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ABELARDO
1079 - 1142
La figura storica
Abelarlo è la prima grande affermazione medievale del valore umano della ricerca.
Questa figura che neppure la tradizione medievale ha potuto ridurre allo schema
stereotipato del sapiente o del santo; quest'uomo che ha peccato e sofferto ed
ha posto l'intero significato della sua vita nella ricerca; questo maestro
geniale, che ha fatto nei secoli la fortuna e la fama dell'Università di Parigi,
incarna, per la prima volta nel Medio Evo, la filosofia nella sua libertà e nel
suo significato umano. Dotato di grande prestanza fisica (Eloisa ci testimonia,
che quando si recava alle lezioni o ne ritornava, con lo sguardo fiero e la
testa alta, riscuoteva l'ammirazione di tutti), di una eloquenza precisa e
tagliente, di una straordinaria potenza dialettica che lo rendeva invincibile
nelle dispute, era destinato al successo, che gli arrise difatti, portandogli
invidia, persecuzioni e condanne. Ma il centro della sua personalità è
l'esigenza della ricerca: la necessità di risolvere in motivi razionali ogni
verità che sia o voglia essere tale per l'uomo, di affrontare con le armi della
dialettica tutti i problemi per portarli sul piano di una comprensione umana
ettettiva. Per Abelarlo, la fede in ciò che non si può intendere è una fede
puramente verbale, priva di sostanza spirituale ed umana. La fede che è atto di
vita, è intelligenza di ciò che si crede: all'intendere devono dunque essere
protese tutte le forze dell'uomo. In questa convinzione, è la forza della sua
speculazione e il suo fascino di maestro. In lui diventa chiaro il significato,
altrimenti incerto e malfermo, della ratio medievale. La ragione è per l'uomo la
sola guida possibile; e l'esercizio della ragione, che è proprio della filosofia,
e l'attività più alta dell'uomo.
Pertanto, se la fede non è un impegno cieco che può dirigersi anche pregiudizi e
a errori, dev'essere essa stessa sottoposta al vaglio della ragione. Da questo
punto di vista, non sussiste una differenza radicale tra filosofi pagani e
filosofi cristiani; se il cristianesimo costituisce la perfezione dell'uomo,
anche i filosofi pagani, in quanto filosofi, sono stati cristiani nella vita e
nelle dottrine.
Vita e scritti
Le movimentate vicende della vita di Abelardo sono narrate da lui stesso in una
lettera che porta il titolo Historia calamitatum. PIETRO ABELARDO era nato
presso Nantes nel 1079 e aveva studiato dialettica con Guglielmo di Champeaux,
di cui divenne ben presto contraddittore ed emulo. Insegnò dapprima dialettica
in varie località della Francia, poi, dal 1113, teologia presso la scuola
cattedrale di Parigi. Il suo insegnamento si svolse tra dispute clamorose e
polemiche violente suscitate dalla sua intemperanza dialettica e dall'invidia
che il suo successo provocava.
A Parigi si innamorò di Eloisa, la nipote di un tal canonico Fulberto, che era
bella e coltissima, ed ebbe da lei un figlio, Astrolabio. Sposatala per placare
le ire dello zio, volle tenere nascosto il matrimonio, temendo che nuocesse alla
sua fama e alla sua carriera di maestro, e mandò Eloisa nel convento di
Argenteuil, presso Parigi, dove ella era stata educata da bambina. Ma lo zio e i
parenti della moglie, credendo che egli volesse sbaraz:arsi di lei, si
vendicarono facendolo evirare nel sonno. Vergognoso per l'oltraggio subito,
Abelardo entrò in un convento; e i due sposi si consacrarono insieme a Dio:
Abelardo nell'abbazia di S. Dionigi presso Parigi, Eloisa nel monastero di
Argenteuil. Nell'epistolario di Abelardo sono conservate alcune lettere di
Eloisa, riboccanti di affetto e di forza rassegnata.
Dopo l'infortunio, Abelardo riprese, con rinnovato entusiasmo, il suo
insegnamento, in luogo isolato a Nogent-sur-Seine, dove i discepoli lo seguirono
e gli costruirono un oratorio che egli intitolò allo Spirito Santo o Paracleto.
Nel 1136 riapparve a Parigi, e riprese le sue lezioni sulla montagna di S.
Genoveffa, dove aveva avuto i suoi primi successi di maestro. Esaltato dai
discepoli per la sua eloquenza e per l'ardore della sua dialettica, invidiato
dagli altri maestri, Abelardo prestò spesso il fianco alle accuse di eresia. Il
Concilio di Soissons condannò la sua dottrina trinitaria e lo costrinse a
bruciare di sua mano il libro De unitate et trinitate divina (1121). Negli
ultimi anni della vita fu in polemica con S. Bernardo, il quale provocò contro
di lui una condanna nel Sinodo di Sens (1140).
Abelardo si appellò al papa e voleva recarsi a Roma a sostenere la sua causa, ma
l'abate Pietro di Cluny lo convinse a rimanere a Cluny e a riconciliarsi con la
Chiesa, con il papa e con S. Bernardo. Abelardo compose in questa occasione una
Apologia e passò gli ultimi giorni della vita nell'abbazia di St.-Marcel. Qui
morì il 20 aprile del 1142, a 63 anni. La sua salma fu sepolta al Paracleto e lì
fu portata e messa accanto, 21 anni dopo, quella di Eloisa (1164).
Abelardo è autore di una Dialectica, composta verso il 1121 e di numerose opere
logiche costituite da commenti (Glossae) agli scritti logici di Porfirio e
Boezio. Il Sic et non è la tipica espressione del suo metodo. Egli ha scritto,
inoltre, tre opere sul problema trinitario: Tractatus de unìtate et trinitate
divina, Introductio ad theologiam, Theologia christiana. I riferimenti contenuti
in queste opere permettono di congetturare che la Theologia christiana è stata
composta posteriormente al De unitate, e probabilmente fra il 1123-24, e che
l'Introductio non è che la prima parte della Theologia, condannata al Concilio
di Sens. In seguito egli compose un Commentario sulla Epistola ai Romani e
l'Etica o Scito te ipsum. Posteriori ancora sono le Lettere ad Eloisa, i Sermoni,
gli Inni, i Problemata, l'Expositio in Exameron. La lettera che porta il titolo
Historia calamitatum fu scritta fra il 1133 e il 1136. Agli ultimi anni,
trascorsi a Cluny, appartengono il Carmen ad Astrolabium e il Dialogus inter
iudaeum, philosophum et christianum (1141-42).
Il metodo
Abelardo ha esercitato sullo sviluppo della filosofia medievale un'influenza
potentissima. Questa influenza è dovuta in primo luogo al suo fascino di
maestro. Egli è stato, se non il fondatore, almeno il precursore dell'Università
di Parigi. Il suo prestigio di professore, la superiorità del suo metodo,
consacrarono la celebrità della scuola di Parigi e prepararono la formazione
dell'Università. L'opera nella quale ha meglio chiarito e messo in pratica il
suo metodo di ricerca è il Sic et non. Si tratta di una raccolta di opinioni (sententiae)
di Padri della Chiesa, disposte per problemi, in modo da far apparire le varie
sentenze come risposte positive o negative del problema proposto (donde il
titolo, che suona sì e no).
Il procedimento minacciava di gettare il discredito sulla unità della tradizione
ecclesiastica, facendone vedere i contrasti in modo lampante; ma lo scopo di
Abelardo era quello di porre nettamente i problemi per mostrare la necessità di
risolverli. A questo scopo egli dà nel prologo dell'opera un certo numero di
regole. Comincia con il distinguere i testi del Vecchio e Nuovo Testamento e i
testi patristici.
I primi vanno letti con l'obbligo di credere, gli altri con libertà di giudizio.
Se si trova nei primi qualcosa di assurdo, bisogna ritenere, non che l'autore
sbagli, ma che il codice è mendace o che ha sbagliato l'interprete o che noi non
riusciamo a intendere. Ma per ciò che riguarda gli altri testi, molto di ciò che
contengono è stato scritto secondo opinione, più che secondo verità. Quando in
essi si trovano opinioni diverse ed opposte intorno allo stesso argomento,
bisogna rendersi conto del fine, in vista del quale l'autore ha parlato; e
bisogna distinguere i tempi in cui la cosa è stata detta, perché ciò che è
concesso in un tempo è proibito in un altro e ciò che viene rigorosamente
prescritto il più delle volte, è poi qualche volta temperato dalla dispensa.
Infine, ed è la regola fondamentale, molte controversie si possono facilmente
risolvere, se si tiene presente che le stesse parole hanno significati diversi
nei diversi autori.
C'è dunque tutta una ricerca da istituire per risolvere il contrasto tra i testi
che fanno autorità in filosofia. E se si considera che la disciplina, la quale
studia e prescrive l'uso delle parole e il loro significato è la logica, si vede
che la logica avrà, nella ricerca scolastica, come la istituisce Abelardo, un
posto predominante. La logica: cioè la ragione umana. La ricerca di Abelardo è
una ricerca razionalistica che opera sui testi tradizionali per cercare in essi
liberamente le verità che contengono. Questa ricerca è intesa come una
interrogazione incessante (assidua seu frequens interrogatio). Essa muove dal
dubbio perché soltanto il dubbio promuove la ricerca e solo la ricerca conduce
alla verità (dubitando enim ad inquisitionem venimus; inquirendo veritatem
percipimus). Qui è senza dubbio il motivo del fascino che la personalità di
Abelardo ha esercitato sui suoi contemporanei e dell'efficacia del suo
insegnamento sulla scolastica. L'aver Abelardo incarnato Io spirito della
ricerca razionale in una epoca di risveglio filosofico lo ha condotto ad essere
il fondatore del metodo scolastico.
Questo metodo si fissò ben presto, dopo di lui, in uno schema che fu
universalmente seguito, lo schema della quaestio, che consiste nel partire da
testi che danno soluzioni opposte dello stesso problema per giungere a
delucidare in via puramente logica il problema stesso. Dapprima tenuto in
sospetto e avversato, questo metodo prevalse poi nell'intera scolastica.
Ragione e autorità
Il prevalere della ricerca nella speculazione di Abelardo conferisce
naturalmente alla ragione la preminenza sull'autorità. Abelardo non nega la
funzione dell'autorità nella ricerca: «Finché la ragione rimane nascosta, egli
dice, basti l'autorità, e sia rispettato, intorno al valore dell'autorità, quel
notissimo e fondamentale principio tramandato dai filosofi; non bisogna
contraddire a ciò che sembra vero a tutti gli uomini o ai più o ai dotti».
All'autorità bisogna dunque affidarsi solo finché la ragione rimane nascosta (dum
ratio latet). Ma essa diventa inutile quando la ragione ha modo di accertare da
sé la verità: «Tutti sappiamo che in ciò che può essere discusso con la ragione,
non è necessario il giudizio dell'autorità». Certamente la ragione
umana non è misura sufficiente per intendere le cose divine. A proposito della
Trinità, per esempio, Abelardo afferma esplicitamente che non si ripromette su
questo argomento di insegnare la verità, alla quale né lui né alcun uomo può
giungere, ma solo di proporre una soluzione verosimile o vicina alla ragione
umana e nello stesso tempo non contraria alla fede. Ma ciò non implica che la
fede non si debba raggiungere e difendere con la ragione. Se non bisogna
discutere nemmeno su ciò che si deve o non si deve credere, che rimane se non
prestar fede ugualmente sia a quelli che dicono il vero, sia a quelli che dicono
il falso?.
Non si crede a una cosa perché Dio l'ha detta; ma si ammette che egli
l'abbia detta, perché ci si convince che la cosa è vera. Una fede cieca,
prestata con leggerezza, non ha nessuna stabilità ed è incauta e priva di
discernimento: bisogna in ogni caso almeno discutere preliminarmente se bisogna
prestar fede o meno. L'ultima convinzione di Abelardo è espressa nell'Historia
calamitatum (cap. 9°). Qui egli dice che scrisse il libro sull'Unità e Trinità
divina per i suoi discepoli, i quali anche nel campo teologico cercavano
argomenti umani e filosofici, e volevano più ragionamenti che parole. E' stolto
pronunciare parole di cui non si intende il significato, giacché non si può
credere se non a ciò che si intende, ed è ridicolo predicare ad altri ciò che né
chi predica né chi ascolta riesce a capire. Non si può credere se non ciò che si
intende. Qui è la vera molla della ricerca di Abelardo. Anche la verità rivelata
non è verità, per l'uomo, se non fa appello alla sua razionalità, se non si
lascia intendere e far propria da lui.
L'universale come discorso
Nella disputa sugli universali la posizione di Abelardo è tipica e doveva
influenzare potentemente lo sviluppo posteriore del problema. E difatti Abelardo
per primo fonda la sua soluzione non già sulla vera o presunta realtà metafisica
del concetto, ma unicamente sulla sua funzione, che è quella di significare le
cose.
Egli parte dalla definizione dell'universale data da Aristotele (De interpr.,
1,6): «universale è ciò che è nato per essere predicato di più cose». In virtù
di questa definizione, accentua il carattere logico e puramente funzionale
dell'universale e da un lato nega che esso possa a qualsiasi titolo considerarsi
come una realtà, o res, dall'altro che possa considerarsi come un puro nome. Non
può essere considerato una realtà, perché nessuna realtà può essere predicata di
un'altra. Rem de repraedicari monstrum dicunt, riferisce di Abelardo e dei suoi
seguaci Giovanni di Salisbury nel suo Metalogicon (II, 17). Dall'altro lato non
può essere una pura voce, perché anche la voce come tale è una res, una
particolare realtà che non può essere predicata di un'altra. Alla formula di
Roscellino: universale est vox, Abelardo sostituisce la formula universale est
sermo: a differenza della vox il sermo implica il significato, il riferimento ad
una realtà significata, ciò che la posteriore scolastica chiamerà
l'intenzionalità.
Questo punto di vista, che trova la sua espressione più chiara nelle Glosse a
Boezio, ha il grande merito di avere messo in luce la natura puramente logica e
funzionale del concetto. E una scoperta che lo sviluppo ulteriore della logica
medievale non dimenticherà. Per essa, Abelardo è in grado di giustificare la
validità oggettiva dell'universale senza ricorrere alle ipostasi metafisiche del
realismo. Certamente, non esiste l'universale fuori delle cose singole. Quando i
filosofi dicono che la specie è creata dal genere non per ciò presuppongono che
il genere preceda le sue specie nel tempo o esista prima di esse. Il genere non
è in alcun modo prima della specie, né potette mai esserci animale che non fosse
né ragionevole né irragionevole: il genere non può esistere che con la specie
come questa non può esistere che con quello.
Ma che l'universale non esista in realtà come tale, non significa che esso sia
nulla. Le cose singole, nella loro proprietà o nella loro natura, sono uniformi
o simili, sebbene questa uniformità o simiglianza non costituisca a sua volta
una cosa singola. Tutte le cose discrete, come Socrate e Platone, sono opposte
di numero ma convengono in qualche cosa, ad esempio nell'esser uomini. E questa
loro convenienza o uniformità è reale: essa è definita da Abelardo come uno
status che non è né una res né un nihilum. Quando si dice che tutti gli uomini
convengono nell'essere uomini (in statu hominis) non s'intende altro se non che
sono tutti uomini e che in ciò non differiscono affatto (Philosophische
Schriften, ed. Geyer, pp. 19-20). Queste tesi divennero tipiche del nominalismo
medievale; e la logica nominalistica li integrerà più tardi con la dottrina
della suppositio: mediante la quale si espresse la funzione propria del concetto
(come segno) di stare in luogo, nelle proposizioni e nei ragionamenti in cui è
adoperato, di un insieme di oggetti tra loro simili.
L'accordo tra filosofia e rivelazione
Il valore che la ricerca razionale come tale assume dinanzi agli occhi di
Abelardo, lo conduce naturalmente a riconoscere il valore di tutti coloro nei
quali la ricerca stessa si attua, anche all'infuori del cristianesimo. Abelardo
riconosce che la verità ha parlato negli stessi filosofi pagani i quali hanno
potuto riconoscere la natura trinitaria di Dio. La distinzione tra filosofi
pagani e cristiani perde per lui di valore: essi sono accomunati dalla ragione.
Sia la vita sia la dottrina dei filosofi, egli dice, incarnano al più alto grado
la perfezione evangelica o apostolica e poco o niente essi si allontanano dalla
religione cristiana.
L'intento fondamentale di Abelardo nelle sue speculazioni teologiche è appunto
quello di mostrare l'accordo sostanziale tra la dottrina cristiana e la
filosofia pagana. Egli è consapevole di forzare in questo tentativo il senso
letterale delle espressioni dei filosofi a cui si riferisce, ma si difende
ricordando che gli stessi profeti, quando attraverso di essi parla lo Spirito,
non intendono che solo in parte il significato delle loro parole: le quali
spesso vengono chiarite e interpretate da altri.
Conformemente a questi presupposti, la trattazione razionale del dogma
trinitario è da Abelardo condotta col mostrare l'accordo sostanziale dei
filosofi, e in particolare di Platone e dei neoplatonici, con la rivelazione
cristiana.
Anche i filosofi pagani hanno, intatti, secondo Abelardo, conosciuta la Trinità.
Essi hanno ammesso che l'Intelletto divino o Nous è nato da Dio ed è coeterno
con lui; ed hanno inoltre considerato l'Anima del mondo come una terza persona,
che procede da Dio ed è la vita e la salvezza del mondo. «Platone, dice
Abelardo, riconobbe esplicitamente lo Spirito Santo come l'Anima del mondo e
quasi la vita del tutto. Giacché nella bontà divina tutto in qualche modo vive;
ed ogni cosa è viva e nessuna è morta in Dio; il che vuol dire che nulla è
inutile, neppure i mali, i quali sono disposti nel modo migliore per la bontà
dell'insieme». Se Platone dice che l'Anima del mondo è in parte indivisibile e
immutabile, in parte divisibile e mutevole, in quanto si divide e moltiplica nei
vari corpi, ciò va inteso nel senso che lo Spirito Santo rimane in se stesso
indivisibile ma, in quanto moltiplica i suoi doni, appare in qualche modo diviso
nella sua azione vivificatrice.
Quando Platone dice che l'Anima è stata situata da Dio nel mezzo del mondo e che
di lì essa si distende ugualmente per tutto il globo dell'orbe, intende indicare
bellamente che la grazia di Dio è offerta ugualmente a tutti e che in questa sua
casa o tempio, che è il mondo, essa dispone tutto in modo salutevole e giusto.
La dottrina platonica coincide così sostanzialmente con la fede nella Trinità; e
se Platone dice che la Mente e l'Anima del mondo sono state create, è questa una
espressione impropria per indicare il generarsi o il procedere delle due persone
divine dal Padre.
La Trinità divina
Queste analogie guidano Abelardo nelle sue interpretazioni trinitarie. La
distinzione delle tre persone è fondata sulla distinzione degli attributi. Con
il nome del Padre si indica la potenza della maestà divina per la quale essa può
fare tutto ciò che vuole.
Con il nome del Figlio o Verbo si designa la sapienza di Dio, per la quale egli
può conoscere tutto e in nessun modo essere ingannato. Con il nome di Spirito
Santo si esprime la carità o benignità divina, per la quale Dio vuole che tutto
sia disposto nel modo migliore e indirizzato al miglior fine. Questi tre momenti
della Trinità garantiscono la perfezione divina, giacché non è perfetto in tutto
chi è impotente in qualche cosa, né è perfettamente beato chi in qualche cosa
può ingannarsi, né perfettamente benigno chi non vuole che tutto sia disposto
nel modo migliore.
I tre attributi di Dio, espressi dalle tre persone della Trinità, si
presuppongono e si richiamano l'un l'altro. Sicché per quanto la sapienza spetti
al Figlio e la carità allo Spirito Santo, tuttavia tanto il Padre quanto lo
Spirito Santo sono l'intera sapienza; e similmente tanto il Padre quanto il
Figlio sono carità. Proprio per questa unità degli attributi divini, le varie
persone derivano l'una dall'altra. Il Padre, che è la potenza, genera da sé la
sua sapienza, che è il Figlio, in quanto la stessa sapienza divina è una potenza
cioè un potere di Dio: il potere di discernere il modo di evitare ogni inganno
od errore, sì che nulla si nasconda alla conoscenza di Dio. Lo Spirito Santo
procede dal Padre e dal Figlio, in quanto la bontà che è propria dello Spirito,
in tanto ha modo di produrre i suoi effetti, in quanto deriva dalla potenza e
dalla sapienza di Dio: giacché se non derivasse dalla potenza sarebbe priva di
efficacia e se non derivasse dalla sapienza non conoscerebbe il modo migliore di
esplicarsi e di produrre i suoi effetti. Ora lo Spirito Santo designa appunto il
procedere di Dio da sé verso le creature, che hanno bisogno dei benefici della
grazia divina, procedere che è dettato dall'amore di Dio. Il Figlio e lo Spirito
Santo differiscono tuttavia nella loro derivazione da Dio Padre: il Figlio è
generato dal Padre, ed è della stessa sostanza del Padre perché la sapienza è
una determinata potenza; lo Spirito invece non è della stessa sostanza del Padre
e del Figlio perché la carità, che ne è l'attributo, non è né potenza né
sapienza, sebbene sia condizionata nella sua efficacia dall'una e dall'altra. Si
parla dunque di generazione del Figlio dal Padre, ma di processione dello
Spirito Santo dal Padre e dal Figlio.
La relazione tra le persone divine e la loro generazione o processione è
illustrata da Abelardo con un paragone. La divina Sapienza è un aspetto
determinato della divina Potenza al modo in cui un sigillo di bronzo è una
determinata parte di bronzo. La divina Sapienza riceve il suo essere dalla
divina Potenza come il sigillo di bronzo riceve il suo essere dal bronzo di cui
è formato. Affinché ci sia un sigillo di bronzo, è necessario che ci sia il
bronzo; così la divina Sapienza, che è la potenza di conoscere, esige
necessariamente che ci sia la divina Potenza, di cui è formata. E come il bronzo
si chiama la sostanza del sigillo, così la divina Potenza è la sostanza della
divina Sapienza. In questa similitudine, lo Spirito Santo è colui che si serve
del sigillo e che quindi presuppone l'essere del sigillo stesso e del bronzo che
lo costituisce.
Come colui che sigilla, in quanto sigilla, si serve di qualche cosa di molle su
cui imprimere l'immagine che è nella sostanza del sigillo, così lo Spirito
Santo, con la distribuzione dei suoi doni, ricostituisce in noi l'immagine
distrutta di Dio, affinché di nuovo siamo resi conformi all'immagine del Figlio
di Dio, cioè di Cristo. Infine come il bronzo, il sigillo e l'atto del sigillare
sono una sola cosa nella loro essenza, eppure sono tre cose distinte l'una
dall'altra; così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono una unica essenza,
ma sono distinti l'uno dall'altro dai loro tributi personali, così che nessuna
persona può essere sostituita dall'altra. Il bronzo come materia non è la forma
del sigillo e reciprocamente. Così il Padre non è il Figlio, e la Potenza divina
non è la divina Sapienza; e reciprocamente.
Queste speculazioni trinitarie di Abelardo suscitarono le critiche di S.
Bernardo che interpretò gli attributi con cui Abelardo caratterizza le tre
persone divine come se fossero onnipotenza, semipotenza, nessuna potenza. E in
realtà esse sono teologicamente improprie, perché non salvano la sostanzalità
delle persone divine che sono ridotte, secondo lo schema di Scoto Eriugena, a
tre momenti della vita divina (modalismo).
Ma d'altronde la speculazione di Abelardo ha un'intenzionalità cosmologica più
che teologica. Lo scopo di essa è di chiarire la struttura e la costituzione del
mondo e il rapporto tra il mondo e Dio, più che quello di chiarire la natura di
Dio. E in questa sua intenzionalità cosmologica fu intesa e utilizzata dai
filosofi posteriori, specialmente dalla scuola di Chartres.
L'unità divina
Per ciò che riguarda la natura di Dio in se stessa, Abelardo ripete la
speculazione negativa di Scoto Eriugena. Non è possibile definire l'essenza di
Dio, perché Dio è inesprimibile. Dio è al di fuori del novero delle cose perché
non è nessuna di esse. Ogni cosa appartiene o alla categoria della sostanza o a
qualche altra categoria. Ma ciò che non è sostanza non può sussistere in sé. Ora
Dio è il principio e il fondamento di tutto, dunque non può appartenere al
novero di quelle cose che non sono sostanza. Ma non può neppure essere
annoverato fra le sostanze. Difatti il proprio della sostanza è di rimanere
numericamente una ed identica, pur potendo ricevere in sé determinazioni diverse
ed opposte. Ma Dio non può ricevere nessuna di tali determinazioni, perché in
lui non vi è nulla di accidentale e di mutevole. Perciò, meglio che sostanza, si
deve chiamarlo essenza, dato che in lui l'essere e il sussistere sono
assolutamente identici. Nessun nome, nessuna parola riferita a Dio conserva il
significato nel quale è riferita alle cose create. La natura divina si può
esprimere solo con parabole o metafore.
Noi distinguiamo, per esempio, nella sostanza dell'uomo la vita animale, la
ragione, la mortalità, ecc., sebbene l'essenza dell'uomo rimanga numericamente
una ed identica. Allo stesso modo possiamo supporre che nella divina Sostanza si
possano distinguere attributi diversi, costitutivi di tre persone diverse, pur
rimanendo quella sostanza una ed identica.
Ad intendere l'unità delle persone divine giova un'altra immagine che Abelardo
desume dalla grammatica. La grammatica distingue tre persone: quella che parla,
quella alla quale si parla e quella di cui si parla; ma riconosce che queste tre
persone possono essere attribuite a uno stesso soggetto. Giacché una persona può
parlare a sé di se stessa; in questo caso allo stesso soggetto si riferiscono
tutte e tre le persone della grammatica. Inoltre la prima persona è il
fondamento delle altre, giacché dove non c'è nessuno che parla, non vi è neppure
nessuno al quale si parla e nessuno di cui si parla. Infine la terza persona
dipende da entrambe le precedenti poiché soltanto tra due persone che parlano si
può parlare di una terza persona. In tutto ciò, c'è l'immagine dell'unità divina:
anche in essa infatti la seconda persona presuppone la prima e la terza le altre
due. E come un solo e stesso uomo può essere prima, seconda e terza persona
grammaticale, senza che queste tre persone si confondano e si annullino; così in
Dio la stessa essenza può essere le tre persone, senza che le tre persone si
identifichino l'una con l'altra.
Dio e il mondo
I rapporti tra Dio e il mondo sono chiariti da Abelardo sul fondamento degli
attributi divini e in primo luogo dell'onnipotenza, che è l'attributo proprio
del Padre. La conclusione a cui Abelardo giunge proposito di questo attributo è
che Dio non può fare né più né meno di ciò che fa e che perciò la sua azione è
necessaria.
Ditatti Dio può fare soltanto il bene. Dio fa quello che vuole, ma vuole quello
che è bene. Il principio della sua azione non è il sic volo, sic iubeo, sit pro
ratione voluntas: egli vuole che accada solo ciò che è bene che accada. È chiaro
quindi che di tutto ciò che Dio fa o tralascia di fare, c'è una giusta causa.
Tutto ciò che egli fa, deve farlo, perché se è giusto che qualcosa accada, è
ingiusto che essa sia tralasciata. Né si può dire che, se Dio avesse fatto
alcunché di diverso da quello che ha fatto, questo alcunché sarebbe altrettanto
buono, in quanto fatto da lui; giacché se ciò che non ha fatto fosse buono come
ciò che fa, non vi sarebbe fondamento per la sua scelta né motivo di operare
quello e di tralasciare questo. Se ciò che fa è soltanto il bene, egli può fare
soltanto ciò che fa. Aveva dunque ragione Platone di dire che Dio non poteva
creare un mondo migliore di quello che ha creato. In Dio, possibilità e volontà
fanno tutto uno: è vero che egli può tutto ciò che vuole, ma è vero pure che non
può, se non ciò che vuole. Questa dottrina di Abelardo implica la necessità
della creazione del mondo e l'ottimismo metafisico. Il mondo è stato
necessariamente voluto e creato da Dio. Tutto ciò che Dio vuole lo vuole
necessariamente, né la sua volontà può rimanere inefficace; necessariamente
dunque egli conduce a termine tutto ciò che vuole.
La necessita del mondo non implica l'assenza della libertà in Dio. La libertà
non consiste nello scegliere indifferentemente di fare una cosa o l'altra, ma
piuttosto nell'eseguire senza costrizione e con piena indipendenza ciò che si è
deciso consapevolmente e ragionevolmente. Questa libertà appartiene anche a Dio:
poiché tutto ciò che egli fa, lo fa soltanto di sua volontà, e quindi senza
essere necessitato da alcuna costrizione (Intr. ad theol., III, 5).
All'uomo, Dio ha concesso la possibilità di peccare e di fare il male affinché,
a confronto della nostra debolezza, appaia a noi nella sua gloria, egli che
assolutamente non può peccare; e affinché, quando ci allontaniamo dal peccato,
non attribuiamo ciò alla nostra natura, ma all'aiuto della sua grazia che
dispone per la sua gloria non solo i beni ma anche i mali.
La necessità che è propria di Dio si riflette nell'azione di Dio nel mondo. Dio
prevede tutto: e sebbene la sua previsione non sia necessariamente determinante
rispetto ai singoli avvenimenti, non può tuttavia essere smentita ed essi
debbono rientrare nell'ordine della sua previsione. In questo ordine rientra
anche la predeterminazione. Dio predestina gli eletti alla salvezza, ma anche
quelli che egli non predestina e che perciò sono dannati rientrano nell'ordine
provvidenziale del mondo. L'azione di Dio non è mai senza motivo anche se il
motivo rimane nascosto agli uomini. Anche il tradimento di Giuda rientra
nell'ordine provvidenziale, perché senza di esso non sarebbe stata possibile la
redenzione dell'umanità. E come il tradimento di Giuda, tutti i mali che possono
accadere o accadono, sono ordinati dalla Provvidenza divina al meglio, ed hanno
un loro motivo e un loro risultato inevitabile, anche se all'uomo è impossibile
rendersene conto.
L'uomo
L'anima umana è, secondo Abelardo, una essenza semplice e distinta dal corpo.
C'è un senso in cui si può dire che anche le creature intellettuali, come
l'anima o l'angelo, sono corporee, in quanto sono limitate dallo spazio; ma è un
senso improprio, che deriva da un concetto fallace della corporeità. L'anima è
tutta presente in tutte le parti del corpo ed è il principio della vita corporea.
Il corpo solo attraverso l'anima è quello che è. Come natura spirituale l'anima
porta in sé l'immagine della Trinità divina. Ciò che nell'anima è la sostanza, è
nella Trinità la persona del Padre; ciò che nell'anima è virtù e sapienza è
nella Trinità il Figlio, che è la Virtù e la Sapienza di Dio; ciò che nell'anima
è la proprietà di vivificare è nella Trinità lo Spirito Santo, al quale spetta
il compito di dare vita al mondo.
L'anima umana è dotata di libero arbitrio. «Per libero arbitrio, dice Abelardo,
i filosofi intendono il libero giudizio sulla volontà. L'arbitrio è infatti la
deliberazione o il giudizio dell'anima, per il quale uno si propone di fare o di
tralasciare qualcosa. Questo giudizio è libero quando nessuna necessità di
natura costringe ad eseguire ciò che si è deciso e rimane in proprio potere sia
il fare che il tralasciare». Gli animali non hanno libero arbitrio perché non
hanno giudizio e anche noi siamo privi di libero arbitrio quando vogliamo ciò
che non è in nostro potere o quando qualcosa accade senza la nostra decisione.
Come capacità di compiere volontariamente e senza coazione l'azione che si è
decisa in seguito a un giudizio razionale, il libero arbitrio appartiene sia
agli uomini sia a Dio e in generale a tutti quelli che non sono privi della
facoltà di volere. Esso appartiene anche, e in grado eminente, a coloro che non
possono peccare. Chi non può peccare non può certo allontanarsi dal bene; ma ciò
non implica che sia costretto a farlo per una necessità di coazione. Quella
impossibilità non è da confondersi con una costrizione che impedisca o vincoli
il giudizio razionale sulla volontà. Si può dire anzi che la libertà di scelta è
nell'ambito del bene più ampia, quando chi sceglie è libero dalla servitù del
peccato.
L'etica
Il punto centrale dell'etica di Abelardo è la distinzione tra vizio e peccato e
tra peccato e azione cattiva. Il vizio è un'inclinazione naturale dell'anima al
peccato. Ma se tale inclinazione viene combattuta e vinta, non solo non dà
origine al peccato, ma rende più meritoria la virtù. Peccato è invece il
consenso dato a questa inclinazione ed è un atto di disprezzo e di oftesa a Dio.
Esso consiste nel non compiere il volere di Dio, nel contravvenire a un suo
divieto.
E quindi un non-fare o non-tralasciare; un non-essere, una deficienza, una
assenza di realtà: quindi non ha sostanza (Scito te ipsum, 3). L'azione cattiva
può essere commessa anche senza il consenso della volontà, quindi senza peccato:
come accade quando per difesa si uccide un inseguitore furibondo. Il male
dell'anima è dunque veramente solo il peccato, il consenso dato all'inclinazione
viziosa. La vita umana è una continua lotta contro il peccato. «In questo mondo,
noi siamo sempre impegnati in un combattimento interiore per ricevere nell'altro
mondo la corona dei vincitori. Ma affinché ci sia battaglia, è necessario che ci
sia un nemico che resista e che non venga meno del tutto. Questo nemico è la
nostra volontà cattiva, sulla quale dobbiamo trionfare soggiogandola al volere
di Dio; ma non riusciremo mai a eliminarla del tutto perché dobbiamo avere un
nemico contro cui combattere».
Abelardo è in grado di insistere, in base a queste premesse, sulla pura
interiorità delle valutazioni morali. Nulla l'azione peccaminosa aggiunge
veramente al peccato che è l'atto con cui l'uomo disprezza il volere divino.
Dove manca il consenso della volontà non c'è peccato, anche se l'azione è in se
stessa cattiva (come nel caso di chi uccide costrettovi), e dove c'è il consenso
della volontà all'inclinazione viziosa, il seguire dell'azione cattiva non
aggiunge nulla alla colpa. Si deve chiamare trasgressore non colui che fa ciò
che è proibito, ma solo chi consente a ciò che gli risulta proibito da Dio: e
così anche la proibizione deve intendersi riferita non all'azione, ma al
consenso. «Dio tiene conto non delle cose che si fanno, ma dell'animo con cui si
fanno; e il merito e il valore di colui che agisce non consiste nell'azione ma
nell'intenzione». Una stessa azione può essere buona o cattiva; e, per esempio,
impiccare un uomo può essere sia atto di giustizia, sia malvagità.
Non sempre il giudizio umano può adeguarsi a questa esigenza della valutazione
morale.
Ma ciò accade perché gli uomini non tengono conto della colpevolezza interiore
quanto dell'atto peccaminoso esterno, che è effetto della colpa. Solamente Dio
che guarda non alle azioni, ma allo spirito con cui si fanno, può valutare
secondo verità il valore dell'intenzione umana e giudicare esattamente la colpa.
Il giudizio umano si allontana quindi necessariamente dal giudizio divino. Il
primo colpisce l'azione più dell'intenzione, perché segue più un criterio di
opportunità che un dovere di
giustizia e ha di mira prevalentemente l'utilità comune; il secondo colpisce
invece esclusivamente l'intenzione e si ispira alla più perfetta giustizia,
senza tener conto delle risonanze sociali della colpa. Ma per quanto il giudizio
umano si conformi a necessari criteri di opportunità, esso non è giustificabile
sul fondamento della realtà morale dell'uomo. In questa realtà non è l'azione,
ma l'intenzione che conta, e l'azione stessa è buona soltanto quando procede da
una buona intenzione. Vero è che la bontà dell'intenzione deve essere reale, non
apparente: è necessario che l'uomo non s'inganni nel credere che il fine a cui
tende sia gradito a Dio.
Abelardo procede coerentemente in questa etica dell'intenzione e non si arresta
di fronte alle conseguenze teologicamente pericolose di essa. Se il peccato è
solo nell'intenzione, come si giustifica il peccato originale? Abelardo risponde
che il peccato originale non è un peccato, ma la pena di un peccato. «Quando si
dice che i bambini nascono con il peccato originale e che noi tutti, secondo
l'Apostolo, abbiamo peccato in Adamo, è come si dicesse che dal peccato di Adamo
è derivata la nostra pena, cioè la sentenza della nostra condanna».
Ugualmente improprio è chiamare peccato l'ignoranza in cui sono gli infedeli
della verità cristiana e le conseguenze che scaturiscono da tale ignoranza. «Non
costituisce peccato l'essere infedeli, sebbene ciò impedisca l'adito alla vita
eterna a coloro che sono giunti all'uso della ragione. Per essere condannati è
sufficiente non credere al Vangelo, ignorare Cristo, non accostarsi ai
Sacramenti della Chiesa, anche se ciò si faccia, non per malizia, ma per
ignoranza».
Non si può far colpa di non credere al Vangelo e a Cristo a coloro che non ne
hanno mai sentito parlare. Affermare che si può peccare per ignoranza significa
intendere il peccato in senso largo e improprio, giacché peccato è veramente
l'ignoranza solo quando è effetto di consapevole negligenza.
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