LA FILOSOFIA ANTICA
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La scuola eleatica

Parmenide
 
L'essere tra analisi linguistica e metafisica
Le facce della luna 
La follia del divenire

Il fondatore dell'eleatismo è Parmenide
La grandezza di Parmenide risulta già dall'ammirazione che suscito in Platone questi ne fece il personaggio principale del dialogo che segna il punta critico del suo pensiero e che s’intitola a lui; e lo designa (Teet., 183 e) come «venerando e insieme terribile».
Parmenide era cittadino di Elea o Velia, colonia focese situata sulla costa della Campania a sud di Paestum. Secondo le indicazioni di Apollodoro, che pone il suo fiorire nella 69 Olimpiade, sarebbe nato nel 540-39; ma questa indicazione è in contrasto con la testimonianza di Platone secondo la quale Parmenide aveva 65 anni quando, accompagnato da Zenone, venne ad Atene e si incontrò con Socrate allora giovanissimo (Parm., 127 b; Teet., 183 e; Sof., 217 c).
Data la grande elasticità delle indicazioni cronologiche di Apollodoro, non c'è motivo di porre in dubbio la ripetuta test inumianza di Platone: onde è da ritenersi probabile che Parmenide sia nato verso il 516-1 l. Aristotele riporta dubitativamente l'indicazione che Parmenide sia stata scolaro di Senofane; ma dato che è da escludere, come si è visto, che Senofane abbia fondato una scuola ad Elea, l'indicazione aristotelica forse non significa altro se non che Parmenide ha ripreso l'indirizzo di pensiero iniziato da Senofane.
Secondo altre tradizioni (DIOG. L., IX, 21; Diels, A 1) Parmenide fu educato alla filosofia dal pitagorico Ameinias e condusse «viri pitagorica». Egli è il primo che abbia esposto la sua filosofia in un poema in esametri. Senofane aveva esposto bensì in versi le sue idee filosofiche ma in forma occasionale, intramezzandole alle sue poesie satiriche. Anassimandro, Anassimene ed Eraclito avevano scritto in prosa. L'esempio di Parmenide sarà seguito soltanto da Empedocle. Del poema di Parmenide che, probabilmente, solo in seguito fu indicato con il titolo Intorno alla natura, ci restano 154 versi.
Il poema era diviso in due parti: la dottrina della verità (alétheia) e la dottrina dell'opinione (doxa). In quest'ultima parte Parmenide esponeva le credenze dell'uomo comune, proponendosi, però, rispetto ad esse un compito valutativo e normativo. «Anche questo imparerai: come stiano verosimilmente le cose apparenti, per chi le esamini in tutto e per tutto».

 Conseguentemente Parmenide presenta un complesso di teorie fisiche probabilmente di ispirazione pitagorica. Al dualismo del limite e dell'illimitato, fa corrispondere quello della luce e delle tenebre che forse non era ignoto agli stessi Pitagorici; e considera la realtà fisica come un prodotto della mescolanza e insieme della lotta di questi due elementi (fr. 9, Diels). L'opposizione tra questi due elementi è stata interpretata, a partire da Aristotele, come opposizione tra il caldo e il freddo. «Parmenide, dice Aristotele (Fis., I, 5, 188 a, 20) prende per principio il caldo e il freddo che egli
però chiama fuoco e terra». In questa forma,il dualismo parmenideu fu ripreso nel Rinascimento da Telesio. Ma questa parte del poema di Parmenide in cui egli si limita ad esporre «le opinioni dei mortali» limitandosi a correggerle secondo una maggiore verisimiglianza, sembra avere soltanto lo scopo di una rettifica o correzione delle opinioni correnti che tuttavia rimangono lontane dalla verità, perché legate al dominio dell'apparenza.
Il tema originale della sua filosofia è il contrasto tra la verità e l'apparenza. «Due sole vie di ricerca si possono concepire. L'una è che l'essere è e non può non essere; e questa è la via della persuasione perché è accompagnata dalla verità. L'altra, che l'essere non è ed è necessario che non sia; e questo, ti dico, è un sentiero sul quale nessuno può persuaderci di nulla» (fr. 4, Diels). Perciò «un solo cammino resta al discorso: che l'essere è» (fr. 8). Ma questo cammino non può essere seguito che dalla ragione: giacché i sensi invece si fermano all'apparenza e pretendono testimoniarci il nascere, il perire, il mutare delle cose, cioè insieme il loro essere e il loro non essere. Sulla via dell'apparenza è come se gli uomini avessero due teste, una che vede l'essere, l'altra che vede il non essere, e vagano di qua e di là come stolti e insensati senza poter rendersi conto di nulla. Parmenide vuole allontanare l'uomo dalla conoscenza sensibile, vuole disabituarlo dal lasciarsi dominare dall'occhio, dalle orecchie e dalle parole. L'uomo deve giudicare con la ragione e considerare con essa le cose lontane come se gli stessero innanzi.
Ora la ragione dimostra subito che non si può né pensare né esprimere il non essere. Non si può pensare senza pensare qualcosa; il pensare a nulla è un non pensare, il dir nulla è un non dire. Il pensiero e l'espressione devono in ogni caso avere un oggetto e questo oggetto è l'essere. Parmenide determina con tutta chiarezza quel criterio fondamentale della validità della conoscenza che doveva dominare tutta la filosofia greca: il valore di verità della conoscenza dipende dalla realtà dell'oggetto, la conoscenza vera non può essere che conoscenza dell'essere. Tale è il significato delle affermazioni famose di Parmenide: «La stessa cosa è il pensiero e l'essere» (fr. 3, Diels). «La stessa cosa è il pensare e l'oggetto del pensiero; senza l'essere nel quale il pensiero è espresso tu non potresti trovare il pensiero, giacché niente altro c'è o ci sarà fuori dell'essere» (fr. 8, v. 34-37).
All'essere che è oggetto del pensiero, Parmenide attribuisce gli stessi caratteri che Senofane aveva riconosciuto al dio-tutto. Ma questi caratteri sono da lui ricondotti ad un'unica modalità fondamentale, che è quella della necessità. «L'essere è e non può non essere» (fr. 4, Diels) è la tesi principale di Parmenide: tesi che esprime quello che è per lui il senso fondamentale dell'essere in generale e costituisce il principio direttivo dell'indagine razionale. La necessità rispetto al tempo è eternità cioè contemporaneità, totum simul; rispetto al molteplice è unità, rispetto al divenire (cioè al nascere e perire) è immutabilità (fr. 8, 2-4, Diels). In particolare l'eternità non è intesa da Parmenide come durata temporale infinita ma come negazione del tempo. «L'essere non è stato mai né mai sarà perché è ora tutto insieme, uno e continuo». Parmenide ha elaborato per primo il concetto dell'eternità come presenza totale. L'essere non può nascere né perire, giacché dovrebbe derivare dal non essere o dissolversi in esso, il che è impossibile perché il non essere non è. L'essere è indivisibile perché è tutto uguale e non può essere in un luogo più o meno che in un altro; è immobile perché risiede nei propri limiti; è finito perché l'infinito è incompiuto e l'essere non manca di nulla.
L'essere è compiutezza e perfezione; e in questo senso appunto finitezza. Come tale, è paragonato da Parmenide ad una sfera omogenea, immobile, perfettamente uguale in tutti i punti. «Poiché vi è un limite estremo, l'essere è perfetto da ogni parte, simile alla massa arrotondata di una sfera uguale dal centro a ogni sua parte» (fr. 8). Perciò pure l'essere è pieno, in quanto è tutto presente a se stesso e in nessun punto mancante o deficiente in sé; esso è autosufficienza.

Qualcuna di queste determinazioni, per esempio quella della pienezza, e il paragone della sfera, hanno fatto pensare ad una corporeità dell'essere parmenideo. Da Zeller in poi si è affermato che né Parmenide né gli altri filosofi presocratici si sono sollevati alla distinzione tra corporeo e incorporeo: come se fosse verosimile che uomini che hanno raggiunto tale altezza di astrazione speculativa, potessero non aver realizzato la prima e più povera di tali astrazioni, la distinzione tra il corporeo e l'incorporeo. In realtà la pienezza dell'essere significa la sua autosufficienza perfetta, per la quale l'essere non manca o difetta di sé in alcuna sua parte; e la sfera non è, come il testo dimostra, che un termine di confronto del quale Parmenide si serve per illustrare la finitezza dell'essere, i cui limiti non sono negatività, ma perfezione. Si è pure addotta, per provare la corporeità dell'essere parmenideo, una frase di Aristotele la quale dice che Parmenide e Melisso «non ammisero altro se non le sostanze sensibili» (De coelo, III, 1, 298 b, 21). Ma Aristotele, che qualche rigo prima aveva detto che questi filosofi «non parlano da fisici», cioè non si occupano delle sostanze corporee, intende solo dire, con quella frase, che essi non hanno ammesso quelle sostanze intellettuali (le intelligenze celesti) alle quali, anche secondo lui, si possono riferire l'ingenerabilità e l'incorruttibilità che gli Eleati predicano dell'essere. In realtà, Parmenide ha formulato per la prima volta con assoluto rigore logico i principi fondamentali di quella scienza filosofica che molto più tardi si chiamerà ontologia.
Egli infatti ha rivelato in tutta la sua potenza logica quella necessità intrinseca dell'essere che già i filosofi ionici e specialmente Anassimandro avevano espresso nel concetto della sostanza. Ricorrono in lui, anzi, adoperati ad esprimere la necessità dell'essere, gli stessi termini di cui si era servito Anassimandro: la legge ferrea della giustizia (dike) o del destino (Moira). « La giustizia non allenta le sue catene e non lascia che qualcosa nasca o venga distrutta, ma mantiene fermamente tutto ciò che è» (fr.8, v. 6). «Nulla c'è né ci sarà al di fuori dell'essere, giacché il destino l'ha incatenato in modo che esso rimanga intero ed immobile» (fr. 8, v. 36). La giustizia e il destino non sono, qui, forze mitiche: sono termini che servono a esprimere con evidenza intuitiva e poetica la modalità dell'essere, che non può non essere.
Per la prima volta da Parmenide il problema dell'essere è stato posto come problema metafisico-ontologico cioè nella sua massima generalità e non più soltanto come problema fisico. La domanda «che cosa è l'essere?» di cui Parmenide ha voluto formulare la risposta non è equivalente alla domanda «che cosa è la natura?» di cui avevano cercata la risposta i filosofi precedenti e lo stesso Eraclito. L'essere di cui parla Parmenide, in primo luogo non è quello soltanto della natura ma anche quello dell'uomo, delle comunità umane o di qualsiasi cosa pensabile; e in secondo luogo non ha un rapporto diretto con le apparenze naturali od empiriche perché è al di là di tali apparenze e ne costituisce la struttura necessaria, riconoscibile solo con il pensiero. La caratterizzazione di questa struttura è data da Parmenide con il ricorso a quella che oggi chiamiamo una categoria della modalità: la necessità. L’essere vero o autentico, l'essere di cui non si può dubitare e che solo il pensiero può rilevare è l'essere necessario. «L’essere è e non può non essere» (fr. 4). E questa una risposta che la ricerca ontologica doveva dare alla stessa domanda per molti e molti secoli
e che, da un certo punto di vista, è anche l'unica risposta che essa può dare. Una sua con
seguenza immediata è la negazione del possibile: giacché il possibile è ciò che può non essere e, secondo Parmenide, ciò che può non essere, non è. Difatti «nulla, dice Parmenide, c'è che impedisca all'essere di giungere a se stesso» (fr. 8, 45): cioè che gli impedisca di realizzarsi nella sua pienezza e perfezione. I Megarici (§ 37) esprimeranno la stessa cosa con il teorema «ciò che è possibile si realizza, ciò che non si realizza non è possibile».
La forma poetica non è, per il pensiero di Parmenide, così inflessibile nella sua logica rigorosa, una veste occasionale. Essa è dettata dall'entusiasmo del filosofo che nella ricerca puramente razionale, la quale non concede nulla all'opinione e all'apparenza, ha riconosciuto la via della salvezza umana. Parmenide è veramente pitagorico - nel senso in cui lo sarà Platone - per la sua convinzione incrollabile che solo con la ricerca rigorosamente condotta l'uomo può giungere in salvo, presso la verità. L'immagine, con cui si apre il poema di Parmenide, del saggio che è trasportato da cavalle focose, «intatto (asiné) attraverso ogni cosa, sulla via famosa della divinità» (fr. 1), manifesta tutta la forza di una convinzione iniziatica, la quale ha fede, non in riti o misteri, ma solo nella potenza della ragione indagatrice. E così nella personalità di Parmenide, per la prima volta nella storia della filosofia, si saldano insieme il rigore logico della ricerca e il suo significato esistenziale. La «terribilità» di Parmenide consiste appunto nella straordinaria potenza che la ricerca razionale acquista in lui, radicata com'è nella fede nel suo fondamentale valore umano. Si è visto talora in Parmenide il fondatore della logica; ma questo è troppo o troppo poco per lui. Se per logica si intende una scienza a sé, che serva come strumento della ricerca filosofica, nulla è più estraneo a Parmenide di una logica così intesa. Ma se per logica si intende la disciplina intrinseca della ricerca, in quanto si rende indipendente dall'opinione e si fonda su di un proprio principio autonomo, allora veramente Parmenide è il fondatore della logica. D'altronde la pura tecnica della ricerca potrà diventare, con Aristotele, oggetto di una scienza particolare solo dopo che Parmenide e Platone ne avranno mostrato in atto tutto il valore.



PARMENIDE - DELLA NATURA