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IL DIBATTITO FILOSOFICO NELL'ETÀ
DEL WOLFFISMO
Martin Knutzen:
l'incontro tra pietismo e wolffismo. Franz Albert Schultz e Adolph Friedrich
Hoffmann
La filosofia di Wolff ebbe un influsso non indifferente sulla cultura tedesca, a
partire dalle molte cattedre universitarie occupate da filosofi wolffiani.
Seguace di Wolff fu Martin Knutzen (1713-1751), professore a Konigsberg e
maestro di Kant. La sua opera maggiore è la Prova filosofica della verità della
religione cristiana (1740), dove cerca di far confluire elementi di pietismo e
aspetti del wolffismo. Da lui Kant apprese la meccanica di Newton.
E anche Franz Albert Schultz, che fu discepolo di Spener e poi direttore del
Collegio Fridericianum di Konigsberg (dove studiò Kant), pensò alla filosofia di
Wolff come a un'alleata della concezione pietista della vita.
Contrario a Wolff fu invece Adolph Friedrich Hoffmann (1703 - 1741). Discepolo
di Andreas Rudiger, Hoffmann è autore di una Logica (1737), dove si pone
l'accento sulla sensazione come base della conoscenza reale.
Christian Auqust Crusius: l'autonomia della volontà
dall'intelletto
Allievo di Hoffmann (che morì troppo giovane per poter esplicitare i suoi
talenti), fu Christian August Crusius (1715-1775), il quale, influenzato dal
pietismo svevo (che a sua volta influirà su Kant), già in una dissertazione
giovanile, De appetitibus insitis voluntatis humanae (1742), cercò di porre in
rilievo l'autonomia della volontà nei confronti dell'intelletto. La libertà è un
attributo di Dio, e ogni uomo la sperimenta in se stesso. Eliminare la libertà
significherebbe toglier via la morale.
Nel 1743, Crusius, con il saggio De usu et limitibus principii rationis
determinantis, vulgo sufficientis, attacca lo stesso principio di ragion
sufficiente. Preso nella sua accezione più forte, questo principio porterebbe al
determinismo, ma esso è limitato in radice dall'esperienza e dalla realtà della
libertà. Esistono delle cause libere, e occorre distinguere le ragioni
dell'accadere degli eventi fisici dalle ragioni delle scelte e delle azioni
morali.
Del 1744 è l'Istruzione per il vivere razionale, dove, contro Wolff, si
ribadisce da una parte l'autonomia della volontà dall'intelletto, e dall'altra
si accentua il fondamento teologico dell'etica.
Lo Schema delle verità di ragione necessarie, in quanto vengono contrapposte a
quelle contingenti risale al 1745. Qui, al principio di ragion sufficiente,
Crusius sostituisce il principio:
Ciò che non può essere pensato, è falso; ciò che non può essere pensato come
falso, è vero.
Da qui si generano altri tre principi:
a il principium contradictionis: niente può
simultaneamente essere e non essere;
b il principium inseparabilium: ciò che non può
essere pensato separato non può esistere nemmeno separato;
c il principium inconiugibilium: ciò che non
può essere pensato come simultaneo e come contiguo non può neppure esistere come
simultaneo e contiguo.
«Il carattere intellettuale-gnoseologico di questi principi non deve trarre in
inganno sulla natura generale della metafisica di Crusius: lungi dal significare
un atteggiamento razionalistico analogo a quello wolffiano, sottolinea piuttosto
i limiti del sapere concettuale speculativo, il cui ordo idearum non
coincide immediatamente con l'ordo rerum. [Ed è per questo che] nel corso del
Settecento [la metafisica di Crusius] costituirà uno dei principali punti di
appoggio nella polemica contro il razionalismo di Wolff e della sua scuola»
(Bruno Bianco).
Contrario al determinismo, difensore dell'autonomia della volontà, persuaso dei
limiti dell'intelletto, Crusius rifiuta anche la tesi dell'ottimismo
leibniziano-wolffiano sul migliore dei mondi possibili: questo mondo non è
l'ottimo e il perfetto, giacché, dato che è una creatura, resta come tutte le
creature sempre perfettibili.
Johann Heinrich Lambert: la ricerca del regno della
verità
Maggiore statura filosofica di Crusius ebbe Johann Heinrich Lambert (1728-1777).
Di modeste condizioni economiche, Lambert si conquistò con tenacia la propria
istruzione, soprattutto scientifica. Precettore in Svizzera, viaggiò molto
finché nel 1765, grazie all'interessamento del filosofo Johann Georg Sulzer
(1720-1779), traduttore di Hume e autore di saggi sull'etica e sull'arte, membro
dell'Accademia di Berlino, alla cui attività contribuì, lungo dodici anni, con
ben 52 memorie.
Geometra e filosofo della geometria (le sue ricerche in proposito saranno più
tardi pubblicate da Bernoulli), Lambert, in matematica, compì ricerche sui
numeri immaginari; e ha lasciato contributi di notevole peso in astronomia e in
fotometria. Si ricordino: la Photometria, sive de mensura et gradibus /uminis,
colorum et umbrae (1760) e le Lettere cosmologiche sulla struttura dell'universo
(1761).
La filosofia di Lambert — il quale ci ha lasciato una interessante
corrispondenza con Kant — «si situa nel cuore di quelle ricerche
metodologico-fondative intorno al sapere metafisico su cui s'impianta e matura
la riflessione kantiana».
Il Trattato sul criterio della verità è del 1761; e lo scritto Sul metodo per
una corretta dimostrazione della metafisica, della teologia e della morale è del
1762. Secondo Lambert, occorre giungere a concetti semplici, conoscibili
attraverso l'esperienza ma da questa indipendenti (concetti quali: esistenza,
estensione, durata, forza, movimento ecc.), sulla cui base costruire, mediante
la loro combinazione, l'intero edificio del sapere. L'importante è dunque
trovare, come in geometria, questi postulati veri («il regno della verità») che
danno le relazioni tra gli elementi semplici.
Due altre opere filosofiche — molto ampie — di Lambert sono: il Nuovo organo o
pensieri sulla ricerca e la definizione del vero (1764); e il Disegno
dell'architettonica o teoria degli elementi semplici e primi nella conoscenza
filosofica e matematica (1771).
Il problema di fondo dell'architettonica riguarda la distinzione tra verità
logica e verità metafisica. La verità logica è il puro pensabile, cioè il
possibile, cioè ancora il non-contraddittorio. La verità metafisica, invece,
deve non solo essere pensabile, vale a dire non-contraddittoria, ma anche
dimostrare di riferirsi a qualcosa di realmente esistente, altrimenti non è che
sogno. «Lambert osserva che se il problema della logica è quello di distinguere
il vero dal falso, il problema della metafisica è quello di distinguere il vero
dal sogno» (Nicola Abbagnano). Questo problema, cioè il passaggio dal possibile
al reale, dal pensabile all'esistente, veniva dibattuto anche da Kant.
Johann Nicolaus Tetens: la fondazione psicologica della
metafisica
Nella stessa area di problemi in cui si muovevano Lambert e Kant si trova anche
il pensiero di Johann Nicolaus Tetens.
Nato nel 1736, studia a Rostock e a Copenhagen. Insegna all'Università di
Biitzow e poi, nel 1776, a Kiel. Nel 1789, Tetens lascia l'insegnamento
universitario per assumere, a Copenhagen, incarichi presso il ministero delle
finanze.
Ferrato in matematica, fisica, economia; interessato alla pedagogia, alla
linguistica e alla psicologia, Tetens si preoccupa della questione del metodo e
della fondazione della metafisica. Ma, diversamente da Lambert e da Kant, egli
punta, nelle sue indagini di tipo fondazionale, sull'aspetto psicologico. E
questo appare con chiarezza già nei Pensieri intorno ad alcune ragioni del fatto
che in metafisica esistono solo poche verità stabilite (1760), come anche nello
scritto Sulla filosofia speculativa generale (1775).
Se vogliamo fondare la metafisica — dice Tetens —, non possiamo fermarci
all'osservazione empirica su cui insistono i filosofi inglesi; dobbiamo
piuttosto porre la nostra attenzione a quella che è l'attività dell'intelletto
comune a tutti gli uomini. Tuttavia, questa attività dell'intelletto umano non è
considerata, kantianamente, in senso trascendentale, ma nei risvolti
empirico-psicologici.
La stessa idea viene sviluppata ancora nell'opera maggiore di Tetens, i Saggi
filosofici sulla natura umana e sul suo sviluppo (1777). Qui egli scrive:
Le rappresentazioni originarie sorgono in noi dalle nostre modificazioni e
dai nostri stati
quando questi sono attualmente presenti in noi e sono stati sentiti e avvertiti,
ossia dalle nostre sensazioni. [...] Le rappresentazioni originarie sono
la materia e la sostanza di tutte le altre, ossia di tutte le rappresentazioni
derivate. L'anima ha la facoltà di scomporle, dividerle, separarle le une dalle
altre, di mescolare nuovamente, congiungere e comporre le loro singole parti
costitutive.
Sempre nei Saggi filosofici, Tetens sviluppa una interessantissima critica alla
teoria della causalità di Hume. Per Tetens il concetto di causa non può derivare
dalla connessione delle rappresentazioni, quindi esso proviene dall'attività
dell'intelletto. La vicinanza tra Tetens e Kant è palese, pur se in lui non è
presente il progetto kantiano delle strutture trascendentali dell'esperienza.
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