PERCORSI
   . : pagina iniziale  . : Greca  . : percorsi  . : filosofi  . : appunti  . : interviste  . : elenco  



DIALETTICI E ANTIDIALETTICI





Gerberto

Le condizioni politiche del X secolo, soprattutto la dissoluzione dell'impero carolingio, arrestarono quasi interamente la ripresa intellettuale dell'Occidente. Ristabilita l'unità dell'impero con Ottone il Grande, il movimento della cultura riprende.

In questo periodo compare una grande figura di erudito e di maestro, GERBERT0. Gerberto si formò nella scuola di Aurillac. Dal 972 fu maestro nella scuola di Reims, nel 982 divenne abate di Bobbio; nel 991 arcivescovo di Reims; nel 998 arcivescovo di Ravenna; nel 999 papa col nome di Silvestro II. Morì nel 1003. Gerberto si occupò di tutte le scienze, ma soprattutto eccelse nella meccanica e nella matematica. Gli si attribuisce l'invenzione di un orologio e di una specie di sirena a vapor d'acqua. Per spiegare la sua straordinaria erudizione un antico cronista, Vincenzo de Beauvais (Speculum historiale, XXIV, 98), racconta che egli fece un lungo soggiorno in Spagna, paese dei negromanti. Qui avrebbe amato la figlia di uno di questi dottori diabolici e avrebbe in seguito rubato i suoi libri. Il negromante, avvertito dalle costellazioni celesti, si sarebbe messo all'inseguimento del ladro; ma questi, profittando dei ragguagli che gli astri stessi gli comunicavano, avrebbe potuto sottrarsi ad ogni ricerca nascondendosi durante una notte sotto la volta di un ponte crollato. Il diavolo in persona sarebbe poi venuto a cercarlo e lo avrebbe trasportato al di sopra del mare, affinché un giorno uno dei suoi adepti potesse salire la cattedra del principe degli apostoli. Probabilmente questo racconto favoloso cela la realtà di un viaggio di Gerberto in Spagna e della derivazione araba di una buona parte della sua cultura.

Gerberto ha scritto commenti alla Isagoge di Porfirio, alle Categorie e al De interpretatione di Aristotele e ai Commentari logici di Boezio. Il suo scritto De rationali et ratione uti, una questione che egli disputò a Ravenna con OTRICO alla presenza di Ottone II, si propone di vedere che cosa significhi «fare uso della ragione». La questione si presenta a prima vista di natura logico-grammaticale; ma la soluzione di Gerberto la porta su di un piano metafisico. È regola fondamentale della logica aristotelica che il predicato sia più universale del soggetto: per esempio nella proposizione «Socrate è mortale», il predicato «mortale» è più universale del soggetto, perché può riferirsi a molti altri esseri, oltre Socrate. Ma nell'espressione che ricorre in S. Agostino (De ord., II, 12, 35): rationale, id est quod ratione utitur, il predicato «ratione utitur» è più ristretto del soggetto «rationale» perché non sempre chi è razionale si serve effettivamente della ragione. Tale è la difficoltà dalla quale prende lo spunto la questione. Per risolverla, Gerberto distingue le sostanze necessarie ed eterne e quelle mutevoli e caduche. Le prime sono soprassensibili, conoscibili solo con la ragione e sempre in atto. Le altre sono sensibili e naturali, soggette al mutamento e quindi alla generazione e alla corruzione. Ora poiché le sostanze del primo tipo sono sempre in atto, l'essere razionale e il servirsi della ragione coincidono in esse completamente; giacché sono razionali proprio nel senso che la loro ragione è sempre in atto, cioè che sempre se ne servono. Diversa è la cosa per le sostanze del secondo tipo. Nell'anima, che è unita al corpo, la razionalità non è in atto ma in potenza e passa dalla potenza all'atto proprio quando si dice che l'anima «si serve della ragione». Da ciò segue che per l'anima il servirsi della ragione non è un predicato necessario, come per le sostanze soprassensibili che sono ragione in atto; ma un attributo accidentale, che può seguire o non seguire alla razionalità potenziale dell'anima stessa. Gerberto utilizzava così i concetti aristotelici di potenza e di atto per giungere ad una distinzione tra sostanze razionali pure e sostanze razionali sensibili che è di grande interesse per l'ulteriore sviluppo della metafisica scolastica.


Dialettici e antidialettici


La seconda metà del secolo XI ed il secolo XII sono in Occidente un periodo di fioritura intellettuale. La cultura cessa di essere il patrimonio delle abazie e l'insegnamento tende a organizzarsi nella forma che prenderà nel secolo XIII con le Università. Questo periodo rappresenta la prima vera età della Scolastica che giunge alla consapevolezza del suo problema fondamentale: intendere e giustificare le credenze della fede. Alcuni credono di trovare la soluzione del problema affidandosi alla ragione e alla scienza che sembra più propria di essa, la dialettica; altri diffidano della dialettica e si appellano all'autorità dei santi e dei profeti, limitando il compito della ricerca filosofica alla difesa delle dottrine rivelate. Di qui la polemica tra dialettici e teologi, che occupa l'XI secolo. In realtà anche i più ostili alla dialettica, anche gli assertori più rigorosi della superiorità della fede, non tralasciano la ricerca, propriamente scolastica, della via migliore per condurre l'uomo all'intelligenza della verità rivelata.

Fra i dialettici spicca la figura di BERENGARIO DI TOURS. Formatosi nel chiostro di Saint-Martin, Berengario fu in seguito alla scuola di Chartres, che era diretta da FULBERTO, di cui fu scolaro. Sdegnando le altre arti liberali si dedicò alla dialettica e ben presto si divertì a raccogliere negli scritti dei filosofi argomenti contro la fede dei semplici. Si racconta che Fulberto sul letto di morte abbia detto che Berengario era un diavolo inviato dagli abissi per sedurre e corrompere i popoli. Il suo successo di maestro tuttavia fu grande. Nel 1040 divenne arcidiacono di Angers. Morì nel 1088. Berengario pone la ragione al di sopra dell'autorità ed esalta la dialettica al di sopra di tutte le scienze. Fondandosi su S. Agostino, considera la dialettica l'arte delle arti, la scienza delle scienze. Ricorrere alla dialettica significa ricorrere alla ragione; e chi non ricorre alla ragione, per la quale l'uomo è immagine di Dio, abbandona la sua dignità e non rinnova in sé di giorno in giorno l'immagine divina (De sacra coena, ed. Vischer, p. 100). La più famosa delle polemiche di Berengario è quella intorno all'Eucaristia che egli sostenne con Lanfranco e alla quale è dedicato il suo scritto De sacra coena adversus Lanfrancum.

Berengario tiene fermo il principio aristotelico che gli accidenti o qualità di una cosa non possono sussistere senza la sostanza della cosa stessa. Ora nel sacramento dell'Eucaristia gli accidenti del pane e del vino rimangono: la sostanza non può essere quindi andata distrutta e il pane e il vino devono rimanere tali anche dopo la consacrazione. Questa aggiunge alla sostanza del pane e del vino un corpo intellegibile, che è il corpo di Cristo. Tale dottrina veniva a impugnare la definizione dogmatica dell'Eucaristia, la quale afferma la trasformazione della sostanza del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo; e suscitò violente polemiche. La dottrina di Berengario fu condannata dalla Chiesa.

Il più notevole avversario di Berengario fu LANFRANCO di Pavia, nato nel 1010, allievo della scuola di Bologna, giù allora fiorente. Lanfranco, dotato di spirito avventuroso ed entusiastico, percorse la Borgogna e la Francia e si fermò in Normandia. Lì divenne monaco nell'abbazia di Bec, che per suo merito divenne famosa. Nel 1070, divenne arcivescovo di Canterhury; morì nel 1089. Lanfranco è un avversario della dialettica la quale è, a suo modo di vedere, completamente incapace di portare l'uomo alla comprensione dei misteri divini. Egli dichiara energicamente che preferisce sentir discutere intorno ai misteri della fede con sacre autorità piuttosto che con ragioni dialettiche (De corp. et sang. Dom., 7). «Chi vive della fede, egli dice, non cerca di scrutarla con l'argomentazione e di concepirla con la ragione; preferisce prestar fede ai misteri celesti piuttosto che affaticarsi vanamente, mettendo in disparte la fede, a comprendere ciò che non può essere compreso». Ma nonostante queste affermazioni, Lanfranco fu egli stesso un dialettico. Se la dialettica, abbandonata a sé, fallisce nel campo dei misteri della fede, guidata e sorretta dalla fede può rendere utili servigi alla fede stessa. In questo spirito egli commentò le lettere di S. Paolo come ci è testimoniato da Sigberto di Gembloux (De script. eccles., c. 155, in Patr. Lat., 160°, 582 c.): «Lanfranco, dialettico e arcivescovo di Canterbury, espose le lettere dell'apostolo Paolo: ed ovunque se ne presentò l'opportunità presentò le sue tesi, i suoi argomenti e le sue conclusioni secondo le regole della dialettica». Si può dire che nel rapporto tra la ragione e la fede, Lanfranco abbia assunto lo stesso atteggiamento che fu poi proprio del suo grande discepolo, Anselmo d'Aosta.

Contro i dialettici polemizza PIER DAMIANI, nato nel 1007 a Ravenna. Nel 1035 si ritirò in eremitaggio a Fonte Avellana e di lì fu chiamato nel 1057 per essere consacrato vescovo cardinale di Aosta. Morì a Faenza nel 1072. La maggior parte dell'opera di Pier Damiani è dedicata all'ascesi monastica e a questioni ecclesiastiche. Il suo atteggiamento di fronte alla dialettica e alle scienze mondane è fissato nello scritto composto nel 1067, De divina omnipotentia. «Spesso, egli dice, la divina virtù distrugge i sillogismi armati dei dialettici e le loro sottigliezze e confonde gli argomenti che sono stati dai filosofi giudicati necessari e inevitabili» (De div. omnip., 10). Perciò la dialettica, e in generale ogni arte o perizia umana, non deve assumersi arrogantemente il compito principale ma deve seguire l'insegnamento delle Sacre Scritture «come una serva la sua padrona, con il debito ossequio» (velut ancilla dominae quodam famulatus ossequio.).

La tesi tipica di Pier Damiani è l'assoluta superiorità dell'onnipotenza divina nei confronti della natura e della storia. Poiché le leggi sono date alla natura da Dio, le cose naturali obbediscono alle loro leggi finché Dio lo vuole; ma, quando egli non vuole, dimenticano la loro natura ed obbediscono a lui. L'onnipotenza divina non trova un limite neppure nel passato: giacché Dio può fare che le cose accadute non siano accadute: per quanto il può (al tempo presente) si riferisce alla volontà di Dio che è eterna quindi fuori del tempo; e noi dovremmo piuttosto dire che poteva non farle accadere.

A molti degli stessi Scolastici considerazioni simili sembrarono implicare la tesi della superiorità dell'onnipotenza divina rispetto allo stesso principio di contraddizione: quella tesi si può esprimere infatti dicendo che Dio può fare che non siano accadute le cose accadute. Comunque, Pier Damiani si serviva della tesi dell'onnipotenza divina per togliere validità autonoma all'intero mondo della natura e dell'uomo; ed anche nel campo politico (come ci testimoniano le considerazioni svolte nella sua Disceptatio sinodalis) la sua preoccupazione dominante era quella di togliere all'imperatore ogni dignità di potenza autonoma e di considerarlo come un semplice delegato del papa.