PERCORSI
   . : pagina iniziale  . : Greca  . : percorsi  . : filosofi  . : appunti  . : interviste  . : elenco  

Secondo Aristotele i principi della natura sono ricavabili dalla ragione e non dalla natura stessa attraverso l'esperienza sensibile. Secondo Telesio invece, le indicazioni dei sensi consentono di ricavare dai fenomeni i principi stessi che li regolano.


BERNARDINO TELESIO

L'INDAGINE DELLA NATURA SECONDO I PROPRI PRINCIPI


La vita e le opere

Bernardino Telesio nacque nel 1509 a Cosenza. Ricevette inizialmente una solida educazione umanistica dallo zio Antonio Telesio, che era un uomo di lettere. Seguì lo zio a Milano e successivamente a Roma, dove, nel 1527, fu fatto prigioniero dalle soldatesche, in occasione del noto «sacco di Roma», e fu liberato per l'intervento di un concittadino, dopo due mesi di prigionia. Si recò quindi a Padova, dove erano ancora vivi i dibattiti su Aristotele, e dove studiò filosofia e scienze naturali (forse medicina in particolare) e si laureò nel 1535.
Dopo la laurea, Telesio soggiornò, irrequieto, in varie città d'Italia, e pare che per alcuni anni si fosse ritirato, per meditare in solitudine, presso un monastero di frati benedettini (alcuni pensano che il monastero possa essere stato quello di Seminara).
Successivamente, dal 1544 al 1553, Telesio fu ospite dei Carafa, duchi di Nocera. In questo periodo, egli gettò le fondamenta e delineò la struttura del suo sistema, redigendo una prima stesura del suo capolavoro De rerum natura iuxta propria principia.
Dal 1553 Telesio si stabilì a Cosenza, dove rimase fino al 1563. Passò quindi a Roma e a Napoli, ma ritornò a Cosenza più volte, e qui morì nel 1588. Telesio pubblicò i primi due libri del De rerum natura nel 1565, dopo molte incertezze e non senza aver consultato a Brescia il maggior esponente dell'Aristotelismo dell'epoca, Vincenzo Maggi. L'esito positivo del confronto con Maggi, che per molti aspetti doveva essere considerato come l'ideale avversario, convinse Telesio circa l'opportunità della pubblicazione. Ma l'intera opera, in nove libri, uscì solo nel 1586, a motivo delle difficoltà finanziarie del nostro filosofo. Le altre sue opere sono marginali e si limitano alla spiegazione di alcuni fenomeni naturali (Sui terremoti, Sulle comete, Sui vapori, Sul fulmine ecc.).

La fama di Telesio fu notevole, e cominciò prima ancora della pubblicazione delle sue opere. L'Accademia Cosentina, di cui egli fu membro, rappresentò il più attivo centro di diffusione del Telesianesimo. Gli amici potenti e influenti lo protessero dagli attacchi degli Aristotelici, anche se i dibattiti e le polemiche non mancarono.

Fra gli entusiasti dell'opera di Telesio vi fu anche Campanella, che non lo conobbe di persona, ma ne visitò la salma esposta nel duomo di Cosenza, subito dopo la morte. Al «sommo Telesio» Campanella dedicò dei versi, e, in un sonetto pervenutoci, di lui dice, tra l'altro:

Telesio il telo della tua faretra
Uccide dei sofisti in mezzo al campo
Degli ingegni il tiranno senza scampo;
Libertà dolce alla Verità impetra.

E, per molti aspetti, malgrado le apparenze, sarà proprio Campanella l'ideale continuatore di Telesio.

La novità e fecondità della fisica telesiana

Il senso e il valore del pensiero telesiano cambia completamente a seconda della prospettiva in base a cui lo si guarda e lo si interpreta, e di conseguenza varia anche il tipo di esposizione che se ne può dare.
Se lo si considera assumendo come parametro la rivoluzione scientifica che Galileo doveva operare, allora le conclusioni non possono essere se non quelle che già Patrizi traeva (pur basandosi su altri elementi), e cioè che il Telesianesimo «appare essere più una metafisica che non una fisica», contro le dichiarate intenzioni del filosofo.
Se invece lo si guarda nell'ottica del suo tempo, il pensiero di Telesio risulta effettivamente uno dei tentativi più radicali e avanzati di avviare la fisica sulla strada di una rigorosa ricerca autonoma, sganciandola da due tipi di presupposti metafisici:
a) dai presupposti dei maghi rinascimentali legati alla tradizione ermetico-neoplatonica; b) dai presupposti della metafisica aristotelica.

a Circa il primo punto è da rilevare non solo il fatto che sono assenti nel De rerum natura gli interessi e i presupposti magico-ermetici, ma anche che Telesio dice a chiare lettere, con evidenti allusioni, che nella sua opera non si troverà nihil divinum e nihil admiratione dignum. Di comune con le dottrine magiche resta però in Telesio, come vedremo, la convinzione che nella natura tutto è vivo.

b Circa il secondo punto bisogna notare che Aristotele (con i Peripatetici) considerava la fisica come conoscenza teoretica di un particolare genere dell'essere, ossia di quel genere di essere o di sostanza che è soggetto a movimento. Per lo Stagirita, i quadri e i principi della metafisica (scienza dell'essere o della sostanza in generale) costituivano i presupposti necessari per fondare la fisica.

La considerazione della sostanza sensibile aveva pertanto il suo sbocco necessario nella considerazione della sostanza soprasensibile e lo studio della sostanza mobile terminava con la dimostrazione metafisica della sostanza immobile.

Telesio opera un taglio netto con questa impostazione. Non nega né un Dio trascendente né un'anima soprasensibile, ma pone l'uno e l'altra tematicamente fuori della ricerca fisica, e stabilisce così l'autonomia della natura e dei suoi principi, e di conseguenza l'autonomia della ricerca di questi principi.

Telesio opera, in questo modo, quella che è stata denominata la «riduzione naturalistica», appunto proclamando la sostanzialità autonoma della natura. Nicola Abbagnano ha messo bene in luce questo punto, precisando quanto segue: «Questa sostanzialità autonoma della natura è il fondamento di quella che si può chiamare la riduzione naturalistica: cioè dell'esigenza di trovare in tutte le cose e in ognuna di esse il principio esplicativo naturale, escludendo tutti gli altri. La riduzione naturalistica suppone l'autonomia sostanziale della natura, cioè suppone la sua capacità di porsi da sé e di spiegarsi da sé. Il titolo dell'opera di Telesio esprime tutto questo in una felice formula sintetica: De rerum natura iuxta propria principia, che significa: la natura ha in se stessa i principi della propria costituzione e della propria spiegazione. L'uomo, per conoscerli, non deve far altro che far parlare, per così dire, la natura, affidandosi alla rivelazione che essa fa di sé a lui, in quanto è parte di se stessa. L'uomo, infatti, può conoscere la natura solo in quanto è, lui stesso, natura. Di qui deriva la preminenza che la sensibilità possiede come mezzo di conoscenza. L'uomo come natura è sensibilità. La sua capacità di apprendere e di intendere è una capacità che egli possiede come parte o elemento della natura [...]. Telesio è il primo ad affermare così energicamente l'autonomia della natura ed è il primo che abbia cercato di realizzarla fino in fondo con una indagine rigorosa».

In questo senso, si può dire che, sia pure su basi che vedremo essere inadeguate, Telesio fa valere una istanza (l'autonomia della ricerca fisica) destinata a rivelarsi assai feconda.

Ancora un punto merita di essere rilevato. Telesio costruisce una fisica qualitativa; tuttavia intravvede la prospettiva quantitativa, anche se dice di non poter svolgerla. Egli si augura che altri lo possa fare, affinché gli uomini possano diventare non solo scientes, ma anche potentes .

Si tratta di due temi che ritroveremo centrali, rispettivamente, in Galileo e in Bacone. Ancora una volta, ci sembra che Abbagliano abbia visto giusto scrivendo: «È questa una delle intuizioni telesiane che meglio rivelano come profondamente Telesio abbia realizzata l'esigenza di una spiegazione autonoma della natura».

I principi propri della natura

Proprio all'inizio dell'opera La natura secondo i suoi principi, Telesio spiega il suo programma molto chiaramente:

Coloro che prima di me hanno scrutato la struttura di questo mondo e la natura delle cose paiono averle investigate certamente con lunghe velie e con grandi fatiche, ma senza riuscire a osservarle realmente. Che cosa infatti si può ritenere che abbiano conosciuto di esse, se tutte le loro argomentazioni contrastano con le cose e sono anche contraddittorie? Pare in realtà che in ciò siano incorsi per il fatto che, avendo forse troppa fiducia in se stessi, quando hanno esaminato le cose e le loro forze, non hanno ascritto a esse quella natura e quelle facoltà delle quali appaiono fornite (come era necessario fare), ma, gareggiando in sapienza con Dio nell'osare ricercare con la ragione i principi e le cause del mondo, e credendo e pretendendo di aver trovato ciò che non avevano trovato, hanno immaginato il mondo a loro arbitrio. E ai corpi che appaiono comporre il mondo non hanno attribuito quella grandezza, quella dignità e quelle forze che mostrano di avere, ma quelle che la loro ragione dettava che dovessero avere. Cioè, non conveniva che gli uomini — quasi prevedendo la natura e pretendendo non solo la sapienza ma anche la potenza di Dio — si compiacessero e si insuperbissero a tal punto da attribuire alle cose quelle proprietà che dovevano invece essere ricavate dalle cose stesse. Io, non avendo tanta fiducia in me stesso ed essendo dotato di un ingegno più tardo e di un animo più debole, amante e cultore di un sapere interamente umano (che in verità deve ritenersi pervenuto al suo più alto grado se ha osservato attentamente ciò che il senso ha svelato e ciò che può essere ricavato dalle cose percepite con il senso), mi sono prefisso di considerare il mondo e le sue singole parti, e le passioni, azioni e operazioni delle parti e delle cose in esso contenute; quelle parti infatti, se rettamente esaminate, manifesteranno ciascuna la propria grandezza e la propria forma, mentre quelle passioni, azioni e operazioni faranno conoscere l'indole e le forze della natura. E se si vedrà che le mie pagine non contengono nulla di divino o degno
di ammirazione o niente di particolarmente acuto, quantomeno esse non risulteranno mai contraddittorie o inconciliabili con le cose, dato che io non ho seguito altro che il senso
e la natura, la quale, sempre in massimo accordo con se stessa, fa sempre le stesse cose allo stesso modo, e opera sempre ugualmente.


Telesio ricostruisce i principi della sua fisica su base sensistica, convinto che il senso riveli la realtà della natura, essendo la natura stessa, nella sua essenza, vitalità e sensibilità. Telesio si rifà, in questa concezione vitalistica della natura, all'ilozoismo e al pampsichismo presocratico, secondo cui tutto è vivo, con accenti addirittura ionici (viene alla mente soprattutto lo schema di interpretazione della realtà che era stato proposto da Anassimene). I suoi modelli non sono quindi i Neoplatonici, ma i più antichi Fisici.

Ora, il senso ci rivela che principi fondamentali sono il caldo e il freddo. Il primo ha azione dilatante, fa essere le cose leggere e le mette in moto. Il secondo produce invece condensazione, quindi fa essere le cose pesanti e tende a immobilizzarle. Il sole è per eccellenza caldo e la terra fredda. Ma il sole, come tutto ciò che arde, non è solo calore, così come la terra non coincide col freddo. Caldo e freddo, essendo incorporei, hanno bisogno di una massa corporea cui aderire; pertanto — conclude Telesio — bisogna porre senz'altro alla base degli enti tre principi:

Due nature agenti, il caldo e il freddo, e una massa corporea: la quale sia, a entrambe le nature, propria e congruente e adatta a espandersi e a estendersi come a condensarsi e a restringersi,
e ad assumere qualsiasi disposizione di cui godono caldo e freddo.


Se così non fosse, gli enti non potrebbero trasformarsi gli uni negli altri e verrebbe meno quell'unità che invece si riscontra nella natura. Cade così la fisica dei quattro elementi, e cade la generale concezione delle cose come sinolo di materia e forma sostenuta dai Peripatetici. Gli elementi derivano dai principi sopra descritti e così anche tutte le forme delle cose.
I due principi agenti pervadono ogni corpo, si contrastano, si scacciano e si sostituiscono a vicenda nei corpi e hanno facoltà di percepirsi reciprocamente. Questa loro facoltà di percepire le proprie azioni e passioni e le connessioni reciproche dà luogo a sensazioni piacevoli rispetto a ciò che è affine e che favorisce la propria conservazione, e a sensazioni spiacevoli nel caso contrario. Pertanto, conclude Telesio, «tutti gli enti sentono il rapporto reciproco».

E come mai, allora, solo gli animali hanno organi sensoriali? Gli animali sono enti complessi e gli organi fungono da vie d'accesso delle forze esterne alla sostanza senziente. Le cose semplici, proprio perché tali, sentono direttamente.

La fisica di Telesio è dunque una fisica basata sulle qualità elementari del caldo e del freddo. Ma, come si è accennato, egli sa che a questa sua concezione sarebbe di notevole vantaggio un'ulteriore indagine tesa a determinare la quantità di calore necessaria a produrre i vari fenomeni. È appunto questa indagine quantitativa che egli dice di non aver potuto compiere e di voler lasciare ad altri dopo di lui.

L'uomo come realtà naturale

Considerato come realtà naturale, l'uomo è spiegabile come tutte le altre realtà naturali. Gli organismi animali erano spiegati da Aristotele in funzione dell'anima sensitiva. Telesio, naturalmente, non può più accogliere tale tesi, ma ha bisogno di introdurre qualcosa capace di differenziare l'animale dalle restanti cose, e perciò ricorre a quello che egli chiama «spirito prodotto dal seme» (spiritus e semine eductus). La terminologia (di origine stoica) si rifà probabilmente alla tradizione medica antica (che Telesio ben conosceva).

Lo spirito, sostanza corporea tenuissima, è incluso nel corpo come nel proprio rivestimento e nel proprio organo. Lo spirito, di conseguenza, dà conto di tutto ciò che Aristotele spiegava con l'anima sensitiva (si ricordi l'analoga concezione dello spirito in Ficino, che però in lui svolge tutt'altra funzione).

Telesio avverte subito che nell'uomo, oltre allo spirito, c'è qualcosa di più, «un genere di anima divina e immortale», che però non serve a spiegare gli aspetti naturali dell'uomo, ma solo gli aspetti che trascendono la sua naturalità.

La conoscenza, nelle sue varie forme, si spiega mediante lo spirito, ed è precisamente la percezione delle affezioni, dei mutamenti e movimenti che le cose producono su di esso. In altri termini: il caldo e il freddo prodotti dalle cose che agiscono per contatto sull'organismo, provocano azioni di movimento, di dilatazione e di restrizione sullo spirito, e in questo modo ha luogo la percezione, che è coscienza della modificazione.

L'intelligenza nasce dalla sensazione, per l'esattezza dalla somiglianza che constatiamo fra le cose percepite, di cui conserviamo il ricordo, e l'estensione per via analogica ad altre cose che attualmente non percepiamo. Per esempio, quando vediamo un uomo giovane l'intelligenza ci dice che invecchierà. Tale «invecchiare» non è da noi percepito, perché è ancora da venire, e quindi non può produrre in noi alcuna sensazione; tuttavia noi possiamo «intenderlo» appunto con l'ausilio della passata esperienza e con la somiglianza di ciò che abbiamo percepito rispetto a ciò che ora percepiamo, ossia per analogia.

Telesio dichiara espressamente di non disprezzare affatto la ragione; anzi dice che a essa bisogna accordare fiducia «quasi come ai sensi». Però il senso è più credibile della ragione, perché ciò che è appreso dal senso non ha più bisogno di essere ulteriormente indagato. Le matematiche stesse sono, per Telesio, fondate sul senso, sulle similitudini e sulle analogie, nel modo spiegato.

La morale naturale

Anche la vita morale dell'uomo, almeno a un primo livello, si può spiegare in base ai principi naturali. Il bene per l'uomo, come per ogni essere, è la propria autoconservazione, così come il male è il proprio danno e la propria distruzione. Il piacere e il dolore rientrano in questo gioco di conservazione e distruzione. È piacevole ciò che diletta lo spirito; e diletta lo spirito ciò che lo vivifica e che costituisce quindi una forza favorevole. È doloroso ciò che abbatte e prostra lo spirito; e abbatte lo spirito ciò che gli è nocivo. Il piacere, quindi, è «la sensazione della conservazione», mentre il dolore è «la sensazione della distruzione».

Il piacere e il dolore hanno così un preciso scopo funzionale. Il piacere non può dunque essere il fine ultimo che perseguiamo, ma il mezzo che ci agevola nel conseguire questo fine, la propria autoconservazione. In generale, tutto ciò che l'uomo desidera è in funzione di tale conservazione. Le virtù stesse, intese dal punto di vista naturalistico, sono praticate ed esercitate per questo medesimo scopo, in quanto agevolano la conservazione e il perfezionamento dello spirito.

La trascendenza divina e l'anima come ente soprasensibile

Telesio, come abbiamo già accennato, opera la «riduzione naturalistica» nella sua ricerca fisica e nella ricostruzione della realtà naturale, ma è ben lungi dal dare a tale riduzione una valenza metafisica generale. Egli ammette un Dio creatore e al di sopra della natura, e nega semplicemente che si debba far ricorso a lui nell'indagine fisica.

Anzi, a questo proposito, è interessante notare che Telesio, mentre rimprovera di norma ad Aristotele di essere troppo metafisico in fisica, gli obietta esattamente l'opposto per quanto concerne il Motore Immobile.

Una concezione di Dio ridotto a funzione motrice al modo aristotelico è del tutto inadeguata.
Telesio scrive addirittura 'che, al riguardo, Aristotele «sembra degno non solo di critiche, ma di abominio». La mozione del cielo poteva benissimo essere attribuita alla natura stessa del cielo senza chiamare in causa Dio a quel modo. Comunque, sarebbe stato meglio porre Dio come inattivo.

Inconcepibile è inoltre il fatto che Aristotele neghi al suo Dio la provvidenza nei confronti degli uomini. Insomma: il Dio di Telesio è il Dio biblico creatore e reggitore del mondo. Ed è proprio dalla sua attività creatrice che dipende la natura strutturata nel modo che abbiamo visto, così come il superiore destino degli uomini rispetto a tutti gli altri esseri.

Infusa da Dio è la mens superaddita, vale a dire l'anima intellettiva, che è immortale. L'anima è unita al corpo e specialmente allo spirito naturale, come forma di esso. Con lo spirito l'uomo conosce e appetisce le cose che si riferiscono alla sua conservazione naturale; con la mens superaddita egli conosce e tende alle cose divine, che riguardano non la sua salute naturale, ma quella eterna. Quindi nell'uomo vi sono due appetiti e due intelletti. Per questo egli è in grado di intendere non solo il bene sensibile ma anche quello eterno, e di volerlo (e questo è il libero arbitrio). L'uomo deve, di conseguenza, cercare di non soccombere con la sua mente alle forze dello spirito materiale, ma di mantenerla pura e renderla simile al suo creatore. Questa mente, insomma, riguarda l'attività religiosa dell'uomo e sigla la sua specificità in tutto l'ordine del reale.

Spesso gli interpreti, in queste dottrine di Telesio, hanno voluto vedere dei cedimenti o delle indebite concessioni (magari fatte pro bono pacis), o, comunque, delle tesi in contrasto col suo naturalismo. In realtà, così non è. Semmai, sarebbe vero esattamente l'opposto. La sua originalità sta proprio nel tentativo di segnare una distinzione di ambiti di ricerca netti, senza che la distinzione implichi esclusione.

Anche in questo senso, sia pure con tutti i suoi limiti, Telesio presenta analogie con Galilei, che appunto distinguerà in modo paradigmatico scienza e religione, assegnando alla prima il compito di mostrare come va il cielo (con le sue specifiche leggi), alla seconda come si va al cielo (credendo e operando in conformità).