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Tommaso d’Aquino

Tommaso fu forse il pensatore più importante del Medioevo e la sua influenza,
nell’ambito della Chiesa cattolica, è tuttora fondamentale.
Per il suo carattere silenzioso lo chiamarono "il bue muto". Tutta la sua vita
fu spesa nell’attività intellettuale e la sua stessa vita mistica la sua ricerca
instancabile di Dio. Fu canonizzato nel 1323 .
Nato a Roccasecca (1225-26), oblato al monastero di Montecassino, studiò a
Napoli.
Entrò nell'ordine domenicano nel 1244, contro la volontà della sua aristocratica
famiglia.
Da Napoli si recò a Parigi per proseguirvi i suoi studi fino al 1248 sotto la
guida di Alberto Magno, che poi accompagnò nel suo ritorno a Colonia
(1248-1252). Nel 1252, chiamato a Parigi, vi iniziò il suo insegnamento come
baccalaureus biblicus e poi sententiarius. Erano gli anni della polemica contro
i regolari, che si chiuse con l' intervento del papa Alessandro VI, a cui sia
Bonaventura che Tommaso dovettero l'insediamento nelle rispettive cattedre
parigine di teologia (1256-57).
A questo primo periodo di insegnamento risalgono il Commento alle Sentenze di
Pietro Lombardo (1254-56) e ad alcuni libri della Bibbia; un intervento nella
disputa fra secolari e regolari, il Contra impugnantes Dei cultum et religionem;
le Quaestiones de veritate, il suo primo trattato filosofico, il De ente et
essentia; di poco posteriori sono i commenti al De Trinitate e al De
hebdomadibus di Boezio (1255-61). Tra il 1257 e il 1273 l’Aquinate produsse la
maggior parte delle sue opere.
Fatto ritorno nella provincia romana dell'ordine domenicano insegnò nello studio
della Curia Papale sotto il pontificato di Urbano IV (1261-1264). Trascorse gli
anni italiani tra Roma, Viterbo e Orvieto, le città in cui risiedeva la corte
papale, luoghi ricchissimi di fermenti intellettuali, dove si trovarono riuniti
filosofi, scienziati, traduttori, tra i quali Guglielmo di Moerbeke, il
domenicano fiammingo celebre per aver ritradotto Aristotele dal greco e numerosi
commenti tardoantichi alle opere dello Stagirita e per essergli stato prezioso
collaboratore.
In Italia Tommaso iniziò a commentare Aristotele (la Metafisica, la Fisica e
l'Etica Nicomachea); scrisse il commento al De divinis nominibus dello
pseudo-Dionigi, le Quaestiones disputatae de potentia e le Quaestiones
disputatae de spiritualibus creaturis, in cui espose la dottrina delle sostanze
separate (angelologia). Qui scrisse anche la Summa contra Gentiles, su richiesta
del generale dell'ordine domenicano Roberto di Peñafort.
Dagli anni italiani fino alla morte egli lavorò inoltre all’opera centrale della
sua ricerca filosofica, la Summa theologiae, rimasta incompiuto.
Il ritorno a Parigi, nel 1269, portò Tommaso nel cuore del dibattito
universitario sugli argomenti più controversi della filosofia aristotelica,
ovvero la dottrina dell'unicità dell'intelletto possibile e quella dell'eternità
del mondo.
Del 1270 sono infatti i due trattati monografici, De unitate intellectus contra
averroistas e De aeternitate mundi; numerosi commenti alle opere aristoteliche
(De anima, Analitici, Politica - incompiuto e terminato da Pietro d' Alvernia;
De sensu et sensato; De memoria et reminiscentia), il commento al Liber de
causis e un commento, perduto, al Timeo di Platone occupano il periodo parigino,
fino al ritorno a Napoli avvenuto nel 1272.
Qui insegnò teologia fino al 1273. Non sappiamo che cosa successe durante la
messa mattutina celebrata il 6 dicembre 1273, data che segna la cessazione
definitiva dell’intensa attività di scrittore di Tommaso.
Alle insistenze di Reginaldo da Piperno perché riprendesse a scrivere,
l’Aquinate rispose: "Reginaldo, non posso, perché tutto ciò che ho scritto è
come paglia per me." Convocato a Lione per partecipare alla commissione
preparatoria del secondo concilio ecumenico, morì il 7 marzo 1274, a Fossanova,
durante il viaggio.
RAGIONE E FEDE
Per conoscere Dio, che supera la comprensione della ragione, non basta la sola
ricerca filosofica, ma occorre che Dio stesso intervenga e si riveli in un
linguaggio accessibile all’uomo. La Rivelazione – e dunque la fede cristiana –
non annulla né rende inutile la ragione. Inoltre le verità scoperte dalla
ragione non possono venire in contrasto con le verità rivelate giacché entrambe
procedono da Dio, che è luce e verità somma. Qualora apparisse un contrasto, è
solo perché si tratta di conclusioni false o non necessarie o non si è indagato
a sufficienza. La ragione può essere d’aiuto alla fede in tre modi : 1)
dimostrando i preamboli della fede cioè quelle verità la cui dimostrazione è
necessaria alla fede stessa (non si può credere in Dio se non si sa se esiste,
se è uno o molti ecc., il che può essere fatto dalla ragione); 2) chiarire
mediante similitudini le verità della fede, ad es. illustrando in un linguaggio
accettabile i misteri della Trinità e dell’Incarnazione; 3) controbattere alle
obiezioni che si possono fare alla fede dimostrando che sono false.
ESSENZA ED ESISTENZA,
ANALOGICITA’ E PARTECIPAZIONE
Nel De ente et essentia Tommaso stabilisce il principio che, riformando la
metafisica aristotelica, la rende "adatta" al cristianesimo : la distinzione
reale tra essenza ed esistenza. Per Aristotele, potenza e atto corrispondevano a
materia e forma. Secondo Tommaso invece l’essenza e l’esistenza stanno tra loro
rispettivamente nel rapporto di potenza e atto. L’essenza (chiamata anche
quiddità o natura) comprende sia la materia che la forma perché comprende tutto
ciò che è espresso nella definizione della cosa. Per es. l’essenza dell’uomo,
definito "animal rationale", comprende sia la materia (animal) che la forma
(rationale). Dall’essenza si deve distinguere l’esistenza perché si può
comprendere che cosa sia un uomo o l’unicorno o l’araba fenice ma non è ancora
detto che quegli esseri esistono nella realtà. Dunque l’essenza e l’esistenza
sono distinte e stanno tra loro nel rapporto di potenza e atto. L’essenza è in
potenza rispetto all’esistenza, mentre l’esistenza è l’atto dell’essenza. Ecco
ora il punto fondamentale : l’unione dell’essenza con l’esistenza, ovvero il
passaggio dalla potenza all’atto, ovvero l’individuo reale richiede per Tommaso
l’intervento diretto e creativo di Dio. E’ solo Dio che può creare le cose
facendole esistere; è solo Dio che può realizzare il passaggio dalla potenza
all’atto, ossia dalla essenza all’esistenza, e dare così origine alle varie
creature, siano angeli o uomini o animali o piante ecc. Vi sono perciò tre modi
in cui l’essenza è nei vari esseri. In primo luogo, in Dio l’essenza è uguale
all’esistenza. Solo in Dio essenza ed esistenza si identificano. In altre
parole, l’essenza di Dio è di esistere : Egli esiste necessariamente, è eterno,
è l’unico essere necessario cioè non può non esistere, mentre tutti gli altri
esseri dipendono da lui. Negli angeli, che sono puri spiriti e quindi dotati di
sola forma e non di materia, l’essenza è diversa dall’esistenza in quanto il
loro essere è creato e finito e si identifica con la sola forma. Infine, negli
uomini, negli animali ecc., cioè nelle creature composte di materia e di forma,
l’essenza è comunque sempre distinta dall’esistenza ed esistono grazie
all’intervento creativo di Dio. in sintesi, potremmo dire che Dio è l’essere,
mentre le creature hanno l’essere. Dunque il termine "essere" non è lo stesso
quando è riferito a Dio o alle creature. Tra l’essere di Dio e quello delle
creature non vi è né identità né assoluta opposizione bensì analogia. Le
creature, in quanto esistenti, sono simili a Dio ma Dio non è simile a loro :
ecco il principio della analogicità dell’essere (analogo = simile ma di
proporzioni diverse). In più, le creature hanno l’essere perché viene dato loro
da Dio, il quale partecipa (=dona) loro l’esistenza. Così le creature hanno
l’essere per partecipazione, mentre Dio è l’essere per essenza. La distinzione
fra l’essere creato e l’essere eterno di Dio porta con sé due importanti
conseguenze. In primo luogo permette a Tommaso di salvaguardare l’assoluta
trascendenza (superiorità, diversità, alterità, soprannaturalità) di Dio nei
confronti del creato e delle creature e di evitare ogni forma di panteismo (che
identifica Dio col mondo). In secondo luogo, l’analogicità dell’essere rende
impossibile un’unica scienza dell’essere : accanto alla filosofia vi è adesso la
scienza che riguarda l’essere necessario e cioè la teologia, la quale è
superiore in dignità a tutte le altre scienze, le quali, nei suoi confronti,
diventano "ancelle della teologia". Questo concezione porterà, fra l’altro, ad
una graduale svalutazione dello studio della natura, che verrà a fatica ripreso
solo più tardi, nel Rinascimento e oltre.
LE PROVE
DELL’ESISTENZA DI DIO O LE "CINQUE VIE"
Anche se Dio è il primo nell’ordine degli esseri, non è però primo nell’ordine
delle conoscenze umane, le quali iniziano dai sensi, mentre Dio è invisibile. E’
dunque indispensabile dimostrare che Dio esiste pur essendo invisibile, partendo
allora dagli effetti, dalle creature, dal mondo visibile e mostrando come essi
non siano spiegabili se non rifacendosi a Dio. Le prove dell’esistenza di Dio
devono essere perciò a posteriori cioè a partire dalla nostra esperienza del
mondo e non a priori ( che parte dal concetto di Dio per dedurne l’esistenza,
come l’argomento ontologico di S. Anselmo, che Tommaso rifiuta per motivi che
vedremo più avanti). Tommaso elabora così "cinque vie" per giungere a dimostrare
che Dio esiste. La prima via è quella del moto, ed è desunta da Aristotele. Essa
parte dal principio che tutto ciò che si muove è mosso da altro. Ora, se tutto
ciò che è mosso a sua volta si muove, bisogna che anch’esso sia mosso da
un’altra cosa e questa da un’altra ancora. Ma non è possibile andare
all’infinito altrimenti non vi sarebbe un primo motore e neppure gli altri
muoverebbero : infatti il processo all’infinito sposta solo il problema e non
trova la ragione ultima del mutamento (in altri termini, il processo
all’infinito spiegherebbe la trasmissione del moto ma non la prima origine e
causa del moto). E’ dunque necessario arrivare ad un primo motore non mosso da
altro, e "tutti riconoscono che esso è Dio". Da notare che questo moto non è
soltanto meccanico e fisico ma metafisico : dovunque c’è moto e quindi divenire
che non basta a se stesso, c’è imperfezione che non ha in sé la sua spiegazione
e richiede quindi l’intervento di Dio. La seconda via è quella causale. Nel
mondo vi è un ordine tra le cause efficienti (causa efficiente è ciò che da
origine a qualcosa) ma è impossibile che una cosa sia causa efficiente di se
stessa, perché altrimenti sarebbe prima di se stessa, il che è assurdo. Anche in
questo caso è impossibile un processo all’infinito, dunque bisogna ammettere una
prima causa efficiente "che tutti chiamano Dio". Rispetto alla prima via, qui si
tratta della causalità efficiente, da cui dipende non solo il divenire ma
l’essere delle cose. Dunque Dio non è solo il principio del divenire ma anche la
causa, l’origine suprema di tutto ciò che esiste, che è da Lui conservato e
creato,pur senza eliminare l’azione delle cause secondarie. La terza via è
basata sul rapporto tra il possibile e il necessario. Vi sono cose che possono
essere e non essere : infatti alcune nascono e finiscono, il che vuol dire
appunto che sono possibili, possono essere e non essere. Ora, è impossibile che
tutte le cose di tal natura siano sempre state, perché ciò che può non essere un
tempo non esisteva. Se dunque tutte le cose possono non essere, in un dato
momento non ci fu nulla nella realtà. Però, se questo fosse vero, anche ora non
esisterebbe nulla, perché ciò che non esiste non comincia ad esistere se non per
qualcosa che già esiste. Dunque non è vero che tutti gli esseri sono possibili
ma bisogna ammettere che nella realtà vi sia anche un essere necessario, "e
questo tutti dicono Dio". La quarta via è quella dei gradi di perfezione. Si
trova nelle cose il più e il meno di ogni perfezione, cioè di bene, vero, bello
ecc. Vi sarà dunque anche il grado massimo di tali perfezioni e "questo
chiamiamo Dio". In altri termini, se gli enti hanno gradi diversi di perfezione,
vuol dire che questi gradi non derivano dalle loro essenze, e dunque significa
che li hanno ricevuti da un essere che dà senza ricevere, perché è la fonte di
ogni perfezione, e cioè Dio. La quinta via è quella desunta dal governo delle
cose. I corpi fisici (pianeti, stelle ecc.) operano per un fine, come appare dal
fatto che operano quasi sempre allo stesso modo per conseguire la perfezione;
donde appare che non a caso, ma per una predisposizione, raggiungono il loro
fine. Ora, ciò che è privo di intelligenza non tende al fine se non perché è
diretto da un essere conoscitivo e intelligente, come la freccia viene scoccata
dall’arciere. Vi è dunque un essere sommamente intelligente da cui tutte le cose
naturali sono ordinate ad un fine, "e questo essere chiamiamo Dio".
LA TRINITA’,
L’INCARNAZIONE E LA CREAZIONE DAL NULLA
Le verità fondamentali del cristianesimo – Trinità e Incarnazione – non sono
dimostrabili con la semplice ragione però la ragione può cercare di chiarire in
misura sufficiente il loro contenuto, mostrando che quello che rivela la fede
non è impossibile. Per quanto riguarda il dogma della Trinità, la difficoltà è
capire come l’unità della sostanza divina si possa conciliare con la trinità
delle persone. Tommaso si serve a questo riguardo del concetto di relazione. Le
persone divine sono costituite dalla loro relazione di origine : il Padre dalla
paternità, cioè dalla relazione col Figlio; il Figlio dalla filiazione o
generazione, cioè dal rapporto col Padre; lo Spirito dall’amore, cioè dalla
relazione reciproca tra Padre e Figlio. Queste relazioni non sono accidentali in
Dio (non vi può essere nulla di accidentale in Dio) ma reali : sussistono
realmente nella essenza divina. Proprio l’essenza divina, dunque, nella sua
unità, implicando le relazioni, implica la diversità delle tre Persone.
Nell’Incarnazione, la difficoltà sta nel comprendere la presenza, nell’unica
Persona di Cristo, delle due nature, divina ed umana. Ora, l’essenza o natura
divina è identica con l’essere di Dio : Cristo ha natura divina ed è appunto
Dio, sussiste come Dio, come persona divina. Egli è quindi una sola persona,
quella divina. Data però la separabilità di essenza ed esistenza, Cristo, in
quanto Dio, ha potuto benissimo assumere la natura umana (cioè l’anima razionale
ed il corpo) senza essere "persona" umana. Si ricordi, a questo riguardo, il
significato dei termini "persona" e "natura". La "persona" indica una realtà
distinta, che sussiste di per sé; la "natura" o "sostanza" o "essenza" indica
ciò che è in comune ad individui della stessa specie, che quindi non esiste in
sé ma solo nelle "persone" a cui è comune. Riguardo poi il problema della
creazione dal nulla, Tommaso ritiene che non si possa dimostrare né l’inizio nel
tempo né l’eternità del mondo e perciò lascia via libera per credere alla
creazione nel tempo. L’essere del mondo viene da Dio : il fiat divino ha dato
origine alle cose ma non si inserisce in una successione temporale. E’ un atto
creativo che chiama le cose all’essere o, meglio ancora, fa che l’essere sia.
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