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HULRICH ZWINGLI
E ALTRI TEOLOGI DELLA RIFORMA
Hulrich Zwingli, il riformatore di Zurigo
Hulrich Zwingli (1484-1531) fu dapprima discepolo di Erasmo, e, malgrado una
formale rottura con lui, restò profondamente legato alla mentalità umanistica.
Imparò il greco e l'ebraico, e studiò non solo la Scrittura, ma anche gli
antichi pensatori, come Platone e Aristotele, Cicerone e Seneca.
Condivise,
almeno agli inizi della sua evoluzione spirituale, la convinzione propria di
Ficino e di Pico circa la rivelazione universalmente estesa, anche al di
fuori,della Bibbia. Dal 1519 incominciò la sua attività di predicatore luterano
in Svizzera.
Zwingli era convinto assertore di alcune delle tesi fondamentali di
Lutero, e, in particolare, delle seguenti: a) la Scrittura è la sola fonte di
verità; b) il papa e i Concili non hanno un'autorità che vada oltre quella delle
Scritture; c) la salvezza avviene per la fede e non per le opere; d) l'uomo è
predestinato.
Da Lutero dividevano Zwingli, oltre che alcune idee teologiche (in particolare
circa i sacramenti, cui egli annetteva valore quasi solo simbolico), la cultura
umanistica con forti rigurgiti di razionalismo e un forte patriottismo elvetico
(quest'ultimo lo portò, inconsapevolmente, a privilegiare gli abitanti di Zurigo,
quasi fossero essi gli eletti per eccellenza)
.
Per dare un'idea concreta del ripiegamento in senso umanistico-filosofico della
dottrina zwingliana, scegliamo due punti molto importanti: quello del peccato e
della conversione, e la ripresa di tematiche ontologiche di carattere
panteistico.
Per quanto concerne il peccato, Zwingli ribadisce che esso ha la sua radice
nell'amore di sé (egoismo). Tutto ciò che l'uomo fa in quanto
uomo è determinato da questo amore di sé, e pertanto è peccato. La conversione è
invece una illuminazione della mente. Ecco le precise parole di Zwingli:
Quelli che hanno fiducia in Cristo, sono diventati uomini nuovi. In che modo?
Forse lasciando l'antico corpo
per rivestirne uno nuovo? No certo, il corpo vecchio rimane. Rimane dunque
insieme anche la malattia? Rimane. Che cosa viene rinnovato allora nell'uomo? La
mente. In che modo? In questo modo: prima essa era ignara di Dio, ma dove vi è
ignoranza di Dio, ivi non vi è che carne, peccato, stima di sé; dopo che ha
riconosciuto Dio, l'uomo comprende veramente
se stesso interiormente ed esteriormente. E si disprezza dopo essersi conosciuto.
Quindi avviene che tutte le sue opere, anche quelle che fino a quel tempo soleva
stimare buone, reputi di nessun valore. Quando dunque attraverso la
illuminazione della grazia celeste la mente umana riconosce Dio, l'uomo è
diventato nuovo.
Dove la sottolineatura dell'illuminazione della mente mostra con immediata
evidenza il tentativo di recupero (nei precisi limiti indicati) delle facoltà
razionali dell'uomo.
Per quanto concerne il secondo punto, è interessante rilevare come Dio torni a
essere concepito in senso ontologico come Colui che è per sua stessa natura, e
quindi come fonte di ciò che è. Ma l'essere delle cose, per Zwingli, non è se
non l'essere di Dio, dato che Dio ha tratto l'essere delle cose (quando le ha
create) dalla sua propria essenza. Perciò, dice Zwingli:
Poiché l'essere delle cose non deriva da Dio come se il loro esistere e la loro
essenza fosse diversa da quella di Dio, ne consegue che per quanto riguarda
l'essenza e l'esistenza, nulla vi è che non sia la divinità: questa è infatti
l'essere di tutte le cose.
La predestinazione, per Zwingli, si inserisce in un contesto deterministico ed è
considerata uno degli aspetti della provvidenza. Un segno sicuro per riconoscere
gli eletti c'è, e consiste appunto nell'avere la fede. I fedeli, in quanto
eletti, sono tutti uguali. La comunità dei fedeli si costituisce anche come
comunità politica. E così la Riforma religiosa sfociava in una concezione
teocratica, su cui pesavano ambiguità di vario genere.
Zwingli morì nel 1531, combattendo contro le truppe dei cantoni cattolici. Le
ire di Lutero contro di lui, cominciate non appena Zwingli diede segni di
autonomia, non cessarono nemmeno con la sua morte, che egli così commentò:
«Zwingli ha fatto la fine di un assassino [.. .]; ha minacciato con la spada, e
ha avuto la mercede che si meritava». Lutero aveva affermato solennemente (con
le parole del Vangelo) che «chi userà la spada, perirà di spada», e che la spada
non doveva essere usata in difesa della religione.
Ma già nel 1525 egli aveva esortato Filippo d'Assia a reprimere nel sangue i
contadini in rivolta sotto la guida di Tommaso Mtintzer, che da lui era stato
convertito e nominato pastore in una località della Sassonia.
E ormai la spirale delle violenze era inarrestabile: il germe delle guerre di
religione stava fatalmente diffondendosi e doveva diventare una delle maggiori
calamità dell'Europa moderna.
Altre figure legate al movimento protestante, da Filippo Melantone a Jakob Bbhme
Fra i discepoli di Lutero ebbe una certa importanza
Filippo Melantone
(1497-1560), il quale, però, attenuò via via certe asperità del maestro e tentò
una sorta di mediazione fra le posizioni della teologia luterana e quella
tradizionale cattolica. L'opera che gli diede fama si intitola Loci communes (che
contiene esposizioni sintetiche dei fondamenti teologici), pubblicata nel 1521 e
più volte riedita con varianti sempre più accentuatamente moderate.
Melantone cercò di correggere Lutero in tre punti chiave:
1) sostenne la tesi che nella salvezza la fede ha un ruolo essenziale, ma che
l'uomo con la sua opera «collabora», e quindi funge quasi da concausa della
salvezza;
2) volle ridare valore alla tradizione, al fine di porre termine ai dissidi
teologici che la dottrina del libero esame aveva scatenato;
3) sembrò fare un certo spazio, sia pure esiguo, alla libertà. Al maestro
rimproverò il carattere dispotico, la rigidezza e la bellicosità. I suoi abili
disegni di riconciliazione dei cristiani sfumarono nel 1541 a Ratisbona, dove le
parti in causa (luterani, calvinisti e cattolici) non accettarono la base
dell'accordo da lui proposta.
Forti tinte razionalistiche si riscontrano in
Michele Serveto (Miguel Servet,
1511-1553), che nella sua opera Gli errori della Trinità (1531) mise in
discussione il dogma trinitario e la divinità di Cristo, che per lui fu un uomo
che si avvicinò in modo straordinario a Dio e che gli uomini debbono cercare di
imitare. Fu condannato a morte da Calvino, intollerante di qualunque forma di
dissenso in fatto di dogma.
Degni di menzione sono
Lelio Socino (1525-1563) e soprattutto il nipote
Fausto
Socino (1539-1604), che, riparato in Polonia, formò una setta religiosa
denominata dei «fratelli polacchi». L'uomo, contrariamente a quanto sostenevano
gli altri riformatori, per Socino può «meritare» la grazia, perché è libero. La
Scrittura è l'unica fonte attraverso cui conosciamo Dio, l'intelligenza
dell'uomo deve esercitarsi appunto nell'opera di interpretazione dei testi sacri.
In tale interpretazione ciascuno è veramente libero. Socino tende a una
interpretazione in chiave prettamente etica e razionalistica dei dogmi, in
evidente antitesi rispetto all'irrazionalismo di fondo dei Luterani e dei
Calvinisti.
L'aspetto mistico proprio del pensiero della riforma protestante è invece
portato alle estreme conseguenze da
Sebastian Franck
(1499-1542), di cui furono celebri i Paradossi (1534), da
Valentin Weigel
(1533-1588), le cui opere circolarono solo dopo la sua morte, e da
Jakob
Bòhme
(1575-1624), di cui sono diventati famosi soprattutto gli scritti: L'aurora
nascente (1612) e I tre principi della natura divina (1619).
Jakob Bòhme soprattutto avrà influssi sui pensatori dell'età romantica. Le sue
idee non sono riassumibili, giacché sono espressioni di una esperienza mistica
intensamente vissuta e sofferta. Sono vere e proprie «allucinazioni metafisiche»,
come è stato detto. Il senso di questa esperienza è riassunto da Gerardo
Fraccari come segue: «Per Bòhme la vera Vita è l'"angoscia" dell'individuo
disperatamente solo, di fronte a un infinito che rimane muto alle sue richieste,
è la "tensione" esplosiva verso una soluzione, è il "lampo" che improvvisamente
squarcia le tenebre, è il "regno della gioia" in cui si realizza la grande
pacificazione fra le parti e il Tutto, è la Maestà di Dio, in cui la potenza di
Dio si dispiega nella sua armoniosa totalità. Certo
Bòhme era persuaso di
scrivere per pochi (donde il suo esoterismo) ed era persuaso che il suo stesso
linguaggio per quanto immaginifico e magico, per se stesso non fosse sufficiente
a illuminare le anime degli uomini senza l'intervento di qualche cosa in più che
avrebbe aiutato a fare l'ultimo balzo dal mondo visibile al mondo
dell'invisibile.
Egli scriveva nel suo Epistolario:
"Io vi dico, egregio
Signore, che voi avete visto sinora nei miei scritti soltanto un riflesso di
simili misteri, giacché essi non possono mai essere descritti. Se voi sarete
riconosciuto degno da Dio che la luce venga accesa nel vostro animo, allora voi
udirete, gusterete, fiuterete, sentirete, e vedrete le inesprimibili parole di
Dio".
Esiste cioè un momento nel processo mistico, quando la tensione
dell'individuo è portata all'estremo, in cui interviene una forza superiore a
realizzare il passaggio definitivo dal visibile all'invisibile».
Le opere bòhmiane furono avversatissime, ma, forse a motivo della sua scelta di
vita semplice, Bòhme (che visse facendo l'umile mestiere dell'artigiano) non fu
perseguitato e venne sostanzialmente tollerato.
Giovanni Calvino - Istituzione cristiana
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