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Il XV secolo
Il XV secolo vede, col moltiplicarsi delle università e la diffusione nel centro
e nel nord Europa della cultura elaborata nelle sedi tradizionali d’insegnamento,
una cristallizzazione delle posizioni scolastiche nella contrapposizione delle
‘vie’, ovvero dei più rappresentativi sistemi filosofici elaborati fra Due e
Trecento: la ‘via di Tommaso’, la via moderna (i seguaci di Ockham, fra cui
spiccano Gabriele Biel e Paolo Veneto), la via antiqua (i seguaci di posizioni
albertiste, come Eimerico da Campo, 1395-1460), insieme ai fermenti umanistici
iniziati già nel secolo precedente fra i laici come Francesco Petrarca
(1304-1374). La diffusione delle discussioni filosofiche anche al di fuori delle
scuole, soprattutto nelle corti e negli ambienti umanistici, produce in Francia
l’opera di Christine de Pizan (1363-1430ca), di capitale importanza per
l’emergere del dibattito su uguaglianza e diversità fra uomo e donna, che
proseguirà in età moderna con la cosiddetta ‘querelle des femmes’.
L'università
diventa il terzo potere dopo la chiesa e gli stati (sacerdotium, regnum, studium)
e può rivelarsi sia organica ad uno dei due altri (al potere ecclesiastico,
secondo la posizione teocratica espressa nel XIII sec. da Egidio Romano, che
utilizzava la nozione teologica di gerarchia; al potere regio, secondo le
elaborazione dei giuristi al servizio di Filippo il Bello che utilizzano fra
l’altro la metafora organicistica che paragona lo stato al corpo umano,
introdotta da Marsilio da Padova, per sostenere attraverso l’equivalenza
cuore-cervello l’ordinamento non gerarchico dei due poteri); sia critica nei
confronti della problematica ecclesiologica, come mostrano la distinzione fra
Santa Chiesa la Grande e Santa Chiesa la Piccola nella mistica proposta da
Margherita Porete, condivisa da altri esponenti del mondo beghinale e della
mistica speculativa; nonché la valorizzazione della spiritualità laica e
l’emergere dell’idea di chiesa nazionale, dapprima con Giovanni Wyclif
(1330-1384) e poi con Giovanni Hus (1372-1415).
Il filosofo più rappresentativo
del secolo è Nicola Cusano (1401-1464), che per la tematizzazione del rapporto
fra finito e infinito nel rapporto fra Dio e mondo e per la sua originale
dottrina della conoscenza come ‘dotta ignoranza’ viene usualmente considerato
come il primo filosofo ‘moderno’. Cusano condusse la sua ricerca filosofica al
di fuori degli ambienti universitari, nel vivo delle problematiche
conciliaristiche e più in generale politiche: il De pace fidei, dialogo fra
religioni che presenta la prima espressione filosofica dell’idea che la
modernità avrebbe denominato ‘tolleranza’, fu scritto nel 1453, all’indomani
della presa di Costantinopoli da parte dei turchi.
Una delle conseguenze di
questo evento fu la venuta in Italia di filosofi e teologi bizantini, che
rafforzò la ripresa di contatti già iniziata con la presenza di alcuni di essi
al concilio di Firenze e Ferrara (1433-34):
Giorgio Gemisto Pletone, Giorgio
Scolarios, Giorgio di Trebisonda, Giovanni Bessarione introducono le opere di
Platone e l’esigenza filosofica della conciliazione di Platone e Aristotele, che
sarà fatta propria da molti degli autori raccolti nell’Accademia platonica,
fondata a Firenze nel 1440:
si apre così la stagione della filosofia
rinascimentale, su cui influisce anche la letteratura filosofica ebraica
prodotta in lingua latina da autori come Hazdai Crescas (m. 1410), Isaac
Abrabanel (1437-1508) ed Elia Delmedigo (1460-1497), che reintroducono nelle
discussioni filosofiche le tematiche cabbalistiche.
La fine del Medioevo è contrassegnata filosoficamente dalla rottura con la
logica tardo-scolastica e con la dipendenza da Aristotele, dunque col movimento
avviato nel XII secolo, e il Rinascimento costruirà la propria identità
filosofica a partire dalla programmatica polemica antiscolastica (Garin,
Rinascite e rivoluzioni). Ma per quel che riguarda altre forme di pensiero - per
esempio i saperi scientifici: la fisica nominalista, la medicina, le dottrine
ermetico-pratiche - la cesura fra Medioevo e Rinascimento non è né così netta né
contemporanea alla critica umanistica della filosofia scolastica. Quest’ultima
continuò a vivere nelle università, i cui contenuti si trasformano in maniera
assai più lenta e impercettibile: fra '500 e '600 si ha una ripresa del pensiero
scolastico, la 'seconda scolastica', che trova espressione nei commenti
aristotelici di Coimbra (Conimbricenses).
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