FILOSOFI
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Voltaire
Vero nome Francois-Marie Arouet



Filosofo francese (Parigi 1694-1778), tra i massimi esponenti dell'illuminismo. Educato dai gesuiti, acquistò presto fama di spirito mordace e brillante tanto che, per l'indipendenza dei suoi giudizi e l'irrequietezza del comportameno, fu rinchiuso due volte alla Bastiglia. Recatosi in Inghilterra, ebbe numerosi contatti e rapporti da cui ricavò numerosi stimoli di riflessione che gli ispirarono le celebri Lettere filosofiche (o Lettere inglesi, 1734). Tornato in Francia si stabilì nel castello della marchesa di Chatelet, che lo protesse e gli diede la possibilità di dedicarsi all'attività letteraria. Alla sua morte, passò alla corte di Federico II a Berlino dove rimase tre anni. Dopo la rottura con il sovrano, si stabilì a Ferney, al confine tra Francia e Svizzera, dove trascorse il resto della sua vita. Recatosi a Parigi, fu accolto in modo trionfale: vi morì pochi mesi dopo e fu sepolto nel Pantheon.

La sua vasta produzione spazia dal teatro (Edipo del 1718, Bruto del 1730, La morte di Cesare del 1733 ecc.), alla storiografia (Storia di Carlo XII del 1731, Il secolo di Luigi XIV del 1753, Storia della Russia sotto Pietro il Grande del 1759 in cui, opponendosi al provvidenzialismo di Bossuet, evidenziò la funzione civilizzatrice delle scienze e delle arti per i mutamenti dei costumi e dello spirito umano), al racconto mondo come va del 1746, Zadig del 1747, Micromega del 1752, 4 Candido del 1759, L'ingenuo del 1767 ecc., dove aveva modo di mettere in ridicolo con spirito critico e corrosivo le dottrine altrui), al saggio (Trattato di metafisica del 1734, Elementi della filosofia di Newton del 1737, Trattato sulla tolleranza del 1763, Il filosofo ignorante del 1761, Dizionario filosofico del 1764 ecc.).

Voltaire non elaborò un proprio sistema filosofico: l'originalità e l'efficacia storica della sua opera consistette nel propagandare in una forma letteraria brillante e aggressiva le idee-forza dell'età dei lumi.

Infatti egli intese la filosofia come attività militante, mirante a diffondere la conoscenza e a coltivare lo spirito critico in modo da trarre il beneficio maggiore possibile per il progresso dell'umanità, in vista del raggiungimento di una concezione del mondo e di un sistema di vita più conforme alla ragione.

Perciò egli profuse tutte le sue energie per combattere il dispotismo, il dogmatismo (che egli identificava non solo nella metafisica scolastica, ma anche nel razionalismo di Cartesio, Malebranche e Leibniz) ma soprattutto il fanatismo, vero e proprio flagello dell'umanità, nonché causa di gran parte dei suoi mali, identificato con la religione positiva (non solo il cristianesimo) quale cumulo di menzogne e assurdità che, strumentalizzate dal potere, portano alle persecuzioni e all'intolleranza (il che però non gli impedì di scrivere pagine virulentemente antiebraiche, dense dei più triti pregiudizi).

Di qui deriva da un lato l'entusiasmo per l'empirismo di Newton e Locke, dall'altro l'accoglimento di un deismo puramente razionale e naturale (di cui Voltaire riteneva di trovare conferma nella saggezza di altri popoli, per esempio nel confucianesimo cinese), garante dell'ordine morale del mondo. In questo senso, dietro il suo apparente scetticismo, Voltaire manifesta una forte fede nell'uomo e nella sua perfettibilità (di qui la critica a Pascal), nel momento in cui si fa strenuo e sincero difensore della sua dignità.



ILLUMINISMO
Un nuovo modello di razionalismo





IL FILOSOFO IGNORANTE DI VOLTAIRE

Riportiamo gran parte dell'opera Il filosofo ignorante, che è un testo riassuntivo del pensiero di Voltaire, e nello stesso tempo un manifesto dell'illuminismo.

Gli assi portanti del pensiero filosofico di Voltaire sono sostanzialmente tre:

1) la religione naturale del deismo;
2) la morale, che, a suo avviso, è una e una sola per tutti; e
3) in particolare, la libertà e il compito di liberare gli uomini dai pregiudizi che la religione e la politica hanno loro imposto.

Sono questi i temi trattati nelle pagine dell'opera che presentiamo.

Ma come mai Voltaire presenta i vari temi in forma di «dubbi», in un continuo domandarsi? Si tratta in realtà delle domande che si pone via via il filosofo «ignorante» (e non quello dogmatico). Spiega Michela Cosili: «La forma del dubbio mette in luce l'aspetto dinamico, il richiamarsi graduale della ragione che, partendo dall'evidenza delle cose che per prime le si presentano — vale a dire la sua propria debolezza e la non necessità di conoscere ciò che "viene detto nelle Scuole" —, giunge a comprendere che attraverso l'ordine delle cose si può intuire l'esistenza di un Supremo ordinatore e, soprattutto, che una sola è la morale che, nella sostanza, si riduce agli insegnamenti di Confucio e di Zaleuco.

Il filosofo ignorante mostra che la nostra ragione, se viene guidata con attenzione e se è sostenuta dall'esperienza, può raggiungere un numero, pur piccolo, di certezze indubitabili».

Nei paragrafi 1-23, riportati per intero, Voltaire indica i limiti della ragione nelle sue indagini e dimostra la necessità dell'esistenza di un Dio.
Nei paragrafi 24-29 critica con ironia i più famosi sistemi metafisici.
Nei paragrafi 30-55 parla della morale universale, e nel paragrafo 21 (che riportiamo) mostra come la morale sia una per tutti.
L'ultimo paragrafo (che pure riportiamo) è un inno alla libertà.


1. Primo dubbio

Chi sei? Da dove vieni? Che fai? Che diverrai? Sono domande che si devono porre a tutte le creature dell'universo, a cui però nessuna risponde. Chiedo alle piante quale virtù le faccia crescere, e perché lo stesso terreno produca dei frutti così diversi? Queste creature insensibili e mute, sebbene arricchite di una facoltà divina, mi lasciano alla mía ignoranza e alle mie vane congetture. Interrogo quella moltitudine dí animali diversi, che dispongono tutti del movimento e lo comunicano, che gioiscono delle stesse mie sensazioni, che posseggono un certo grado di idee e memoria in tutte le passioni. Essi sanno ancor meno di me che cosa sono, perché sono e che cosa divengono. Suppongo, e ho anche ragione di credere, che i pianeti, che ruotano attorno agli innumerevoli soli che riempiono lo spazio, siano popolati di esseri che sentono e pensano; ma una barriera eterna ci separa e nessuno di questi abitanti degli altri globi si è comunicato a noi. Nello Spectacle de la nature, il priore ha detto al cavaliere che gli astri erano fatti per la terra e la terra, così come gli animali, per l'uomo. Ma dal momento che il piccolo globo della terra ruota con gli altri pianeti attorno al sole, che í movimenti regolari e proporzionali degli astri possono sussistere eternamente senza che vi siano gli uomini, che sul nostro pianeta ci sono infinitamente più animali che miei simili; io ho pensato che il priore avesse un po' troppo amor proprio per ritenere che tutto fosse fatto per lui. Ho visto che durante la propria vita l'uomo, se non si difende, viene divorato da tutti gli animali e che essi lo divorano anche dopo la sua morte. Così ho fatto fatica a immaginare che il priore e il cavaliere fossero i re della natura. Schiavo di tutto ciò che mi circonda, invece di essere re, rinchiuso in un punto e attorniato dall'immensità, io comincio cercando me stesso.

2. La nostra debolezza

Io sono un animale debole; nascendo non possiedo né forza, né conoscenza, né istinto; non sono neppure in grado di portarmi al seno di mia madre, come fanno tutti i quadrupedi; acquisisco qualche idea solo nel momento in cui acquisisco un po' di forza quando i miei organi cominciano a svilupparsi. Questa forza aumenta in me fino al momento in cui, non potendo più crescere, essa diminuisce di giorno in giorno. Allo stesso modo, questo potere di concepire idee aumenta fino al suo limite massimo e poi si affievolisce insensibilmente per gradi. Qual è quel meccanismo che di momento in momento accresce le forze delle mie membra fino al limite prescritto? Io lo ignoro; e coloro che hanno passato la loro vita a cercare questa causa non ne sanno più di me. Qual è quell'altro potere che fa entrare le immagini nel mío cervello, che le conserva nella mia memoria? Coloro che sono pagati per saperlo l'hanno cercato inutilmente; per ciò che concerne i principi primi, siamo tutti nella stessa ignoranza in cui eravamo nella culla.

3. Come posso pensare?

I libri prodotti in duemila anni mi hanno insegnato qualche cosa? Talvolta ci viene voglia di sapere come pensiamo, nonostante ci colga raramente il desiderio di sapere come digeriamo [o] come camminiamo. Ho interrogato la mia ragione; le ho domandato che cosa essa sia: questa domanda l'ha sempre confusa. Ho tentato attraverso di essa dí scoprire, se le facoltà che mi fanno digerire, che mi fanno camminare, sono lo stesse per le quali possiedo le idee. Non sono mai riuscito a capire come e perché queste idee svanissero quando la fame faceva languire il mio corpo, e come rinascessero quando avevo mangiato. Ho visto una così grande differenza fra i pensieri e il cibo, senza il quale non penserei affatto, che ho creduto che in me ci fosse una sostanza che ragionava e un'altra sostanza che digeriva. Tuttavia, ogni volta che ho cercato di dimostrare a me stesso che siamo due, ho approssimativamente sentito che sono uno solo; e questa contraddizione mi ha sempre afflitto molto. Ho chiesto a qualcuno dei miei simili che coltivano la terra, nostra madre comune, con molta abilità, se sentissero che erano due, se avessero scoperto con la loro filosofia che possedevano in loro una sostanza immortale, eppure formata da nulla, esistente senza estensione, agente sui loro nervi senza toccarli, immessa espressamente nel ventre della loro madre sei settimane dopo il loro concepimento; hanno creduto che volessi scherzare, e hanno continuato a lavorare i campi senza rispondermi.

4. Mi è necessario sapere?

Vedendo quindi che un numero straordinario di uomini non aveva la pur minima idea delle difficoltà che mi inquietano e che non sospettava di ciò che viene detto nelle Scuole dell'essere in generale, della materia e dello spirito ecc., vedendo anche che essi ridevano spesso del fatto che io volessi saperlo; ho supposto che non fosse affatto necessario che lo sapessimo. Ho pensato che la natura ha dato a ogni creatura la parte [di certezze] che le conviene; e ho creduto che le cose alle quali non possiamo arrivare non ci spettano. Ma, malgrado questa disillusione, non smetto di desiderare di essere istruito e la mia curiosità ingannata è sempre insaziabile.

5. Aristotele, Descartes e Gassendi

Aristotele comincia col dire che l'incredulità è la fonte della saggezza; Descartes ha approfondito questo pensiero, e tutti e due mi hanno insegnato a non credere a nulla di quanto mi dicono. Descartes, soprattutto, dopo aver fatto finta di dubitare, parla con un tono così affermativo di ciò che non comprende affatto; è così sicuro del fatto suo quando si sbaglia grossolanamente in fisica; ha costruito un mondo così immaginario; i suoi vortici e i suoi tre elementi sono di una ridicolaggine così portentosa che devo diffidare di tutto ciò che egli mi dice sull'anima, dopo che mi ha tanto ingannato sui corpi. Egli ritiene o finge dí ritenere che noi nasciamo con alcune idee metafisiche. Mi piacerebbe altrettanto dire che Omero sia nato con l'Iliade nella testa. È ben vero che Omero, nascendo, aveva un cervello così costituito che, avendo poi acquisito idee poetiche, ora belle, ora incoerenti, ora esagerate, compose infine /'Iliade. Quando nasciamo portiamo in noi il germe di tutto ciò che si sviluppa in noi; ma non abbiamo realmente delle idee innate più di quanto Raffaello e Michelangelo non abbiano portato, nascendo, pennelli e colori. Per cercare di accordare le parti frammentarie delle sue chimere Descartes suppose che l'uomo pensa sempre; mi piacerebbe altrettanto immaginare che gli uccelli non smettano di volare, né i cani di correre, dal momento che questi hanno la facoltà di correre é quelli di volare. Per poco che si guardi alla propria esperienza e a quella del genere umano, ci si convince certamente del contrario. Non vi è nessuno tanto folle da credere fermamente di aver pensato tutta la sua vita, giorno e notte, senza interruzione, da quando era un feto fino alla sua ultima malattia. L'espediente di coloro che hanno voluto difendere questa favola è stato di dire che si pensava sempre, senza però che ne fossimo coscienti. Ma sarebbe come dire che si beve, si mangia e si va a cavallo senza saperlo. Se non siete coscienti di avere delle idee, come potete affermare di averne? Gassendi rise come era giusto di questo stravagante sistema. Sapete cosa accadde? Gassendi e Descartes furono considerati atei.

6. Le bestie

Dal fatto di supporre che gli uomini avessero in modo continuo idee, percezioni, concezioni, derivava naturalmente che anche le bestie ne avessero sempre; poiché è incontestabile che un cane da caccia ha l'idea del suo padrone al quale obbedisce e della selvaggina che gli riporta. È evidente che ha memoria e che associa alcune idee. Di conseguenza, se il pensiero dell'uomo era anche l'essenza della sua anima, anche il pensiero del cane era l'essenza della sua; e se l'uomo aveva sempre delle idee, occorreva certamente che [anche] gli animali ne avessero sempre. Per ovviare a questa difficoltà, l'inventore dei vortici e della materia striata, osò dire che le bestie erano delle pure macchine, che cercavano da mangiare senza avere appetito, che possedevano da sempre gli organi del sentire per non provare mai la più, piccola sensazione, che gridavano senza dolore, che esprimevano il loro piacere senza gioia, che possedevano un cervello per non ricevervi la pur minima idea, e che erano così una continua contraddizione. Questo sistema era ridicolo quanto l'altro; ma invece di mostrarne la stravaganza, lo sí considerò empio; si pretese che questo sistema contraddicesse la Sacra Scrittura, che nel Genesi dice che Dio ha fatto un patto con gli animali, e che egli chiederà loro conto del sangue degli uomini che essi avranno morso e mangiato; il che suppone manifestamente nelle bestie l'intelligenza, la conoscenza del bene e del male.

7. L'esperienza

Non mescoliamo mai la Sacra Scrittura con le nostre dispute filosofiche; sono delle cose troppo eterogenee, che non hanno alcun rapporto. Qui si tratta solo di esaminare ciò che possiamo sapere da soli e questo si riduce a ben poca cosa. Bisogna aver rinunciato al buon senso per non convenire che non conosciamo nulla se non attraverso l'esperienza; e che certamente se noi perveniamo solo per mezzo dell'esperienza e di una serie di tentativi e lunghe riflessioni, a farci qualche idea debole e superficiale del corpo, dello spazio, del tempo, dell'infinito, di Dio stesso, non vale proprio la pena che l'Autore della natura riponga queste idee nel cervello di tutti i feti, perché vi sia poi solo un piccolissimo numero di uomini che ne faccia uso. A proposito degli oggetti della nostra scienza siamo tutti come gli amanti ignoranti Dafni e Cloe di cui Longo ci ha dipinto gli amori e i vani tentativi. Hanno avuto bisogno di molto tempo per intuire come potessero soddisfare i loro desideri, perché l'esperienza mancava loro. La stessa cosa accadde all'imperatore Leopoldo e al figlio di Luigi XIV: fu, necessario istruirli. Se avessero avuto delle idee innate, è presumibile che la natura non avrebbe rifiutato loro la principale e sola necessaria alla conservazione della specie umana.

8. La sostanza

Non potendo avere alcuna nozione se non per esperienza, è impossibile poter mai sapere che cosa sia la materia. Noi tocchiamo, vediamo le proprietà di questa sostanza; ma questo stesso termine sostanza, ciò che è al di sotto, ci avverte sufficientemente che questo «al di sotto» ci resterà sempre sconosciuto: per quanto possiamo scoprire delle sue apparenze, resterà sempre questo «al di sotto» da scoprire. Per la stessa ragione da soli non sapremo mai che cosa sia lo spirito. È una parola che originariamente significa soffio e di cui ci siamo serviti per cercare di esprimere vagamente e grossolanamente ciò che ci dà i pensieri. Ma quand'anche, con un prodigio che non possiamo supporre, avessimo una pur vaga idea della sostanza di questo spirito, non saremmo più avanti; e non potremmo mai capire in che modo questa sostanza riceva sensazioni e pensieri. Sappiamo bene di avere una certa intelligenza, ma come l'abbiamo? È il segreto della natura, essa non l'ha detto ad alcun mortale.

9. Limiti stretti

La nostra intelligenza è molto limitata, così come la forza del nostro corpo. Vi sono uomini molto più robusti degli altri; vi sono anche degli Ercole del pensiero; ma in fondo questa superiorità è ben poca cosa. L'uno solleverà una quantità di materia di dieci volte superiore alla mia, l'altro potrà fare a mente e senza carta una divisione di quindici cifre, mentre io non potrò dividerne che tre o quattro con una fatica estrema; è a questo che si ridurrà quella forza tanto decantata; ma essa troverà ben presto il suo limite; ed è per questo che nei giochi di strategia, nessun uomo dopo esservisi esercitato con tutta la sua applicazione e con un lungo uso, non supera mai, per quanto si sforzi, il livello che ha potuto raggiungere; ha bussato al limite della sua intelligenza. Ed è anche assolutamente necessario che sia così; poiché altrimenti potremmo procedere di grado in grado fino all'infinito.

10. Scoperte impossibili

In questo stretto cerchio in cui siamo rinchiusi, vediamo dunque ciò che siamo condannati a ignorare e ciò che possiamo conoscere un poco. Abbiamo già visto che non possiamo conoscere nessuna causa prima, nessun principio primo. Perché il mio braccio obbedisce alla mia volontà? Siamo talmente abituati a questo incomprensibile fenomeno, che ben pochi vi prestano attenzione; e quando vogliamo ricercare la causa di un effetto così comune, troviamo che tra la nostra volontà e l'obbedienza del nostro arto c'è davvero l'infinito; vale a dire che tra l'una e l'altra non vi è nessuna proporzione, nessuna ragione, nessuna parvenza dí causa; e sentiamo che potremmo pensarci per un'eternità, senza poter immaginare il più piccolo barlume di verosimiglianza.

11. Fondata perdita di speranza

Fermati così fin dal primo passo e ripiegandoci vanamente su noi stessi, siamo spaventati dal fatto di cercarci sempre e non trovarci mai. Nessuno dei nostri sensi risulta esplicabile. Sappiamo con un certa approssimazione, con l'aiuto dei triangoli, che vi sono circa trenta milioni delle nostre grandi leghe geometriche dalla terra al sole; ma che cos'è il sole? E perché ruota attorno al suo asse? E perché in un senso piuttosto che in un altro? E perché Saturno e noi ruotiamo attorno a questo astro da occidente a oriente piuttosto che da oriente a occidente? Non solo non soddisferemo mai questo interrogativo, ma non intravedremo mai la più, piccola possibilità di immaginarne una causa solamente fisica. Perché? Perché la soluzione di questa difficoltà risiede nel primo principio delle cose. La stessa cosa vale tanto per ciò che agisce dentro di noi quanto per ciò che agisce negli immensi spazi della natura. Nella disposizione degli astri come nella conformazione di un acaro e dell'uomo vi è un principio primo il cui accesso deve esserci necessariamente negato. Poiché se noi potessimo conoscere la nostra causa prima, ne saremmo i signori, saremmo degli dèi. Chiariamo questo concetto, e vediamo se è vero. Supponiamo di trovare davvero la causa delle nostre sensazioni, dei nostri pensieri, dei nostri movimenti, come abbiamo scoperto soltanto negli astri la ragione delle eclissi e delle diverse fasi della luna e di Venere; è chiaro che potremmo predire le nostre sensazioni, i nostri pensieri e i nostri desideri, risultanti da quelle sensazioni, così come prediciamo le fasi e le eclissi. Conoscendo dunque ciò che dovrebbe accadere domani nel nostro intimo, nel funzionamento di questa macchina vedremmo chiaramente da quali sensazioni piacevoli o funeste saremo toccati. Noi possediamo una volontà che dirige correttamente i nostri movimenti interiori in molte circostanze. [Quando] per esempio mi sento disposto alla collera, la mia riflessione e la mia volontà ne reprimono sul nascere gli accessi. Se conoscessi i miei princìpi primi, vedrei tutte le affezioni alle quali sono disposto per domani, tutta la serie delle idee che mi attendono; potrei avere su questa serie di idee e di sentimenti la stessa forza che esercito qualche volta sui sentimenti e sui pensieri attuali, che svio e che reprimo. Mi troverei proprio nella situazione di una persona qualsiasi che può ritardare e accelerare a suo piacimento il movimento di un orologio, quello di un vascello, quello di ogni macchina conosciuta. Essendo il padrone delle idee che mi sono destinate domani, lo sarei per il giorno seguente, lo sarei per il resto della mia vita; potrei quindi essere sempre onnipotente su me stesso, sarei il Dio di me stesso. Ma sento che questo stato è incompatibile con la mia natura; è quindi impossibile che possa conoscere qualcosa del primo principio che mi fa pensare e agire.

12. Dubbio

Ciò che è impossibile per la mia natura così debole, così limitata, e che è di così breve durata, è impossibile in altri mondi, per altre specie di esseri? Vi sono delle intelligenze superiori, padrone di tutte le loro idee, che pensano e sentono tutto ciò che vogliono? Non ne so nulla; io conosco solo la mia debolezza, non ho alcuna nozione della forza degli altri.

13. Sono libero?

Non usciamo ancora dal cerchio della nostra esistenza; continuiamo a esaminare noi stessi fin dove ci è possibile. Mi ricordo che un giorno, prima che mi ponessi tutti
gli interrogativi precedenti, un ragionatore volle farmi ragionare. Mí domandò se fossi libero; gli risposi che non ero affatto in prigione, che avevo la chiave della mia stanza, che ero perfettamente libero. «Non è ciò che vi chiedo — mi rispose —, credete che la vostra volontà possegga la libertà di volere o di non volere che vi buttiate dalla finestra? Pensate con l'angelo della Scuola che il libero arbitrio sía una potenza appetitiva e che il libero arbitrio si corrompa con il peccato?» Guardai fisso il mio uomo, per cercare di leggere nei suoi occhi se non avesse l'animo sconvolto; e gli risposi che non capivo nulla del suo sproloquio. Tuttavia questa domanda sulla libertà dell'uomo mi interessò vivamente; lessi gli Scolastici, e restai come loro nelle tenebre; lessi Locke, e scorsi dei tratti di luce; lessi il trattato di Collins, che mi parve Locke perfezionato; e da allora non ho letto mai più nulla che mi abbia fatto progredire nella mia conoscenza. Ecco ciò che la mia debole ragione ha concepito, aiutata da questi due grandi uomini, i soli a mio avviso che si siano loro stessi capiti scrivendo su questo argomento, e i soli che si siano fatti capire dagli altri. Non vi è nulla senza causa. Un effetto senza causa non è che un'espressione assurda. Tutte le volte che voglio, non può essere che in virtù del mio giudizio buono o cattivo; questo giudizio è necessario, quindi anche la mia volontà lo è. In realtà, sarebbe ben strano che tutta la natura, tutti gli astri obbedissero a delle leggi eterne, e che vi fosse un piccolo animale alto cinque piedi che, a dispetto di queste leggi, potesse agire come gli piace solo in funzione del suo capriccio. Agirebbe a caso; e sappiamo che il caso non è nulla. Abbiamo inventato questo termine per esprimere l'effetto conosciuto di ogni causa sconosciuta. Le mie idee entrano nel mio cervello in modo necessario, come potrebbe la mia volontà che ne dipende essere libera? Sento in mille occasioni che questa volontà non è libera; così, quando la malattia mi indebolisce, quando la passione mi trasporta, quando il mio intendimento non riesce a raggiungere gli oggetti che mi si presentano ecc., devo allora pensare che, essendo le leggi della natura sempre le stesse, la mia volontà non è più libera nelle cose che mi paiono più indifferenti di quanto non lo sia in quelle in cui mi sento sottomesso a una forza invincibile. Essere veramente libero, significa potere. Quando posso fare ciò che voglio, ecco la mia libertà; ma io voglio necessariamente ciò che voglio; altrimenti vorrei senza ragione, senza causa, il che è impossibile. La mia libertà consiste nel camminare quando voglio camminare e non ho la gotta. La mia libertà consiste nel non compiere una cattiva azione quando il mio animo se la rappresenta necessariamente cattiva; nel dominare una passione quando il mio spirito me ne fa sentire il pericolo e quando l'orrore di questa azione combatte efficacemente il mio desiderio. Possiamo reprimere le nostre passioni (come ho detto al numero 11), ma allora, reprimendo i nostri desideri, non siamo più liberi di quanto non lo siamo lasciandoci trasportare dalle nostre inclinazioni; poiché nell'uno e nell'altro caso noi seguiamo irresistibilmente il nostro ultimo pensiero; e questo ultimo pensiero è necessario; quindi faccio necessariamente ciò che mi detta. È strano che gli uomini non si appaghino di questo grado di libertà, vale a dire del potere di fare ciò che vogliono che essi hanno ricevuto dalla natura; gli astri non l'hanno; noi la possediamo, e il nostro orgoglio ci fa talvolta credere di possederne ancora di più. Ci immaginiamo di avere il dono incomprensibile e assurdo di volere senza altra ragione, senza altro motivo da quello di volere. [...] No, non posso perdonare al dottor Clarke di aver combattuto in mala fede queste verità di cui egli sentiva la forza e che sembravano mal accordarsi con i suoi sistemi. No, non è permesso a un filosofo come lui l'aver attaccato Collins come [avrebbe fatto] un sofista e l'aver rigirato lo stato della questione rimproverando a Collins di chiamare l'uomo un agente necessario. Agente o paziente, che importa! Agente quando si muove volontariamente, paziente quando riceve delle idee. Che cosa fa il nome alla cosa? L'uomo è in tutto un essere dipendente, come la natura intera è dipendente, e non può costituire un'eccezione. In Samuel Clarke il predicatore ha soffocato il filosofo; egli distingue necessità fisica e necessità morale. E che cos'è una necessità morale? [Certamente] vi pare verosimile che una regina d'Inghilterra che viene incoronata e consacrata in una chiesa, non si spogli dei suoi abiti regali per stendersi nuda sull'altare, nonostante si racconti una simile vicenda di una regina del Congo. Voi chiamate ciò una necessità morale per una regina dei nostri luoghi; ma in fondo è una necessità fisica, eterna, legata alla costituzione delle cose. Che questa regina non farà quella follia, è sicuro quanto è sicuro che un giorno morirà. La necessità morale non è che una parola; tutto ciò che accade è assolutamente necessario. Non c'è via di mezzo tra necessità e caso: e voi sapete che il caso non esiste: quindi tutto ciò che accade è necessario. Per ingarbugliare ancor più la questione, si è pensato di distinguere ancora tra necessità e costrizione; ma infondo la costrizione non è nient'altro che una necessità di cui ci si avvede; e la necessità è una costrizione di cui non ci si avvede. Archimede è parimenti necessitato a restare nella sua stanza quando vi viene chiuso, e quando è così tanto occupato da un problema che non riceve l'idea di uscire.

Ducunt volentem fata, nolentem trahunt.

L'ignorante che pensa così non ha sempre pensato allo stesso modo, ma è infine costretto ad arrendersi.


14. È tutto eterno?

Assoggettato a leggi eterne come tutti i globi che riempiono lo spazio, come gli elementi, gli animali, le piante; io lancio sguardi sorpresi su tutto cíò che mi circonda, cerco qual è il mio autore e quello dell'immensa macchina di cui io non sono altro che un impercettibile ingranaggio. Non sono venuto dal niente: infatti la sostanza di mio padre e di mia madre che mi ha portato in grembo per nove mesi è qualcosa. Mi è evidente che il seme che mi ha generato non può essere stato prodotto dal niente; come potrebbe infatti il nulla produrre l'esistenza? Mi sento soggiogato da quella massima comune a tutta l'antichità: niente viene dal nulla, niente può tornare al nulla. Questo assioma porta in sé una forza così grande da incatenare il mio intelletto senza che possa lottare contro di lui. Nessun filosofo se ne è allontanato, nessun legislatore, quale che sia, l'ha contestato. Le Cahut dei Fenici, il Caos dei Greci, il Tohu bohu dei Gai-dei e degli Ebrei, tutto ci attesta che si è sempre creduto all'eternità della materia. La mia ragione, ingannata forse da quest'idea così antica e così condivisa, mi dice: è necessario che la materia sia eterna, dal momento che essa esiste; se essa era ieri, è sempre stata. Non scorgo nessuna verosimiglianza nel fatto che essa abbia cominciato a essere, nessuna causa per la quale essa non sia stata, nessuna causa per la quale essa abbia ricevuto l'esistenza in un tempo piuttosto che ín un altro. Cedo allora a questa convinzione, fondata o erronea che sia; e mi allineo con l'opinione di tutti, fino al momento in cui, avendo progredito nelle mie ricerche, io non trovi una luce superiore al giudizio di tutti gli uomini che mi obblighi a ritrattare mio malgrado. Ma se, come hanno pensato molti filosofi dell'antichità, l'Essere eterno ha sempre agito, che ne è del Cahut e dell'Ereb dei Fenici, del Tohu bohu dei Caldei, del Caos di Esiodo? Resterà nelle favole. Agli occhi della ragione il Caos è impossibile, poiché è impossibile che, essendo l'intelligenza eterna, vi sia mai stato qualche cosa di opposto alle leggi dell'intelligenza; ebbene, il Caos è precisamente l'opposto di tutte le leggi della natura. Entrate nella più, orribile caverna della Alpi, sotto quei residui dí rocce, di ghiaccio, di sabbia, di acqua, di cristalli, dí minerali informi, tutto obbedisce alla legge di gravità. Il Caos è esistito solo nelle nostre teste e non è servito che per far comporre bei versi a Esiodo e a Ovidio. Se la nostra Sacra Scrittura ha detto che il Caos esisteva, se il Tohu bohu è stato da essa adottato, noi ci crediamo senza (avere alcun] dubbio e con la più, viva fede. Noi qui parliamo seguendo solo i fallaci bagliori della nostra ragione. Come abbiamo detto, ci siamo limitati a vedere quello che possiamo supporre da soli. Siamo dei bambini che cercano di fare qualche passo senza sostegno.

15. Intelligenza

Ma guardando l'ordine, il prodigioso artificio, le leggi meccaniche e geometriche che regnano nell'universo, i mezzi, i fini innumerevoli di tutte le cose, vengo colto da ammirazione e rispetto. Osservo immediatamente che se le opere degli uomini, anche le mie, mi forzano a riconoscere in noi un'intelligenza, devo riconoscerne una che agisce in modo ben superiore nella moltitudine di così tante opere. Ammetto questa intelligenza suprema, senza temere che mi si possa mai far cambiare opinione. Niente fa oscillare in me questo assioma: ogni opera indica un artefice.

16. Eternità

Questa intelligenza è eterna? Senza dubbio; poiché che abbia ammesso o rifiutato l'eternità della materia, non posso rifiutare l'esistenza eterna del suo supremo artefice; è evidente che se esiste oggi, è sempre esistito.

17. Incomprensibilità

Ho fatto solo due o tre passi in questo lungo cammino; voglio sapere se questa intelligenza divina è qualcosa di assolutamente distinto dall'universo, approssimativamente come lo scultore è distinto dalla statua; o se questa anima del mondo è unita al mondo e lo compenetra, di nuovo approssimativamente come ciò che chiamo la mia anima è unita a me, e secondo quell'idea dell'antichità espressa così bene in Virgilio e in Lucano: Mens agitat molem et magno se corpore miscet. Juppiter est quodcumque vides quocumque moveris. Mi vedo improvvisamente arrestato nella mia vana curiosità. Misero mortale, se non riesco a esplorare la mia intelligenza, se non posso sapere ciò che mi anima, come potrò conoscere l'ineffabile intelligenza che manifestamente presiede alla materia intera? Ve ne è una, tutto me lo dimostra; ma dov'è la bussola che mi condurrà verso la sua dimora eterna ed ignota?

18. Infinito

Questa intelligenza è infinita in potenza e immensità, come è incontestabilmente infinita nella durata? Non posso saperne nulla da solo. Essa esiste, quindi è sempre esistita, questo è chiaro. Ma che idea posso avere di una potenza infinita? Come posso concepire un infinito attualmente esistente? Come posso immaginare che l'intelligenza suprema è nel vuoto? Cíò che vale per l'infinito in estensione non vale per l'infinito in durata. Una durata infinita è trascorsa nel momento in cui parlo, questo è sicuro; non posso aggiungere nulla a questa durata passata, ma posso sempre aggiungere allo spazio che concepisco, come posso aggiungere ai numeri che concepisco. L'infinito in numero e in estensione è fuori dalla portata del mio intelletto. Qualunque cosa mi venga detta, niente mi chiarisce in questo abisso. Fortunatamente sento che le mie difficoltà e la mia ignoranza non possono pregiudicare la morale; si potrà anche non concepire l'immensità dello spazio riempito, la potenza infinita che ha fatto tutto e che tuttavia può fare ancora; questo non servirà che a provare sempre di più la debolezza del nostro intelletto;' e questa debolezza ci renderà ancora più sottomessi all'Essere eterno di cui siamo l'opera.

19. La mia dipendenza

Noi siamo opera sua. Ecco una verità interessante per noi; poiché [cercare] di sapere con la filosofia in che momento fece l'uomo, ciò che faceva prima, se è nella materia, se è nel vuoto, se è in un punto, se agisce o se non agisce ovunque, se agisce fuori di lui o in lui; queste sono ricerche che raddoppiano in me il sentimento della mia profonda ignoranza. Io vedo anche che vi è solo una dozzina di uomini in [tutta] Europa che abbiano scritto su queste cose astratte con un po' di metodo; e quand'anche supponessi che abbiano parlato in un modo intelligibile, che ne risulterebbe? Abbiamo già riconosciuto (n. 4) che le cose che così poche persone possono vantare di capire sono inutili al resto del genere umano. Noi siamo certamente opera di Dio, è questo ciò che mi è utile sapere; anche la prova ne è palpabile. Nel mio corpo tutto è mezzo e fini, tutto è causa, puleggia, forza motrice, macchina idraulica, equilibrio di liquidi, laboratorio di chimica. Esso è quindi ordinato da un'intelligenza (n. 15). Non è all'intelligenza dei miei genitori che io devo questo ordine, poiché sicuramente essi non sapevano cosa stessero facendo quando mi hanno messo al mondo; non erano che ciechi strumenti di quell'artefice eterno che anima il lombrico e che fa ruotare il sole sul suo asse.

20. Ancora eternità

Nato da un seme venuto da un altro seme, vi è forse stata una successione continua, uno sviluppo senza fine di questi semi, e tutta la natura è sempre esistita mediante una concatenazione necessaria, [derivata] da questo Essere supremo che esisteva per se stesso? Se credessi solo al mio debole intelletto, direi: mi sembra che la natura sia sempre stata animata. Io non posso pensare che la causa che agisce continuamente e visibilmente su di essa, potendo agire in tutti i tempi, non abbia agito sempre. Un'eternità d'ozio nell'Essere agente e necessario mi sembra contraddittoria. Io sono portato a credere che il mondo è da sempre emanato da questa causa originaria e necessaria, come la luce lo è dal sole. Per quale ragionamento mi vedo sempre portato a credere eterne le opere dell'Essere eterno? Il mio intelletto, per quanto debole sia, ha la forza di raggiungere l'Essere necessario esistente per se stesso, ma non ha la forza di concepire il nulla. L'esistenza di un solo atomo mi prova l'eternità dell'esistenza; ma niente mi prova il nulla. Che! Ci sarebbe stato il niente nello spazio in cui oggi esiste qualche cosa? Questo appare assurdo e contraddittorio. Non posso ammettere questo niente, a meno che la rivelazione non intervenga chiarendo le mie idee che si inoltrano al di là dei tempi. So bene che anche una successione infinita di esseri che non avrebbero affatto origine è assurda; Samuel Clarke lo dimostra a sufficienza; ma non tenta neppure di affermare che Dio non abbia tenuto questa catena da tutta l'eternità; egli non osa dire che per così tanto tempo sia stato impossibile all'Essere eternamente attivo di dispiegare la propria azione. È evidente che egli ha potuto; e se ha potuto, chi sarà abbastanza ardito da dirmi che non l'ha fatto? Ancora una volta, solo la rivelazione può insegnarmi il contrario. Ma noi non siamo ancora a questa rivelazione che annulla ogni filosofia, a questa luce davanti alla quale ogni luce si dissolve.

21. Ancora la mia dipendenza

Questo Essere eterno, questa causa universale mi dà le idee; poiché non sono gli oggetti che me le danno. Una materia bruta non può far arrivare dei pensieri nella mia testa; i miei pensieri non vengono da me, dato che essi arrivano malgrado me, e spesso se ne vanno allo stesso modo. Sappiamo abbastanza bene che non vi è alcuna somiglianza, alcun rapporto fra gli oggetti, le nostre idee e le nostre sensazioni. Certo vi era qualcosa di sublime in quel Malebranche, che osava sostenere che noi vediamo tutto ín Dio stesso. Ma non vi era niente di sublime negli Stoici, che pensavano che è Dio che agisce in noi, e che noi partecipiamo di una parte della sua sostanza? Fra il sogno di Malebranche e il sogno degli Stoici, dov'è la realtà? Ricado (n.2) nell'ignoranza, che è propria alla mia natura, e adoro il Dio grazie al quale io penso, senza sapere come penso.

22. Nuovo dubbio

Convinto dal mio po' di ragione che vi è un Essere necessario, eterno, intelligente, da cui ricevo le idee, senza poter intuire né come, né perché chiedo che cosa sia questo Essere, se abbia la forma delle specie intelligenti e agenti superiori alla mia (che esistono] in altri globi. Ho già detto che non ne sapevo niente (n. 1). Ciononostante non posso affermare che ciò sia impossibile; poiché vedo pianeti molto superiori al mio in estensione, circondati da più satelliti della terra. È del tutto verosimile che essi siano popolati da intelligenze ben superiori a me e da corpi più robusti, più agili e più longevi. Ma poiché la loro esistenza non ha alcun rapporto con la mia, io lascio ai poeti dell'antichità il compito di far discendere Venere dal cosiddetto terzo cielo, e Marte dal quinto; io devo ricercare solo l'azione dell'Essere necessario su di me.

23. Un solo supremo artefice

Vedendo il male fisico e il male morale diffusi sul nostro pianeta, una gran parte di uomini immaginò due esseri potenti, di cui l'uno producesse tutto il bene e l'altro tutto il male. Se esistessero, sarebbero necessari; esisterebbero quindi necessariamente nello stesso luogo: infatti non vi è alcuna ragione perché ciò che esiste per sua propria natura venga escluso da un luogo; essi si compenetrerebbero quindi l'un l'altro, il che è assurdo. L'idea di queste due potenze nemiche non può derivare la sua origine che dagli esempi che ci colpiscono sulla terra; noi vediamo uomini miti e uomini feroci, animali utili e animali nocivi, signori buoni e tiranni. Si immaginarono così due poteri contrari che presiedessero alla natura; questo non è che una favola orientale. In tutta la natura vi è un'unità di finalità manifesta; le leggi del movimento e della gravità sono invariabili; è impossibile che due artefici supremi, interamente contrari l'uno all'altro, abbiano seguito le medesime leggi. Ciò basta, a mio avviso, a confutare il sistema manicheo e non si ha bisogno di grossi volumi per combatterlo. Vi è quindi una potenza unica, eterna, a cui tutto è legato, da cui tutto dipende, la cui natura mi è però incomprensibile. S. Tommaso ci dice che Dio è un puro atto, una forma, che non ha né genere, né predicato, che coincide con la natura e il supposito, che esiste essenzialmente, per via di partecipazione, e per via di denominazione. Nel periodo in cui i domenicani furono a capo dell'Inquisizione avrebbero fatto bruciare colui che avesse negato queste belle cose; io non le avrei negate, ma non le avrei capite. Mi si dice che Dio è semplice; io confesso umilmente che non capisco il valore neanche di questa parola. È vero che non gli attribuirò delle parti grossolane che io possa separare; ma non posso concepire che il principio e il signore di tutto ciò che è nell'estensione, non sia nell'estensione. La semplicità, rigorosamente parlando, mi pare troppo simile al non-essere. L'estrema debolezza della mia intelligenza non ha alcuno strumento abbastanza raffinato per cogliere questa semplicità. Mi si dirà che il punto matematico è semplice; ma il punto matematico non esiste realmente. Mi si dice anche che un'idea è semplice, ma io non capisco nemmeno questo. Vedo un cavallo, ne ho l'idea, ma in esso non ho visto che un insieme di cose. Vedo un colore, ho l'idea di colore; ma questo colore è esteso. Pronuncio i nomi astratti di colore in generale, di vizio, di virtù, di verità in generale; ma il fatto è che ho avuto conoscenza di cose colorate, di cose che mi sono sembrate virtuose o viziose, vere o false. Esprimo tutto questo in una parola; ma non ho affatto una conoscenza chiara della semplicità; non so che cosa sia più di quanto non sappia che cosa sia un infinito numerico attualmente esistente. [Sono] convinto che, poiché non conosco che cosa sono, non posso conoscere chi è il mio autore. La mia ignoranza mí indebolisce a ogni istante, e mi consolo pensando senza posa che non importa che io sappia se il mio signore è o non è nell'estensione, purché io non faccia nulla contro la coscienza che mi ha donato. Di tutti i sistemi che gli uomini hanno inventato sulla Divinità, quale sarà allora quello che abbraccerò? Nessuno, se non quello di adorarla.

[...]


31. Vi è una morale?

Più ho visto uomini diversi per clima, costumi, linguaggio, leggi, culto e per il grado della loro intelligenza, e più ho notato che possiedono tutti la stessa base morale. Hanno tutti una grossolana nozione del giusto e dell'ingiusto, senza sapere una parola di teologia. Tutti hanno acquisito questa stessa nozione nell'età in cui la ragione si sviluppa, così come tutti hanno acquisito naturalmente la capacità di sollevare pesi con dei bastoni e di superare un rigagnolo su un pezzo di legno, senza aver appreso la matematica. Mi è quindi parso che questa idea del giusto e dell'ingiusto fosse loro necessaria, poiché tutti si accordavano su questo punto, non appena potevano agire e ragionare. L'Intelligenza suprema che ci ha formati ha voluto vi fosse giustizia sulla terra, affinché noi vi potessimo vivere un certo periodo. Mi sembra che non possedendo, come [invece] gli animali, né istinto per nutrirci, né armi naturali come loro e vegetando per parecchi anni nella fragilità di un'infanzia esposta a tutti i pericoli, i pochi uomini che fossero scampati alle fauci delle bestie feroci, alla fame, alla miseria, sarebbero stati occupati a disputarsi il nutrimento e qualche pelle d'animale, e che essi si sarebbero presto distrutti come i figli del drago di Cadmo non appena avessero potuto servirsi di qualche arma. [O] almeno non ci sarebbe stata alcuna società, se gli uomini non avessero concepito l'idea di una qualche giustizia che è il legame di ogni società. In che modo l'egiziano che costruiva piramidi e obelischi e lo Sciita nomade che non conosceva nemmeno le capanne avrebbero potuto avere le stesse nozioni fondamentali del giusto e dell'ingiusto, se Dio non avesse dato fin dall'origine all'uno e all'altro questa ragione che, sviluppandosi, fa vedere loro gli stessi princìpi necessari, così come ha dato loro degli organi che, una volta raggiunto il loro pieno sviluppo, perpetuano necessariamente e nello stesso modo la razza dello Sciita e dell'Egiziano? Vedo un'orda barbara ignorante, superstiziosa, un popolo sanguinario e usuraio, che nel suo gergo non aveva neanche un termine per significare la geometria e l'astronomia. Ciononostante questo popolo ha le stesse leggi fondamentali del saggio Caldeo che ha conosciuto le rotte degli astri e del Fenicio ancora più, sapiente che si è servito della conoscenza degli astri per andare a fondare delle colonie ai confini dell'emisfero dove l'Oceano si confonde con il Mediterraneo. Tutti questi popoli affermano che si deve onorare il padre e la madre, che lo spergiuro, la calunnia, l'omicidio sono abominevoli. Quindi tutti traggono le stesse conseguenze dallo stesso principio della loro ragione sviluppata.

[...]


56. Cominciamento della ragione

Vedo che oggi, in questo secolo che è l'aurora della ragione, qualche testa di quell'idra del fanatismo rinasce ancora. Sembra che il loro veleno sia meno mortale e le loro gole meno insaziabili. Il sangue non è colato per la grazia versatile, come colò così a lungo per le indulgenze plenarie che si vendevano al mercato; ma il mostro esiste ancora; chiunque cercherà la verità rischierà di essere perseguitato. Bisogna restare oziosi nelle tenebre? O bisogna accendere una fiaccola alla quale l'invidia e la calunnia riaccenderanno le loro torce? Per quanto mi riguarda, credo che la verità non debba più, nascondersi davanti a questi mostri, che non ci si debba astenere dal prendere il cibo per paura di essere avvelenati.




La Maschera di Ferro