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Riccardo di San Vittore
Vita e opere
Riccardo, scozzese di nascita, andò presto a Parigi ed entrò a San Vittore, di
cui divenne priore nel 1162 fino al 1173, anno della sua morte. Fra le opere
scolastiche del vittorino un trattato in tre libri, il De trinitate e uno
scritto De verbo incarnato. Fra le opere teologiche e mistiche: Quomodo Spiritus
Sanctus est amor Patris et Filii; De Verbo incarnato; De praeparatione animi ad
contemplationem (o Beniamin minor); De gratia contemplationis (o Beniamin maior);
De statu interioris hominis; De exterminatione mali.
Dimostrazioni dall’esperienza
Partendo dal presupposto agostiniano della fede, Riccardo tentò di spiegare il
processo della conoscenza, che ricondusse a tre fonti: esperienza, ragione e
rivelazione. L’uomo conosce le cose temporali attraverso l’esperienza; le cose
eterne in parte con la ragione e in parte con la rivelazione. Riccardo ritiene
utile apposggiare le verità derivanti dalla rivelazione sulle verità derivanti
dalla ragione. In particolare, relativamente all’esistenza di Dio,
l’argomentazione consiste nel risalire dalle cose finite, che non hanno l’essere
da sé, a un principio che ha l’essere da sé ed è eterno. Se questo principio non
esistesse le cose che non hanno l’essere non potrebbero mai riceverlo da nulla.
La dimostrazione della Trinità parte ugualmente dall’esperienza: come è
possibile che la natura divina, che ha donato la possibilità di generare a tutte
le cose, sia rimasta sterile in se stessa e non abbia generato nulla? Contro la
solitudine e la sterilità e per garantire la possibilità della communicatio
divina, è necessaria una dualità delle persone divine. Ma la dualità non basta:
la comunicazione non è perfetta se non si può estendere ad una terza persona,
coeguale.
Misticismo
Riccardo crede che la natura umana sia unitaria e semplice. L’anima e lo spirito
non sono nell’uomo due sostanze diverse, ma costituiscono un’essenza sola: lo
spirito è la facoltà superiore dell’anima, ma non si distingue sostanzialmente
da essa. I poteri dell’anima si dividono in tre facoltà: immaginazione, ragione
e intelligenza. La funzione dell’immaginazione è quella di raccogliere e
conservare le percezioni sensibili. La ragione è la capacità del pensiero
discorsivo. L’intelligenza è l’occhio spirituale che vede le cose invisibili
nella loro presenza reale (Beniamin maior). Queste tre facoltà segnano la via
mistica a Dio. Ad esse corrispondono infatti la cogitatio, la meditatio e la
contemplatio, ultimo stadio della via mistica e subordinata a due condizioni: la
purezza di cuore e la conoscenza di sé. La contemplazione è scandita in sei
gradi: in imaginatione et secundum imaginationem; in imaginatione et secundum
rationem; in ratione et secundum imaginationem; in ratione et secundum rationem;
supra rationem et non preaeter rationem; supra rationem et praeter rationem. I
sei gradi rappresentano il percorso dell’anima dalla contemplazione alla visione
della divinità. La visione della divinità comporta un’estasi (excessus mentis)
conseguibile solo ex gratia (per intervento della grazia). Riccardo simboleggia
i gradi della via mistica attraverso i figli che Giacobbe ebbe da Lia e da
Rachele. Lia rappresenta la volontà umana, che fecondata dallo spirito di Dio,
genera sei figli (le virtù nell’anima). Rachele è invece paragonata alla ragione,
e l’unione con lei genera la conoscenza più alta, Beniamino, cioè il simbolo di
quello sprofondarsi dell’anima nella conoscenza di sé.
I gradi dell’ascesa dell’anima a Dio sono distinti anche per altre qualità:
alcuni implicano la dilatatio della mente (cioè l’espandersi e l’acuirsi delle
sue capacità) senza trascendere i limiti umani; altri la sublevatio della mente
(l’irradiazione della luce divina che spinge la mente a trascendere i limiti
umani); l’alienatio della mente da essa stessa, con il conseguente abbandono
della memoria di tutte le cose presenti e il raggiungimento di uno stato che non
ha più niente di umano. La prima qualità implica la sola attività umana, la
terza la sola grazia divina, la seconda entrambe. Nell’alienatio, in cui si
verifica l’excessus mentis, l’essere umano contempla il lume della sapienza
divina direttamente, non per speculum et enigmate.
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