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Roberto Grossatesta
La metafisica della luce
Roberto Grossatesta nacque verso il 1168 nel Suffolk e studiò ad Oxford . Dopo
un soggiorno a Hereford , presso il vescovo William de Vere , sino alla morte di
quest' ultimo nel 1198 , tornò probabilmente ad Oxford . Qui , fra il 1209 e il
1214 , scoppiarono disordini tra studenti e cittadini , e i maestri , incluso
forse Roberto , si recarono a Parigi . Nel 1214 egli é di nuovo ad Oxford come
magister regens in teologia e successivamente cancelliere dell' università .
Grossatesta ha scritto un gran numero di opere giovanili in latino e in francese
quando era un clericus; tra queste una intitolata Chasteua d'amour, un poema
allegorico sulla creazione del mondo e sulla redenzione cristiana, nonché
parecchi altri poemi e testi in prosa sull'economia domestica e sull'etichetta
cortese. Egli inoltre ha scritto un notevole numero di opere teologiche, tra le
quali l'importante Hexaëmeron, negli anni 1230.
Grossatesta tuttavia viene considerato un pensatore originale soprattutto per
merito delle sue opere concernenti questioni scientifiche e riguardanti il
metodo scientifico. Nel periodo che va, grosso modo, dal 1220 al 1235 ha scritto
una lunga serie di trattati scientifici, tra i quali: De sphera, un lungo testo
su vari argomenti. De accessione et recessione maris. sulle maree. De lineis,
angulis et figuris, sulle argomentazioni matematiche nelle scienze naturali. De
iride, sul fenomeno dell'arcobaleno. Grossatesta ha scritto anche svariati
commenti su Aristotele; tra questi il primo commento occidentale sull'Analytica
Posteriora e uno sulla Fisica.
Nei suoi lavori degli anni 1220-1235, in particolare i commentari aristotelici,
Grossatesta delineò l'intelaiatura del corretto metodo scientifico. Anche se non
seguì sempre i suoi stessi consigli nel corso delle sue ricerche, le sue opere
sono considerate strumentali nella storia dello sviluppo della tradizione
scientifica occidentale. Grossatesta fu il primo degli scolastici a comprendere
pienamente la visione aristotelica del percorso duale del ragionamento
scientifico, riassumendo particolari osservazioni in una legge universale e
quindi ricavando da leggi universali la previsione dei particolari. Grossatesta
chiamò questo processo "risoluzione e composizione". Quindi ad esempio,
guardando ai particolari della Luna è possibile arrivare a leggi universali
sulla natura. Al contrario, una volta che queste leggi universali sono comprese,
è possibile fare previsioni e osservazioni su altri oggetti oltre la Luna.
Inoltre, Grossatesta disse che entrambi i percorsi devono essere verificati
attraverso la sperimentazione allo scopo di verificarne i principi. Queste idee
fondarono una tradizione che giunse fino a Padova e a Galileo Galilei nel XVII
secolo.
Nonostante l'importanza che la "risoluzione e composizione" avrebbe acquisito
per il futuro della tradizione scientifica occidentale, più importante per il
suo tempo fu l'idea della subordinazione delle scienze. Ad esempio, guardando
geometria e ottica, l'ottica è subordinata alla geometria perché l'ottica
dipende dalla geometria. Quindi Grossatesta concluse che la matematica era la
principale tra tutte le scienze e la base per tutte le altre, poiché ogni
scienza naturale dipende in ultima analisi dalla matematica. Egli sostenne
questa conclusione guardando la luce, che egli credeva essere la "prima forma"
di tutte le cose, fonte di tutta la generazione e il moto (approssimativamente
ciò che oggi conosciamo come biologia e fisica). Quindi, poiché la luce poteva
essere ridotta a linee e punti, e perciò completamente spiegata nell'ambito
della matematica, la matematica costituiva per lui l'ordine più alto delle
scienze.
Ricevette la sua formazione a Oxford dove divenne esperto in legge, medicina e
scienze naturali. Giraldo Cambrense, del quale aveva fatto conoscenza, lo
presentò, prima del 1199, a William de Vere, vescovo di Hereford. Grossatesta
aspirava ad un posto nella casa del vescovo, ma essendo stato deceduto il suo
sostenitore, intraprese da sè lo studio della teologia. È possibile che abbia
visitato Parigi a questo scopo, ma alla fine si stabilì a Oxford come professore
e come capo dei francescani. Il suo successivo avanzamento di grado fu la
cancelleria dell'università. Egli si distinse notevolmente come lettore, e fu il
primo rettore della scuola che i francescani fondarono a Oxford attorno al 1224.
La cultura di Grossatesta venne altamente lodata da Ruggero Bacone, che era un
critico severo. Secondo Bacone, egli conosceva poco il greco o l'ebraico e
prestava poca attenzione alle opere di Aristotele, ma prevaleva tra i suoi
contemporanei per la sua conoscenza delle scienze naturali. Tra il 1214 e il
1231 Grossatesta resse in successione gli arcidiaconati di Chester, Northampton
e Leicester. Nel 1232, dopo una grave malattia, rinunciò a tutti i suoi benefici
e le promozioni, ad eccezione di una prebenda che deteneva a Lincoln. La sua
intenzione era di passare il resto della vita in contemplativa religiosità, ma
mantenne l'incarico di cancelliere e nel 1235 accettò il vescovato di Lincoln.
Egli intraprese senza indugio la riforma della morale e della disciplina
clericale in tutta la sua vasta diocesi. Questo schema lo mise in conflitto con
più di una corporazione privilegiata, ma in particolare con il suo stesso
ordine, che contestò vigorosamente la sua pretesa di esercitare il diritto di
ispezione nelle sue comunità. La disputa si surriscaldò dal 1239 al 1245. Venne
condotta da ambo le parti con indecorosa violenza, e quelli che più avevano
approvato lo scopo principale di Grossatesta, ritennero necessario avvertirlo
dell'errore commesso nell'essere troppo zelante. Nel 1245, grazie ad una visita
personale alla corte papale di Lione, si assicurò un verdetto favorevole. In
politica ecclesiastica il vescovo apparteneva alla scuola di Becket. Il suo zelo
per la riforma lo portò ad avanzare, per conto delle corti, pretese cristiane
che era impossibile venissero ammesse dal potere secolare. Egli incorse due
volte nel rimprovero di Enrico III su questo argomento, anche se poi toccò a
Edoardo I sistemare la questione di principio in favore dello stato.
La devozione di Grossatesta alle teorie gerarchiche del suo tempo sono
attestate dalla corrispondenza con il suo ordine e col re. Contro il primo
confermò le prerogative dei vescovi e contro il secondo asserì che era
impossibile per un vescovo non considerare gli ordini della Santa Sede. Dove le
libertà della chiesa nazionale entravano in conflitto con le intenzioni di Roma,
egli stava dalla parte dei suoi compatrioti. Così nel 1238 chiese che il re
rilasciasse alcuni studiosi di Oxford che avevano assalito il legato Otho. Ma
almeno fino al 1247 si sottomise pazientemente alle interferenze papali,
accontentandosi della protezione (per via di uno speciale privilegio papale)
della sua diocesi da chierici stranieri. Era più impaziente con le esazioni
reali; e dopo il ritiro dell'Arcivescovo Sant'Edmondo si costitui come portavoce
dello stato clericale nel gran Consiglio. Nel 1244 sedette nel comitato
incaricato di considerare una domanda di sussidio. Il comitato rigettò la
richiesta, e Grossatesta impedì un tentativo del re di separare il clero dal
baronaggio. "È scritto", disse il vescovo, "che uniti restiamo in piedi e divisi
cadiamo". Fu comunque ben presto chiaro che il re e il papa erano alleati per
annullare l'indipendenza del clero inglese, e dal 1250 in avanti Grossatesta
criticò apertamente i nuovi espedienti finanziari a cui papa Innocenzo IV era
stato costretto dal suo disperato conflitto con l'impero. Nel corso di una
visita fatta ad Innocenzo in quell'anno, il vescovo presentò a papa e cardinali
un memoriale scritto, nel quale attribuiva tutti i mali della chiesa
all'influenza maligna della Curia. La cosa non produsse effetti, anche se i
cardinali ritennero che Grossatesta fosse troppo influente per essere punito per
la sua audacia. Grandemente scoraggiato dal suo fallimento, il vescovo pensò di
ritirarsi. Alla fine comunque, decise di continaure la lotta impari. Nel 1251
protestò contro un mandato papale che invitava il clero inglese a versare a
Enrico III un decimo delle proprie entrate per finanziare una crociata e attirò
l'attenzione sul fatto che, col sistema della raccolta di fondi, una somma di
70.000 marchi veniva sottratta annualmente all'Inghilterra dagli incaricati di
Roma. Nel 1253, essedogli stato ordinato di offrire la sua diocesi a un nipote
del papa, scrisse una lettera di rimostranza e rifiuto, non al papa in persona,
ma ad un suo commissario, Maestro Innocenzo, attraverso il quale aveva ricevuto
il mandato. Il testo della rimostranza, come riportato dagli annali di Burton e
da Matthew Paris, è stato forse alterato da un falsario che aveva meno rispetto
per il papato di quanto ne avesse Grossatesta. Il linguaggio è più violento di
quello impiegato altrove dal vescovo, ma la questione generale, che il papato
può chiedere obbedienza solo se i suoi ordini sono consoni all'insegnamento di
Cristo e degli apostoli, è quello che ci si attende da un riformatore
ecclesiastico dell'epoca di Grossatesta. Ci sono più motivi di sospettare della
lettera indirizzata "ai nobili d'Inghilterra, ai cittadini di Londra, e alla
comunità dell'intero reame," nella quale Grossatesta viene rappresentato mentre
denuncia senza mezzi termini la finanza papale in tutti i suoi rami. Ma anche in
questo caso si deve avere una certa tolleranza per la differenza tra gli
standard di decoro moderni e medioevali. Grossatesta figurò tra gli amici più
intimi del professore francescano Adam Marsh. Tramite Adam giunse ad una stretta
relazione con Simon de Montfort. Dalle lettere del francescano emerge che il
conte aveva studiato un trattato politico di Grossatesta sulle differenze tra la
monarchia e la tirannia, e che aveva abbracciato con entusiasmo il progetto di
riforma ecclesiasitca del vescovo. La loro alleanza iniziò già nel 1239, quando
Grossatesta si sforzò di portare la riconciliazione tra il re e il conte. Ma non
c'è motivo di supporre che le idee politiche di Montfort siano maturate prima
della morte di Grossatesta, ne tantomeno che quest'ultimo si sia troppo occupato
della politica secolare, eccetto quando questa toccava gli interessi della
Chiesa. Grossatesta capì che il malgoverno di Enrico III ed il suo patto senza
principi con il papato rendevano ampiamente conto della degenerazione della
gerarchia inglese e del lassismo nella disciplina ecclesiastica, ma
difficilmente può essere definito un costituzionalista. Era già un uomo anziano,
con una salda reputazione, quando divenne vescovo. Come statista ecclesiasitco
mostrò lo stesso zelo impetuoso e la stessa versatilità di cui aveva dato prova
nella sua carriera accademica, ma la tendenza generale degli autori moderni e
stata quella di esagerare le sue funzioni politiche ed ecclesiastiche e di
ignorare la sua attività come scienziato e studioso. L'opinione del suo tempo,
così come viene espressa da Matthew Paris e Ruggero Bacone, fu molto differente.
I suoi contemporanei, pur ammettendo l'eccellenza delle sue intenzioni come
statista, evidenziano i suoi difetti di carattere e discrezione, ma vedono in
lui il pioniere di un movimento scientifico e letterario. Non solamente un
grande ecclesiastico che patrocinò lo studio nel suo tempo libero, ma anche il
primo matematico e fisico del suo tempo. È certamente vero che anticipò in
questi campi del pensiero alcune delle idee più brillanti alle quali Ruggero
Bacone diede successivamente più ampia risonanza.
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