Il Rinascimento pose tra il Medioevo e l'Età moderna, spesso ricollegandosi al
passato, idee della tradizione neoplatonica, idee derivanti dalla Cabala e dalla
tradizione ermetica; e idee magiche e astrologiche. Si tratta di idee che la
storiografia più aggiornata riconosce come un ingrediente ineliminabile della
rivoluzione scientifica: dove vediamo che ogni disciplina o insieme di teorie
(in senso moderno) ha la sua controparte occultistica.
Certo, uno degli esiti più maturi della rivoluzione scientifica sarà la
progressiva (e in qualche modo mai totale e definitiva) espulsione delle idee
magico- ermetico-astrologiche dall'ambito della scienza. Ma il problema è anche
un altro: la scienza moderna sarebbe sorta senza la rottura che queste idee
hanno effettuato nei confronti del mondo medievale? Vedremo fra poco in che modo
la rivoluzione astronomica troverà la sua garanzia filosofica nel Platonismo e
nel Neoplatonismo. E non fu utile e fecondo per la
scienza il programma di Paracelso che vedeva il corpo umano come un sistema
chimico?
Non sempre principi non-scientifici, fantasie assurde e sistemi che appaiono
campati per aria costituiscono ostacoli per lo sviluppo della scienza. Esistono
idee non-scientifiche che si rivelano feconde per la scienza, che sono
positivamente influenti sullo sviluppo della scienza. E se una caratteristica
della scienza moderna è il suo linguaggio chiaro, specifico, controllabile, non
è escluso anche che idee confuse possono essere utili nella genesi di alcune
teorie scientifiche.
C'è stato ai nostri giorni chi ha messo in luce anche i meriti della confusione;
in realtà, può capitare che la chiarezza sia talvolta l'ultimo rifugio di chi
non ha niente da dire. «Datemi un popolo la cui medicina originaria non è
mescolata con la magia e gli incantesimi; e io — così scrisse il filosofo
americano Charles S. Peirce verso la fine dell'Ottocento — troverò un popolo
privo di qualsiasi capacità scientifica.»
1 Di origine egizia e caldea, l'astrologia per gli uomini del Quattrocento e del
Cinquecento era scienza, cioè autentico sapere. Astrologia e astronomia ci
appaiono legate sin dall'antichità. Tolomeo, come sappiamo, è l'autore del
famoso e immensamente influente trattato di astronomia intitolato Almagesto. Ma
egli scrisse anche un grosso trattato di astrologia (il Tetrabiblion). Era sua
convinzione che
c'è una certa influenza del cielo su tutte le cose che sono sulla Terra.
La stretta unione fra astrologia e astronomia che troviamo nell'antichità,
attraversa il Medioevo e la ritroviamo nel periodo dell'Umanesimo e del
Rinascimento e, talvolta, anche in seguito. L'astrologo è
colui che, tramite l'osservazione degli astri, compila le «effemeridi», vale a
dire quelle tavole dove sono specificate le posizioni che i diversi pianeti
assumono giorno per giorno. In base a tali configurazioni e posizioni degli
astri, l'astrologo trattava «temi di nascita», fissava cioè quali astri erano
stati più vicini a una persona nella data della sua nascita, per poi stabilire
il loro influsso positivo o negativo sulla persona, della quale così si faceva
l'oroscopo.
Tra parentesi, l'odierno termine «influenza», trova qui la sua origine. Grande
fu il successo, nel Quattrocento e nel Cinquecento, dell'astrologia giudiziaria,
vale a dire dell'astrologia intesa a svelare il giudizio degli astri sulle
persone e insieme sugli eventi.
L'astrologo, insomma, scorgeva nelle congiunzioni degli astri l'andamento della
salute e del destino delle persone, ma anche l'andamento della stagione,
sommosse popolari, la sorte dei regnanti, delle politiche e delle religioni, le
guerre future. L'astrologo era colui che vedeva e sapeva queste cose tanto
importanti e, per questo, non ci fu principe o potente a non avere il suo
astrologo di corte.
Ulteriori pratiche divinatorie, come la fisiognomica, si affiancarono
all'astrologia.
Cicerone nel De Fato (V, 10) parla del fisionomista Zopiro, il
quale diceva di arrivare a conoscere il carattere di un uomo attraverso l'esame
del suo corpo, e più particolarmente tramite l'esame dei suoi occhi, della
fronte e del volto.
Nel Rinascimento quest'arte fu coltivata estesamente e con
successo. Nel 1580 Giovan Battista Della Porta pubblicò il libro Sulla
fisiognomica umana. E anche nel Settecento (si pensi a Lavater) la fisiognomica
è stata presente, e tracce di essa si trovano pure ai nostri giorni.
Altre forme
di divinazione furono anche la chiromanzia (previsione del futuro di una persona
dalle linee della mano) e la metoposcopia (previsione del futuro dalle rughe
della fronte).
2 Il parallelismo tra macrocosmo e microcosmo, la simpatia cosmica e la
concezione dell'universo come un essere vivente, sono principi fondamentali del
pensiero ermetico, rilanciato da Marsilio Ficino con la traduzione del Corpus
Hermeticum.
Ebbene, stando al pensiero ermetico è fuor d'ogni dubbio l'influsso degli eventi
celesti su quelli umani e terrestri. Ma, dato che l'universo è un essere vivente in cui ogni parte risente dell'altra, ogni azione e
intervento umano ha i suoi effetti e le sue conseguenze. Perciò, se l'astrologia
è scienza che prevede il corso degli eventi, la magia è la scienza
dell'intervento sulle cose e sugli uomini e sugli eventi, per dominare, dirigere
e trasformare la realtà a nostro piacimento. La magia è la conoscenza delle
maniere in cui l'uomo può operare per mandare le cose nel senso da lui
desiderato. In tal modo, essa venne a configurarsi, il più delle volte, come la
scienza che integra il sapere astrologico: l'astrologia indica il corso degli
eventi (favorevoli e sfavorevoli) e la magia offre strumenti di intervento su
questo corso di eventi. La magia interviene a mutare quelle cose che sono «scritte
nel cielo» e che l'astrologia ha letto.
Evidentemente, l'intervento sul corso degli eventi presuppone la conoscenza
degli eventi stessi. Da ciò dipese l'imporsi e il grande successo della figura
dell'astrologo-mago, il sapiente che domina le stelle.
Reuchlin e la tradizione cabalistica
Alla Cabala si richiama la prima figura di mago di un certo interesse, il
tedesco Johann Reuchlin (1455-1522). Come sappiamo, la Cabala (che vuol dire
tradizione) è la mistica ebraica che, attraverso una articolata e complessa
simbologia, vede i fenomeni umani come specchio di quelli divini.
Reuchlin (o Capnion: così grecizzò il suo nome) fu probabilmente introdotto agli
studi cabalistici da Pico della Mirandola, da lui conosciuto in Italia.
Professore di greco a Tubinga, Reuchlin è autore di un De arte cabalistica.
Nella Cabala, Reuchlin vede l'immediata rivelazione divina; la Cabala è la
scienza della Divinità. Reuchlin scrive:
La Cabala è una teologia simbolica nella quale non solo le lettere e i nomi, ma
le cose stesse sono segni delle cose.
E la conoscenza di questi simboli è ottenibile attraverso l'arte cabalistica, la
quale, sollevando chi la pratica al mondo soprasensibile da cui dipende il
sensibile, pone in grado di operare cose miracolose.
Il cabalista — scrive Reuchlin in Capnion sive de verbo divino — è un taumaturgo
che, se ha fede intensa, può far miracoli nel nome di Gesù.
Agrippa, la magia bianca e la magia nera
Per il medico, astrologo, filosofo e alchimista Enrico Cornelio Agrippa di
Nettesheim (nato a Colonia nel 1486 e morto a Grenoble nel 1535), le parti
dell'universo sono in relazione tra loro, tramite lo spirito che anima il mondo
intero. Come una corda tesa vibra tutta qualora venga toccata in un punto, così
l'universo — scrive Agrippa nel De occulta philosophia —, se è toccato in uno
dei suoi estremi, risuona all'estremo opposto.
L'uomo è situato al centro di quei tre mondi che, secondo la Cabala e come
volevano anche Pico e Reuchlin, sono il mondo degli elementi, il mondo celeste e
quello intelligibile e, come microcosmo, conosce la forza spirituale che pervade
e unisce il mondo e se ne serve per compiere azioni miracolose. Ecco, quindi, la
magia che è «la scienza più perfetta»; essa, infatti, rende l'uomo padrone delle
potenze nascoste che agiscono nell'universo. E la scienza del mago riguarda sia
il mondo degli elementi, sia il mondo celeste, sia il mondo intelligibile. Di
conseguenza, Agrippa parla di tre tipi di magia.
1 La prima è la magia naturale: essa compie azioni prodigiose servendosi della
conoscenza delle forze occulte che animano i corpi materiali.
2 La seconda è la magia celeste: questa è conoscenza e controllo degli influssi
esercitati dagli astri.
3 La terza è la magia religiosa o cerimoniale intesa a tenere a bada e a mettere
in scacco tutte le forze demoniache.
La magia naturale e la magia celeste vennero chiamate col nome di magia bianca.
La magia religiosa o cerimoniale è quella che passa pure sotto il nome di magia
nera o magia negromantica.
Per Agrippa, inoltre, il «principio e la chiave di tutte le operazioni della
magia» consisteva nella dignificazione dell'uomo, dignificazione per la quale
l'uomo si stacca dalla carne e dal senso e si eleva, attraverso una subitanea
illuminazione, a quella virtù divina che fa conoscere le operazioni segrete. E
questa sapienza rivelata deve rimanere segreta: il mago ha l'obbligo di non
rivelare a nessuno «né il luogo, né il tempo, né la meta perseguita». Il
sapiente illuminato non deve confondersi con gli stolti e, di conseguenza,
scrive Agrippa:
Abbiamo usato uno stile atto a confondere lo stolto e che è, invece,
comprensibile con facilità dalla mente illuminata.
L'ideale del sapere di Agrippa non è affatto quello di un sapere pubblico,
chiaro e controllabile. È l'ideale di un sapere privato, occulto e da occultare,
senza un metodo e un linguaggio rigorosi e pubblici. Si tratta di un ideale di
sapere distinto e ben lontano da quello della scienza moderna.
Durante gli ultimi anni della vita, Agrippa, nel De vanitate et incertitudine
scientiarum (1527), condannò il sapere ed esaltò' la fede. Ma due anni prima
della morte, fece ripubblicare il suo De occulta philosophia.
Il programma iatrochimico di Paracelso
La più importante figura di mago è certamente quella di Paracelso (1493-1541).
Theophrast Bombast von Hohenheim, figlio di un medico e medico egli stesso, mutò
il suo nome in quello di Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus Paracelsus.
In breve, lo mutò in quello di Paracelso, giacché si considerava più grande del
medico romano Celso.
Nel 1514 lo troviamo attivo presso le miniere e le officine metallurgiche di
Sigismondo Fugger, il banchiere tedesco anch'egli alchimista. Paracelso studiò
medicina a Basilea e successivamente vi insegnò per due anni. Fu anche un grande
viaggiatore, e grande fu la sua
fama e feroci le polemiche che favorì, cercò o nelle quali si trovò invischiato.
La rottura di Paracelso con la tradizione appare con tutta evidenza già dal suo
insegnamento: tenne i suoi corsi in tedesco invece che in latino; inviti alle
sue lezioni i farmacisti e i barbieri-chirurghi di Basilea; e come Lutero aveva
bruciato la bolla papale, così Paracelso inaugurò il suo insegnamento bruciando
i libri delle due auctoritates in campo medico, cioè a dire le opere di Galeno e
di Avicenna; per questo egli fu detto il «Lutero della chimica».
Per Paracelso l'alchimia era la scienza della trasformazione dei metalli grezzi
reperibili in natura in prodotti finiti che fossero utili per l'umanità. Egli
non pensava che l'alchimia potesse produrre l'oro o l'argento; l'alchimia, a suo
avviso, è appunto scienza di trasformazioni. E la sua idea di alchimia «comprendeva
tutte le tecniche chimiche o biochimiche. Il fonditore che trasformava i
minerali in metalli era un alchimista, e altrettanto lo erano il cuoco e il
fornaio che preparavano i cibi con carne e grano» (Stephen F. Mason).
Interessato alla magia naturale, Paracelso ristrutturò la medicina. Egli
respinse l'idea che la salute o la malattia dipendessero dall'equilibrio o dal
disordine dei quattro umori fondamentali, e propose la teoria per la quale il
corpo umano è un sistema chimico in cui giocano un ruolo fondamentale i due
tradizionali principi degli alchimisti, lo zolfo e il mercurio, ai quali
Paracelso ne aggiunge un terzo: il sale. Il mercurio è il principio comune a
tutti i metalli; lo zolfo è il principio della combustibilità; e il sale sta per
il principio di immutabilità e di resistenza al fuoco. È dallo squilibrio di
questi principi chimici, e non dalla disarmonia degli umori di cui parlano i
galenici, che sorgono le malattie. Pertanto, secondo Paracelso, la salute può
venir ristabilita attraverso l'aiuto di medicinali di natura minerale, e non di
natura organica. (Non dimentichiamo che ancora nel 1618 la prima Farmacopea
londinese elencava, tra le medicine da somministrare per via orale, la bile, il
sangue, i pidocchi degli alberi, le creste di pollo.)
Fu così, dunque, che con Paracelso nacque e si impose la iatrochimica. E gli
iatrochimici riuscirono talvolta a ottenere grossi successi, anche se le
giustificazioni delle loro teorie, viste con gli occhi
della scienza odierna, appaiono piuttosto fantasiose. Così, per esempio, in base
all'idea che il ferro è associato al pianeta rosso Marte e al Marte dio della
guerra coperto di sangue e di ferro, somministrarono con successo — e oggi
conosciamo le ragioni scientifiche di questo successo — sali di ferro a malati
anemici.
Nella medicina di Paracelso si mescolano elementi teologici, filosofici,
astrologici e alchimistici, ma la cosa importante — importante per quello che
doveva avvenire in seguito — è che dal crogiuolo delle idee di Paracelso si sia
sprigionato il programma di ricerca centrato sull'idea che il corpo umano sia un
sistema chimico.
Il trapasso da un sistema di idee a un altro non è un colpo di pistola; è in
genere un trapasso lento e faticoso. Una buona idea ha bisogno di tempo per
crescere e affermarsi. E alla fine le idee iatrochimiche di Paracelso riuscirono
più feconde e più utili per la scienza che quelle costituite dalla teoria degli
umori. Paracelso si considerava un rivoluzionario che restaurava la dottrina ippocratica nella sua
purezza, mentre i medici galenici secondo lui «sono del tutto all'oscuro dei
grandi segreti della natura che in questi giorni di grazia mi sono stati
rivelati dall'alto». E a proposito del rivoluzionario programma di Paracelso,
l'epistemologo contemporaneo Paul K. Feyerabend ha scritto: «Innovatori come
Paracelso tornarono a idee anteriori e migliorarono la medicina. Dovunque la
scienza si arricchisce con metodi non scientifici e con risultati non
scientifici, mentre procedimenti che sono stati spesso considerati parti
essenziali della scienza vengono tacitamente sospesi e aggirati».
Una ulteriore interessante idea innescata nel programma iatrochimico di
Paracelso è quella per cui le malattie sono processi molto specifici per i quali
funzionano rimedi altrettanto specifici. Pure questa idea rompeva con la
tradizione dove si sostenevano e si propinavano rimedi supposti buoni per tutte
le malattie e contenenti molti elementi. Paracelso difese e praticò la
somministrazione di farmaci specifici per specifiche malattie. Anche qui,
sebbene l'idea della specificità delle malattie e dei rimedi risulterà
successivamente
un'idea vincente, altrettanto vincente non sarà la giustificazione che Paracelso
ne dette. La malattia è specifica perché ogni ente, ogni cosa esistente in
natura è un essere vivente autonomo; perché Dio che crea le cose dal nulla, le
crea come semi in cui «è inerente sin dall'inizio lo scopo del loro uso e della
loro funzione». Ogni cosa si sviluppa «da ciò che essa è in se stessa». E la
forza che all'interno dei vari semi ne stimola la crescita, è chiamataArcheo da
Paracelso. L'archeo è una specie di forma aristotelica materializzata. L'archeo
è il principio vitale organizzatore della materia, e Paracelso paragona la sua
azione a quella della vernice: «Siamo stati intagliati da Dio e posti nelle tre
sostanze. Successivamente siamo stati verniciati di vita».
Come si vede, pure nel caso dell'idea — che col tempo si rivelerà
scientificamente feconda — della specificità delle malattie e dei relativi
rimedi, la giustificazione di tale idea è, dalla prospettiva della scienza
moderna, ben lontana dall'essere scientifica. Come spesso accade nella storia
della scienza, anche qui un'idea metafisica si rivela la madre cattiva (incontrollabile)
di figli buoni (teorie controllabili).
Paracelso resta dunque un mago. Ma la sua magia contiene progetti conoscitivi «positivi»:
la sua iatrochimica vuole rivelare sì i segreti processi della natura, ma
intende anche completarli artificialmente.
Gerolamo Fracastoro, medico e astrologo
Gerolamo Fracastoro (1478-1553) fu medico, astronomo e poeta. Di nobile famiglia,
visse sempre in una sua villa a Verona. Studente a Padova, conobbe e fu amico di
Copernico.
Nell'opera De sympathia et antipathia Fracastoro difende l'influsso reciproco
delle cose; sostiene l'attrazione delle cose simili e la ripugnanza delle
dissimili; e, a suo avviso, sono flussi di atomi che stabiliscono le relazioni
tra le cose, sicché nessuna azione può verificarsi senza contatto.
Nel 1495, allorché Carlo VIII, re di Francia, cinse d'assedio Napoli, si
manifestò un nuovo e terribile morbo: la lue. Si disse che tale malattia era
stata portata in Spagna da Colombo e che gli spagnoli l'avevano poi portata a
Napoli. Gli spagnoli di Napoli l'avrebbero poi trasmessa ai francesi che
chiamarono «napoletana» la malattia, mentre per gli spagnoli essa era il «mal
francese».
Fracastoro fu il primo a usare il nome di «sifilide», nel poema pubblicato nel
1530: Syphylis sive morbus Gallicus. Sifilo, pastore mitologico, provoca l'ira
degli Dei, e viene colpito da una malattia contagiosa e ripugnante. Il poema non
ha una vera e propria trama, e la figura di Sifilo è unicamente un pretesto
utile a Fracastoro per descrivere la lue e il trattamento della malattia per
mezzo del mercurio e guaiaco, o legno sacro, un rimedio importato dall'America
insieme alla malattia.
Fracastoro non si occupò solo della sifilide; egli riuscì anche a individuare il
tifo petecchiale. E nel 1546 pubblicò il suo capolavoro medico: il De contagione,
dove vengono descritti tre modi di infezione: per contatto diretto, per forniti
(attraverso indumenti, per esempio), e a distanza (come, a suo avviso, per il
vaiolo o la peste).
E all'interno di una visione filosofica (sostanzialmente empedodea) che
Fracastoro sviluppa la sua opera. E questa è un'opera «di una stupenda modernità
e, pur non essendo nota, a quell'epoca, l'esistenza dei microbi, Fracastoro
ammette l'esistenza di particelle invisibili o "seminaria, i semi della malattia
che si moltiplicano rapidamente e propagano i loro simili". Passarono secoli
prima che idee tanto illuminate avessero un seguito pratico, ma ciò non toglie
che Fracastoro dev'essere considerato il fondatore dell'epidemiologia moderna»
(Douglas Guthrie).
Gerolamo Cardano
tra osservazioni empiriche ed elucubrazioni occultistiche
Un altro medico mago da ricordare è Gerolamo Cardano. Nato a Pavia nel 1501,
professore di medicina a Padova e a Milano, morì a Roma nel 1576.
Scrisse un'autobiografia (De vita propria), e ci ha lasciato diverse opere, tra
le quali di maggior rilievo sono: il De Subtilitate (1547); il De varietate
rerum (1556) e gli Arcana aeternitatis (pubblicati postumi). Cardano fu uno
scrittore molto fecondo, come testimonia l'Opera omnia in dieci volumi stampati
molto fittamente.
Nel suo trattato di algebra Ars Magna (1545) egli espone il metodo risolutivo
delle equazioni di terzo grado, scoperto in realtà dal suo rivale Tartaglia.
Matematico famoso, tredici anni dopo l'Ars Magna, Cardano pubblica un libro di
natura del tutto diversa sulla metoposcopia, sull'interpretazione cioè delle
rughe della fronte.
Molto popolare fu la sua opera De Subtilitate, definita da uno studioso
contemporaneo (D. Guthrie) come una specie di «enciclopedia casalinga» ove è
possibile trovare un po' di tutto: come marcare la biancheria di casa, la
maniera di recuperare le navi affondate, come selezionare i funghi, l'origine
delle montagne, le segnalazioni per mezzo di torce, e il giunto universale noto
come «giunto cardanico».
La autobiografia è un libro che si legge ancor oggi con vivo piacere. Cardano
presenta se stesso come un uomo d'eccezione, con poteri soprannaturali che lo
pongono al di sopra dei comuni mortali; gli eventi della sua vita ce li presenta
accompagnati dal miracoloso e dallo straordinario. Importanti sono per lui i
sogni e altri segni premonitori.
«La sua vita è una delle più singolari di cui si abbia notizia. Mentre oscilla
da un estremo all'altro e di contraddizione in contraddizione, si mescolano in
lui sublime saggezza e incredibile assurdità» (Henry Morley). L'infanzia
infelice e la dura giovinezza, la battaglia contro la povertà, la triste
esperienza di medico di campagna, l'ascesa all'Università, la gloria, le
scoperte in matematica, la celebrità come medico, l'esecuzione del figlio
condannato come assassino, la vecchiaia come pensionato del papa a Roma, sono
tutte cose che Cardano descrive nel De vita propria liber (1575), un libro che
merita di stare accanto a quell'altro eccezionale documento che è
l'autobiografia di Benvenuto Cellini (D. Guthrie).
Ed ecco, tanto per averne un'idea, alcuni brani di questa celebre autobiografia.
Mi sono dedicato per parecchi anni a entrambi i giochi:
agli scacchi per più di quaranta, aí dadi per circa venticinque anni e in tanti
anni ho giocato, non mi vergogno a dirlo, ogni giorno.
E aggiunge di aver dedicato un libro agli scacchi nel quale, dichiarava, «ho
scoperto parecchi problemi notevoli». Sostanzialmente misantropo, confessa:
Se poi guardo all'anima, quale animale è più malvagio, ingannatore, infido
dell'uomo?
Dopo l'esecuzione del figlio, Cardano non trova pace, vede nemici e congiure
ovunque, e non riesce più a dormire:
Nel 1560, di maggio, in seguito al dolore per la morte di mio figlio, avevo
perduto a poco a poco il sonno [...]. Pregai allora Dio di avere misericordia di
me: in effetti correvo il rischio che quel non dormire senza interruzioni mi
portasse alla morte o alla pazzia [...]. Lo pregai allora di farmi morire, cosa
che è concessa a tutti gli uomini, e andai a distendermi sul letto.
Addormentatosi, Cardano sente una voce che gli dice di portare alla bocca lo
smeraldo che aveva appeso al collo. Fece questa operazione, e subito passò il
dolore e il penoso ricordo. E ciò accadeva per tutto il tempo ogni qual volta
portava alla bocca lo smeraldo; ma egli narra:
Quando mangiavo o facevo lezione e non potevo usufruire dell'ausilio dello
smeraldo, mi torcevo dal dolore fino a sudare mortalmente.
Cardano racconta anche di aver appreso, miracolosamente, il latino, il greco, il
francese, lo spagnolo; dice che un ronzio alle orecchie
lo avvertiva se qualcuno stava tessendo trame contro di lui; e scrive anche:
Tra gli eventi naturali di cui sono stato testimone, il primo
e più eccezionale è stato quello di essere nato in questa nostra età, nella
quale per la prima volta si è conosciuto tutto il mondo.
Celebre come medico, Cardano nel 1552 fu addirittura chiamato a consulto in
Scozia per curare l'arcivescovo Hamilton, la cui asma egli curò «su linee
straordinariamente moderne e con risultati alquanto brillanti, tant'è vero che
l'infelice arcivescovo sopravvisse per vent'anni, prima di essere condannato a
morte per tradimento» (D. Guthrie).
Durante il suo viaggio in Scozia, Cardano conobbe a Parigi il medico Jean Fernel
(che, a motivo della sua teoria degli spiriti dell'organismo, sarà criticato da
Harvey) e l'anatomista Sylvius; a Zurigo si incontrò con il naturalista Conrad
Genser; a Londra fece la conoscenza di re Edoardo VI.
Cardano è anche autore di un libretto di precetti per i suoi figli, uno dei
quali — come abbiamo detto — sarà giustiziato per assassinio, e in questo
Praeceptorum Filiis Liber troviamo consigli come i seguenti:
Non parlate ad altri di voi stessi, dei vostri figli, di vostra moglie.
Non accompagnatevi mai a estranei sulla pubblica via.
Se parlate con un uomo cattivo o disonesto, non guardategli il viso, ma le mani.
Contro l'ideale del sapere e di dotto difeso e professato da Cardano (un sapere
da iniziati e pieno di meraviglie e di miracoli), si scaglierà Bacone il quale —
in nome di un sapere pubblico, chiaro e che cresce per collaborazione — parlerà
di Cardano come di un affannato costruttore di ragnatele; così come lo stesso
Bacone qualificherà Paracelso come un mostro che accoppia fantasmi e Agrippa
come un triviale buffone.
Giovan Battista Della Porta tra ottica e magia
Cultore di ottica fu il napoletano Giovan Battista Della Porta (1535-1615),
autore del De refractione, opera dedicata appunto all'ottica, e di un
fortunatissimo libro: la Magia naturalis sive de miraculis rerum naturalium
(1558). Qui, egli distingue la magia diabolica (quella che si serve delle azioni
degli spiriti immondi) dalla magia naturale: questa è la perfezione della
sapienza, il punto più alto della filosofia naturale. La Magia naturalis, scrive
Vasco Ronchi, «è un libro strano, in cui, traendo profitto da una miriade di
elementi fisici e naturalistici, si descrivono numerosi trucchi ed effetti atti
ad attirare la curiosità del lettore o ad eccitarne la meraviglia».
Un'idea di quest'opera — che ebbe ventitré edizioni dell'originale latino, dieci
traduzioni italiane, otto francesi e altre traduzioni spagnole, olandesi e anche
arabe — può ricavarsi dai titoli dei venti libri:
1) Cause delle cose;
2) Incroci degli animali;
3) Modi di produrre nuove piante;
4) Condotta della casa;
5) Trasformazione dei metalli;
6) Adulterazione delle pietre preziose;
7) Meraviglie della calamita;
8) Esperienze mediche;
9) Cosmetica muliebre;
10) Le distillazioni;
11) Gli unguenti;
12) Il fuoco artificiale;
13) Il trattamento del ferro;
14) La culinaria;
15) La caccia;
16) I cifrari;
17) Le immagini ottiche;
18) La Meccanica;
19) Aerologia (De pneumaticis);
20) Varie (Chaos).
Insomma: una vera e propria enciclopedia. In realtà, «egli preferiva seguire una
sua passione di conoscenze di cui non dimenticò mai che aveva a che fare con una
più vasta sfera di passioni e interessi. Di questi era avvertito dalla
tradizione che forniva spunto alle sue ricerche ed alla società circostante, dai
consensi, dalle aspettative e dalle diffidenze che suscitava la sua opera [...]
. Certamente, nel fare scienza egli aveva in mente tante cose, l'utile e il
superfluo, l'assolutamente vero e il vagamente probabile, il successo di
pubblico e il tribunale dell'Inquisizione, la tradizione magica e gli
esperimenti di Archimede [...]. Nella sintesi razionale operata dalla scienza
moderna molti di quei riferimenti non li troveremo più [...]. Il Della Porta
dunque si è attardato sul teatro della nostra vita, delle nostre passioni e
della nostra morte. Questo lo ha fatto apparire per secoli uno scienziato
arretrato. Il giudizio è ormai irreversibile per tutto quello che è sopravvenuto
nel frattempo, in particolare per quello che è stato il corso della scienza dopo
di lui. Il che non toglie che la sua opera possa suscitare ancora la nostra
curiosità anche per i suoi aspetti arcaici» (Luisa Muraro).
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