Socrate e la memoria fisionomica


Sulla base di copie di età romana è possibile ricostruire due ritratti di Socrate che si distinguono chiaramente l’uno dall’altro: il primo si lascia datare stilisticamente alla prima metà del IV secolo, il secondo è piú recente di almeno una generazione. Ambedue i prototipi ai quali si riferiscono le copie vanno sicuramente localizzati ad Atene: nel IV secolo Socrate era una celebrità esclusivamente locale e non è possibile che statue-ritratto della sua persona siano state erette altrove che nella sua città.

Abbiamo un’unica menzione letteraria di una statua-ritratto di Socrate: Diogene Laerzio afferma che gli Ateniesi, subito dopo la morte di Socrate, si pentirono di averlo condannato, e in segno di riabilitazione gli dedicarono una statua onoraria in bronzo, eseguita dallo scultore Lisippo. La notizia sembra attendibile, ma con una modifica cronologica. Nei discorsi di Eschine e di Iperide, databili dopo la metà del secolo, la condanna a morte di Socrate viene accettata come un dato di fatto o addirittura esplicitamente approvata: manca il benché minimo accenno di critica. Sembra quindi oltremodo poco probabile che gli Ateniesi si siano pentiti «subito» dopo il 399. Del resto per un abbassamento della data depone anche l’attribuzione della statua a Lisippo, scultore la cui prima opera databile risale agli anni 360, ma che è stato attivo soprattutto nella seconda metà del secolo. Tutto questo porta a ritenere che il pentimento degli Ateniesi sia avvenuto piuttosto tardi, in ogni caso non prima della metà del secolo: e questo quadra abbastanza bene con la datazione stilistica del ritratto piú recente.

Rimane da vedere però quale funzione possa aver avuto il ritratto più antico, il quale deve essere anteriore alla riabilitazione ufficiale. Questo ritratto venne dedicato a un individuo condannato a morte dopo un regolare processo, e quindi – fino a prova contraria – da considerare come un criminale: un tale ritratto non può aver avuto origine che da un’iniziativa privata, e piú o meno privato deve essere stato anche il luogo in cui la statua fu eretta. Evidentemente il ritratto deve essere stato commissionato da seguaci di Socrate: ma costoro dopo la morte del maestro si erano in un primo momento tutti dispersi. Essi tornarono a costituirsi come gruppo organizzato verso la metà degli anni 380, quando Platone, tornato ad Atene da un lungo viaggio nell’Italia meridionale, fondò l’Accademia: nominalmente un’associazione dedicata al culto delle Muse, ma in effetti una scuola filosofica, animata dalla volontà di rinnovare la tradizione del pensiero socratico. Sembra ovvio che di questa intenzione una statua-ritratto del maestro ingiustamente condannato, da erigere nell’ambito stesso della scuola, poteva costituire il segno piú tangibile: e del resto non si vede bene chi altro, se non i membri dell’Accademia, avrebbe potuto commissionare un ritratto del genere.

Sia il primo che il secondo ritratto rappresentano una persona tutt’altro che bella. Effettivamente la bruttezza di Socrate deve essere stata vistosa. Secondo un aneddoto riferito dalla tradizione letteraria un tale Zopiro, che si diceva esperto in fisiognomonia, un giorno incontrò Socrate e senza conoscerlo, basandosi esclusivamente sul suo aspetto, gli diagnosticò un pessimo carattere, suscitando grande ilarità fra i presenti; Socrate invece lo consolò, ammettendo di possedere effettivamente tutti i vizi che Zopiro gli aveva attribuito: di averli però vinti per mezzo della ragione. L’episodio va situato in un orizzonte culturale dove la bellezza – anche e soprattutto maschile – era oggetto di particolare attenzione e dove qualità estetiche ed etiche venivano considerate come strettamente legate fra di loro; in un orizzonte come questo è molto probabile che l’opinione di Zopiro fosse pochissimo originale, e che buona parte dei contemporanei fosse disposta a considerare Socrate, uomo brutto, come un soggetto tutt’altro che raccomandabile.

Questa bruttezza del filosofo è del resto oggetto di scherzi anche negli scritti dei suoi allievi. Nel Simposio di Senofonte, ad esempio, Socrate afferma di essere molto piú bello del suo interlocutore, Critobulo; impossibile, risponde questi esterrefatto: «altrimenti io dovrei essere il piú brutto di tutti i sileni del dramma satiresco». Ne segue una disputa, in cui Critobulo per prima cosa è costretto ad ammettere che bello è tutto ciò che è funzionale; e in questo caso naturalmente gli occhi sporgenti di Socrate, che riescono a vedere anche di traverso, saranno molto piú belli dei suoi; lo stesso vale per il naso, gli spiega Socrate: «infatti le tue narici guardano a terra, mentre le mie sono ben spalancate, per captare gli odori da tutte le direzioni»; ma come, obietta Critobulo: che forse un naso tutto rincagnato sarebbe da preferirsi a uno ben diritto? Certamente, risponde Socrate, «in quanto non crea ostacoli e lascia che gli occhi guardino dovunque vogliano: mentre invece il naso retto si erge fra di essi come un muro invalicabile»; quanto alla bocca, Critobulo si arrende: «poiché se è fatta per mordere, i morsi tuoi senza dubbio sono piú grandi dei miei; e con le labbra cosí carnose, anche il tuo bacio sarà piú morbido del mio». Socrate conclude la discussione con un ultimo argomento, non piú funzionale bensí teologico, citando la propria somiglianza con i sileni, progenie divina. La questione, chi dei due sia il piú bello, viene quindi messa ai voti e Critobulo – con moderata indignazione di Socrate – viene unanimemente dichiarato vincitore.

Il testo di Senofonte mette in risalto gli occhi sporgenti, il naso piatto e rincagnato, la bocca grande con le labbra tumide: ne emerge una fisionomia abbastanza precisa, che a due riprese viene esplicitamente confrontata con quella di un sileno. Questa descrizione trova puntuale conferma in due passi platonici, nel Simposio e nel Teeteto. A prima vista il caso è lampante: le testimonianze letterarie costituiscono il riflesso di esperienze personali e dirette; se vogliamo sapere qual era veramente l’aspetto di Socrate, esse ci forniscono esattamente le informazioni che cerchiamo; a queste stesse informazioni del resto avrà fatto ricorso anche l’artefice del primo ritratto di Socrate, eseguito quando Socrate era morto ormai da molti anni. Ma in effetti il caso forse è meno lampante di quanto non sembri. Infatti le testimonianze di Senofonte e di Platone sono anch’esse non solo posteriori alla morte del maestro, ma anche alla fondazione dell’Accademia: posteriori probabilmente quindi anche al ritratto. E dopo tutto potrebbe essere stato proprio questo ritratto a promuovere o almeno a influenzare le descrizioni letterarie che abbiamo citato; nel qual caso il rapporto risulterebbe rovesciato: non sarebbe il ritratto a dipendere dalle descrizioni, ma viceversa le descrizioni letterarie a dipendere dal ritratto.

Forse il problema risulta piú chiaro se tentiamo di porci concretamente nella situazione dello scultore incaricato dell’esecuzione del ritratto. Socrate è morto da molti anni; su che cosa può basarsi l’artista? Sui suoi ricordi personali? Non è molto probabile che ne abbia, e in ogni caso saranno vaghi e nebulosi. Sui ricordi degli amici e allievi dello scomparso? Percezioni visive e soprattutto fisionomiche sono facili da memorizzare a breve scadenza: col tempo esse tendono fatalmente a offuscarsi e a svanire. Ma anche se un’immagine mentale si conservasse nitida e fresca, essa sarebbe difficilmente comunicabile: informazioni visive definitivamente non si prestano ad essere comunicate attraverso un codice linguistico. Tutto sommato sembra difficilmente concepibile che impressioni visive personali, impresse nella memoria, possano aver costituito il fondamento per l’esecuzione del ritratto del quale possediamo le copie. Esso molto piú probabilmente si sarà basato su aneddoti e luoghi comuni: ambedue facili da memorizzare e da comunicare verbalmente.
L’artista avrà saputo della bruttezza di Socrate e della sua leggendaria somiglianza a un sileno. Ma fra Socrate e Sileno vi sono delle affinità che vanno ben oltre l’aspetto poco avvenente. Sileno è una figura mitologica quanto mai ambivalente: da un lato si tratta di un essere villoso e ridicolo, selvatico e intemperante, cui sono estranee le norme del vivere civile; ma allo stesso tempo Sileno è un demone maestro di saggezza, affettuoso e benefico, cui viene affidata fra l’altro l’educazione del piccolo Dioniso: e proprio in questa funzione, con il divino infante in braccio, lo vediamo raffigurato in una statuetta di terracotta degli inizi del IV secolo. Altrettanto ambivalente è anche Socrate: filosofo dedito all’educazione dei giovani (quindi pedagogo, come Sileno), amatissimo dai suoi allievi ma ripudiato dalla città, individuo affascinante e bruttissimo, il piú saggio degli uomini (a detta dell’oracolo di Delfi), eppure bastian contrario e pietra dello scandalo fino alla fine dei suoi giorni.

Le affinità sono troppo specifiche per essere casuali. La figura di Sileno evidentemente è stata usata come similitudine per caratterizzare il personaggio di Socrate proprio nel suo carattere contraddittorio. Il confronto fra Socrate e Sileno costituisce uno dei nuclei piú antichi della leggenda di Socrate e risale molto probabilmente all’epoca in cui il filosofo era ancora in vita: i contemporanei avranno parlato di Socrate-Sileno cosí come avevano parlato di Pericle-Testa-di-Cipolla. Le affinità fra Socrate e Sileno sono del resto tali e tante, che non era affatto necessaria una somiglianza fisionomica vistosa perché il confronto potesse prender piede e diventare un luogo comune: anche una somiglianza vaga avrebbe costituito un appiglio piú che sufficiente. Dopo la morte di Socrate il ricordo delle sue fattezze reali avrà cominciato a sbiadire: non cosí l’immagine di Sileno, la cui tipologia era perfettamente definita attraverso innumerevoli rappresentazioni.

Era praticamente inevitabile che questa immagine precisa e marcata prendesse il sopravvento su quella che si andava dissolvendo in un processo di lenta ma continua erosione mnemonica, e che Socrate nel ricordo e nei racconti acquistasse sempre piú chiaramente i connotati del suo alter ego mitologico. Ai connotati di questa immagine leggendaria, e non di Socrate come persona reale, si è rifatto evidentemente anche lo scultore del ritratto: alla corrente iconografia silenica corrispondono il cranio sferico e calvo, le proporzioni del viso largo e schiacciato, il naso rincagnato nonché l’attaccatura insolitamente alta delle orecchie. Pare sintomatico il fatto che lo scultore non abbia affatto mitigato, ma anzi reso il piú possibile vistosa la bruttezza di Socrate: essa assume con questo un carattere sottilmente sovversivo, perfettamente consono al carattere polemico e protestatario che la statua-ritratto, dedicata a un individuo processato, condannato a morte e giustiziato come un criminale, deve necessariamente aver avuto agli occhi di tutti i contemporanei benpensanti.

L’equazione fra Socrate e Sileno pone radicalmente in questione l’ideale corrente di uno stretto e inscindibile legame fra bellezza fisica e perfezione morale: un ideale che aveva trovato la sua perfetta espressione nel ritratto di Pericle, e che naturalmente aveva costituito la premessa anche di una diagnosi fisiognomica come quella di Zopiro. La prova piú lampante che tale polemica e protesta abbia infine avuto successo è costituita dal secondo ritratto, finanziato a spese pubbliche e commissionato a Lisippo, uno degli scultori piú famosi dell’epoca.

Lisippo non era ateniese, e la figura del filosofo, scomparso da due generazioni, gli sarà stata completamente estranea: per quanto riguarda la fisionomia, il suo modello non poteva essere altro che il primo ritratto. A questo modello egli si è strettamente attenuto, anche se ne ha leggermente mitigato l’aspetto silenico: il naso ha acquistato un aspetto pressoché normale e tutto il viso, incorniciato da copiosi capelli, ha perso almeno una parte del suo aspetto provocatorio. Ciononostante, la sua bruttezza rimane inconfondibile; e che una statua onoraria potesse assumere quest’aspetto, senza che ciò costituisse piú oggetto di scandalo, è di per sé indice del fatto che le norme estetiche erano diventate assai piú elastiche di una volta.

Mentre del primo ritratto conosciamo solo la testa, del secondo possediamo anche una copia di tutta la figura. Il filosofo era rappresentato in piedi, con la testa volta a destra e leggermente inclinata, come per scrutare un immaginario interlocutore; ambedue le mani sono colte in un gesto transitorio e casuale: la destra gioca, quasi involontariamente, con una piega del mantello, mentre la sinistra ne trattiene energicamente un lembo che ricade dalla spalla. Se confrontiamo questa figura con una statua onoraria, pressoché coeva, dedicata a Sofocle, vediamo immediatamente che essa ha un carattere del tutto diverso; in compenso essa trova un confronto quanto mai preciso in un genere artistico dalle pretese assai piú modeste: nei rilievi sepolcrali. Lisippo – e in questo si direbbe che consista una delle novità di quest’opera – ha cercato di evitare qualsiasi atteggiamento aulico e ufficiale, conferendo alla figura un aspetto il piú possibile autentico e quotidiano: la statua, invece di innalzare il filosofo facendolo oggetto di rispettosa ammirazione, ce lo presenta come un cittadino qualsiasi.