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IL SEICENTO
Se ci addentriamo nel 1600 , il secolo
della matematica , scopriamo che le più importanti tematiche dibattute sono tre:
Rapporto tra res
cogitans e res extensa:
Cartesio arriva alla certezza di esistere dal cogito ergo sum : se nutro dei
dubbi vuol dire che penso e se penso vuol dire che esisto ; egli però conclude
di esiste esclusivamente come sostanza pensante , come pensiero : arrivato alla
conclusione di esistere proprio perchè dotato di pensiero , egli fa un passo
avanti dicendo di esistere solo come pensiero ; la realtà pensante e spirituale
( res cogitans ) risulta quindi radicalmente separata dalla materia ( res
extensa ) , riconducibile ad estensione e movimento ; se però sono due realtà
incompatibili e nettamente diverse , come dice appunto Cartesio , come mai
quando decido con il pensiero di muovere un braccio esso si muove effettivamente
in termini fisici ? Cio deve essere un rapporto tra res extensa e res cogitans e
le spiegazioni fornite da Cartesio , più che risolvere il problema , tendono ad
ampliarlo ulteriormente.
Cogito ergo sum
A) «Penso, dunque sono»: è il fondamento inconcusso del metodo di Cartesio e il principio primo del suo pensiero. Queste le parole del filosofo, al culmine del processo dubitativo iperbolico: «Mentre volevo pur pensare che tutto fosse falso, bisognava necessariamente che io, che così pensavo, fossi qualche cosa. E osservando che questa verità "Penso, dunque sono" era così ferma e salda che tutte le più stravaganti ipotesi degli scettici non erano capaci di scuoterla, giudicai che potevo accettarla senza scrupolo come il primo principio della filosofia da me cercato». La proposizione cogito ergo sum è assolutamente vera: è una certezza incrollabile, la prima e irrinunciabile, perché relativa alla propria esistenza che, in quanto pensante, si rivela chiara e distinta.
Cartesio ha ripreso il dubbio e il cogito dal si fallor, sum («se erro, sono») di Agostino, conferendogli però un peso teoretico differente. Mentre in Agostino rivela in ultima analisi Dio, in Cartesio il cogito rivela l'uomo, le esigenze che devono contraddistinguere il suo pensiero e le sue acquisizioni intellettuali. In Agostino il cogito si acquieta in Dio, suo fondamento; in Cartesio, invece, rivelandosi chiaro e distinto, il cogito rende problematico tutto il resto, in quanto, una volta acquisita la verità della propria esistenza, bisogna muoversi alla conquista del reale diverso dal nostro io, perseguendo i caratteri della chiarezza e della distinzione.
B) Agli occhi di Vico, il cogito ergo sum non rappresenta la verità fondamentale con cui tacitare lo scetticismo radicale. Cartesio perviene alla coscienza (alla certezza psicologica) dell'esistenza, non alla scienza. La coscienza si identifica con l'avvertenza e l'accettazione del fatto, la scienza invece con le cause e gli elementi costitutivi del fatto. Ora, il cogito svela e attesta l'esistenza del pensiero e quindi la coscienza di esso, ma non le sue cause, quindi non porta alla scienza.
Innatismo ed empirismo , una questione gnoseologica:
l' innatismo consiste nel dire che la conoscenza , almeno in parte , non si
fonda sull' esperienza , ma é qualcosa di innato , di cui disponiamo già quando
nasciamo ; di questo parere era stato Platone stesso e nel 1600 si fa portavoce
di queste teorie , ad esempio , il tedesco Leibniz ; l' empirismo consiste
invece nel ricondurre ogni conoscenza all' esperienza , secondo la tradizionale
formula nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu ; secondo gli
empiristi quando nasciamo la nostra mente é una tabula rasa , priva di
conoscenze , che va riempita con le esperienze di ogni giorno ; Aristotele la
pensava esattamente così e nel 1600 , ad esempio , l' inglese Locke si farà
portavoce di questa teoria .
Idea
A) Per idea Cartesio intende ogni atto mentale di cui l'io ha percezione immediata, e distingue tre tipi: a) idee innate, che nascono insieme alla coscienza; b) idee avventizie, che vengono dal di fuori dell'io e rinviano a cose del tutto diverse da esso; e e) idee fattizie o costruite dall'io stesso. Le tre classi di idee non sono differenti sotto il profilo della loro realtà soggettiva, sono però profondamente differenti sotto il profilo contenutistico. Il problema dell'oggettività conoscitiva si pone solo per i primi due tipi, e la garanzia di questa oggettività è in ultima analisi l'idea di Dio, nel quale essenza (idea) ed esistenza coincidono.
La scelta cartesiana del termine «idea» per indicare un semplice contenuto della mente e del pensiero umano segna la totale dimenticanza dell'antica problematica metafisica dell'Idea e l'avvento di una mentalità completamente nuova, che Locke contribuirà a imporre definitivamente.
B) Secondo Malebranche, noi conosciamo solo idee, perché solo esse sono visibili alla nostra mente per se stesse, mentre gli oggetti che esse rappresentano restano invisibili allo spirito. Tutte le cose che vediamo sono idee e solo idee, e le vediamo propriamente tutte in Dio.
C) In Spinoza l'idea, lungi dall'essere una prerogativa della sola mente umana, ha (come l'attributo di cui è modo) le sue radici nell'essenza di Dio, il quale ha non solo l'idea di sé, ma anche l'idea di tutte le cose che da Lui necessariamente procedono. Ciò fa sì che nella mente umana possano esserci idee vere: «Ogni idea, che in noi è assoluta, ossia adeguata e perfetta, è vera. Quando diciamo che un'idea adeguata e perfetta è data in noi, non diciamo altro se non che un'idea adeguata e perfetta è data in Dio, in quanto egli costituisce l'essenza della nostra mente; e conseguentemente non diciamo altro se non che tale idea è vera».
D) La curvatura empiristica del termine «idea» avviene con Locke: «Designo con la parola idea qualunque cosa la mente percepisca in se stessa, o l'oggetto immediato della percezione, del pensiero o dell'intelletto, e chiamo qualità di un oggetto il potere insito in esso di produrre una certa idea nella nostra mente». A differenza di Cartesio, però, Locke non ammette le idee innate: per lui le idee, e quindi ogni conoscenza, derivano sempre e soltanto dall'esperienza. Le idee possono essere innanzitutto semplici o complesse. a) Le idee semplici, a seconda che l'esperienza sia esterna o interna, si dividono in: idee di sensazione, siano esse date da un unico senso (colori, suoni e sapori) o da più sensi (estensione, figura, movimento e immobilità); idee di riflessione (percezione e volizione, o piacere, dolore, forza ecc.). b) Le idee complesse, che sorgono grazie al potere della nostra mente di combinare fra loro le idee semplici, sono di tre tipi: idee di modi, di sostanze, di relazioni (per l'intera suddivisione delle idee in Locke).
E) In Berkeley, tutte le nostre idee sono sensazioni o operazioni della mente sulle sensazioni. Esistono solo menti; fuori dalle menti non c'è nulla; nelle menti ci sono le idee, che si riducono a sensazioni. In ultima analisi, è Dio stesso a suscitare in noi le idee secondo regole fisse.
F) Per Hume, le idee sono percezioni che derivano dalle impressioni, da cui differiscono soltanto per minore vivacità. Le idee semplici corrispondono esattamente alle impressioni semplici, mentre le idee complesse non corrispondono esattamente alle impressioni complesse. Il principio humeano «tutte le idee semplici procedono mediatamente oppure immediatamente dalle loro impressioni corrispondenti» tronca in maniera definitiva la questione delle idee innate.
Dibattito politico:
tante sono le posizioni e tanti gli esponenti , influenzati dal contesto storico
in cui vivono : vi sarà chi sosterrà tesi liberali , come Locke , chi propugnerà
tesi monarchiche , come Hobbes , e così via .
Politica
A) La concezione politica di Hobbes, la più radicale teorizzazione dello Stato assolutistico, ruota attorno a due cardini: a) l'egoismo dei singoli derivante dall'istinto di autoconservazione, b) il convenzionalismo dei valori che guidano le comunità umane (non esiste una giustizia naturale, né ci sono valori assoluti).
Questa visione costituisce così il rovesciamento più radicale della classica posizione aristotelica. Lo Stagirita sosteneva che l'uomo è animale politico, per sua stessa natura fatto per vivere con gli altri in una società politicamente strutturata; egli assimilava inoltre questa politicità dell'uomo con lo stato proprio di altri animali, quali api e formiche, che, desiderando e fuggendo le stesse cose e dirigendo le loro azioni a fini comuni, si aggregano spontaneamente.
Hobbes contesta la proposizione aristotelica e il paragone: ogni uomo, per lui, è profondamente diverso e staccato dagli altri, è un atomo di egoismo. Ogni uomo non è affatto legato agli altri uomini da un consenso spontaneo come quello degli animali, che si basa su un appetito naturale. La condizione in cui gli uomini naturalmente si trovano è quella della guerra di tutti contro tutti. Ciascuno tende ad appropriarsi di tutto ciò che serve alla propria sopravvivenza e conservazione. E poiché ciascuno ha diritto su tutto, e non c'è limite posto da natura, ne nasce l'inevitabile sopraffazione degli uni sugli altri. In questo contesto Hobbes usa la frase di Plauto homo homini lupus, «l'uomo è un lupo per l'uomo», che vuol essere un puro rilievo di struttura, indicante una situazione a cui si deve porre rimedio. Da questa condizione l'uomo esce facendo leva su due elementi basilari: a) su alcuni istinti (il desiderio di evitare la guerra continua, per avere salva la vita, e il bisogno di procacciarsi ciò che è necessario alla sussistenza); e b) sulla ragione (intesa non tanto come valore in sé, quanto come strumento atto a realizzare quei desideri di fondo).
Da qui derivano le «leggi di natura», le quali però non bastano ancora di per sé a costituire la società, in quanto occorre anche un potere che costringa a rispettarle.
Di conseguenza, secondo Hobbes, occorre che tutti gli uomini deputino un unico uomo (o un'assemblea) a rappresentarli.
Il «patto sociale» non è dunque stretto dai sudditi con il sovrano, bensì dai sudditi tra loro (del tutto diverso sarà il patto sociale di Rousseau).
Il sovrano resta fuori del patto, e rimane l'unico depositario delle rinunce dei diritti dei sudditi, e, dunque, unico a mantenere tutti gli originari diritti. Se anche il sovrano entrasse nel patto, non si eliminerebbero le guerre civili, perché nascerebbero presto contrasti vari nella gestione del potere. Il potere del sovrano (o dell'assemblea) è indiviso e assoluto. Una volta ricevuti nelle sue mani tutti i diritti dei cittadini, il sovrano li detiene irrevocabilmente. Egli è al di sopra della giustizia, può intervenire anche in materia di opinione, giudicare, approvare o proibire determinate idee. Tutti i poteri debbono concentrarsi nelle sue mani. La stessa Chiesa dev'essergli soggetta..
B) Per Locke, invece, il fondamento della genesi dello Stato è la ragione, e non, come in Hobbes, l'istinto selvaggio. Riunendosi in una società, i cittadini rinunciano al solo diritto di difendersi ciascuno per conto proprio, e con ciò non indeboliscono, anzi rafforzano gli altri diritti. Lo Stato ha il potere di fare le leggi (potere legislativo), di imporle e di farle eseguire (potere esecutivo).
I limiti del potere dello Stato sono stabiliti dagli stessi diritti dei cittadini per la difesa dei quali esso è nato. Pertanto, i cittadini mantengono il diritto di ribellarsi al potere statale, quando questo operi contrariamente alle finalità per cui è nato. I governanti restano sempre soggetti al giudizio del popolo.
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