FILOSOFI
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Nucleo del programma di ricerca dei francofortesi è la “teoria critica della società”, che si oppone a qualunque forma di alienazione e di dominio dell’uomo sull’uomo, operando una radicale demistificazione dell’ideologia capitalista e delle sue contraddizioni interne.


Scuola di Francoforte

Denominazione usata per indicare un gruppo di filosofi e sociologi che dai primi anni Trenta del Novecento lavorò presso l’Istituto di ricerche sociali di Francoforte, in Germania.

Con l’avvento del nazionalsocialismo i principali membri dell’Istituto emigrarono, dapprima a Parigi, dove nel 1936 pubblicarono il volume collettivo Studi sull’autorità e la famiglia, poi a New York; dopo la seconda guerra mondiale alcuni rimasero negli Stati Uniti, mentre la maggior parte fece ritorno in patria e proseguì l’attività di ricerca a Francoforte, dove nel 1950 rinacque l’Istituto.

I rappresentanti più noti della scuola di Francoforte furono Max Horkheimer, Theodor Wiesengrund Adorno e Herbert Marcuse (che tuttavia, come Erich Fromm, fece parte dell’Istituto solo fino all’inizio degli anni Quaranta e dopo la guerra rimase negli Stati Uniti). Walter Benjamin collaborò con i francofortesi intorno alla metà degli anni Trenta. Jürgen Habermas, che appartiene alla generazione successiva, lavorò all’Istituto dal 1955 al 1971 ed è considerato l’erede della filosofia della scuola. 

LA “TEORIA CRITICA”

La nozione di “teoria critica” venne mutuata da un saggio di Horkheimer e Marcuse, Teoria tradizionale e teoria critica (1937), che sottolineava il carattere puramente strumentale della razionalità moderna, rivelatasi incapace di soddisfare le istanze libertarie del progetto illuminista. Dialettica dell’Illuminismo (1947), scritto dallo stesso Horkheimer in collaborazione con Adorno, inasprì la critica alla razionalità, affermando che l’Illuminismo era sfociato in una pericolosa mitologia del progresso fondata sul dominio della tecnica e della burocrazia, a scapito della libertà e della creatività dell’individuo. L’odierna cultura di massa fu considerata da Horkheimer e Adorno il prodotto di un’“industria culturale” tesa al mantenimento di una supremazia che sopprime sul nascere ogni tendenza emancipatrice.

Il carattere repressivo della razionalità dominante nella società industriale fu sottolineato anche da Marcuse (Eros e civiltà, 1955). Tuttavia, a differenza di Horkheimer e Adorno, Marcuse concepì la possibilità utopica di una liberazione, ottenuta in virtù della sublimazione dell’eros. Nel periodo giovanile a Francoforte anche Habermas, facendo riferimento alle strutture pubbliche dominanti, indicò chiaramente i momenti repressivi della ragione; tuttavia, egli sottolineò le possibilità di emancipazione dell’uomo insite nella stessa ragione, più propriamente nel suo aspetto linguistico: il progetto dell’Illuminismo, secondo Habermas, non è fallito, bensì soltanto incompiuto.



Theodor Wiesengrund Adorno

Herbert Marcuse