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La scuola eleatica
Zenone di Elea

Scolaro e amico di Parmenide, ZENONE di Elea era (secondo Platone, Parm.,
127 a) più giovane di lui di 25 anni: la sua nascita deve dunque cadere verso il
489. Come la maggior parte dei primi filosofi, Zenone partecipò alla politica
della sua città natale; pare che abbia contribuito al buon governo di Elea e che
sia morto coraggiosamente sotto la tortura per aver cospirato contro un tiranno
(Diels, A 1). Platone stesso (Pann., 128 b) ci espone il carattere e l'intento
di uno scritto, che doveva essere la più importante opera di Zenone. Lo scritto
era una «specie di rinforzo» dell'argomentazione di Parmenide, diretto contro
quelli che cercavano di volgerla in burla adducendo che, se la realtà è una, ci
si trova imbrogliati in molte e ridicole contraddizioni. Lo scritto ripagava
costoro della stessa moneta perché tendeva a dimostrare che la loro ipotesi
della molteplicità si impigliava, sviluppata a fondo, in difficoltà ancora
maggiori. Il metodo di Zenone consisteva quindi nel ridurre all'assurdo le tesi
dei negatori dell'unità dell'essere riuscendo così a confermare la tesi di
Parmenide.
Proprio in considerazione di questo metodo Aristotele riconobbe in Zenone
l'inventore della dialettica. E difatti la dialettica è per Aristotele il
ragionamento che parte non da premesse vere ma da premesse probabili o che
sembrano probabili (Top., I, 1, 100 b, 21 sgg.); e le tesi da cui parte Zenone
per confutarle sembrano appunto probabili ai più. Hegel invece ritenne che la
dialettica di Zenone è una dialettica imperfetta perché metafisica e l'avvicinò
a quella kantiana delle antinomie; Zenone si sarebbe servito delle antinomie per
dimostrare la falsità delle apparenze sensibili, Kant per affermarne la verità:
perciò Zenone sarebbe superiore a Kant (Geschichte der Phil., ed. Glockner, I,
p. 343 sgg.). Gli storici moderni si sono preoccupati di determinare contro chi
fossero dirette le confutazioni di Zenone; e i più vedono nel pitagorismo
l'oggetto di queste confutazioni in quanto esso affermava la realtà del numero
cioè del molteplice. Ma è difficile, supporre che il numero di cui parla il
pitagorismo sia un puro molteplice: esso è piuttosto un ordine ed un ordine
misurabile. Né è indispensabile supporre che Zenone abbia tenuto presenti le
tesi di questo o di quel filosofo: appare probabile che egli abbia schematizzato
e fissato i fondamenti tipici di ogni pluralismo in modo che la sua confutazione
valesse sia contro il comune modo di pensare (la doxa di Parmenide), sia contro
i filosofi che concordano con esso nell'ammettere il pluralismo.
Gli argomenti di Zenone possono essere distinti in due gruppi. Il primo gruppo è
diretto contro la molteplicità e la divisibilità delle cose. Il secondo gruppo è
diretto contro il movimento. Se le cose sono molte, dice Zenone, il loro numero
è ad un tempo finito e infinito; finito, perché esse non possono essere più o
meno di quante sono; infinito, perché tra due cose ce ne sarà sempre una terza e
tra questa e le altre due ancora altre e così via (fr. 3, Diels). Contro l'unità
intesa come elemento reale delle cose, Zenone osserva che, se l'unità ha una
grandezza sia pur minima, poiché in ogni cosa si trovano infinite unità, ogni
cosa sarà infinitamente grande; mentre, se l'unità non ha grandezza, le cose che
risultano da essa saranno prive di grandezza e cioè mille (fr. 1 e 2).
L'argomento vale pure, evidentemente, contro la realtà della grandezza. Ma
neppure lo spazio è reale. Se tutto è nello spazio, lo spazio, a sua volta,
dovrà essere in un altro spazio e così all'infinito: questo è impossibile e
bisogna ritenere che nulla sia nello spazio (Diels, A 24). Contro la
molteplicità è diretto pure l'altro argomento che se un moggio di frumento fa
rumore quando cade, ogni granello e ogni particella di un granello dovrebbero
rendere un suono: il che non accade (Diels, A 29). La difficoltà è qui
nell'intendere come diverse cose riunite insieme possano produrre un effetto che
ciascuna di esse separatamente non produce.
Ma gli argomenti più famosi di Zenone sono quelli contro il movimento che ci
sono stati conservati da Aristotele (Fis., VI, 9). Il primo è quello cosiddetto
della dicotomia: per andare da A a B, un mobile deve prima effettuare la metà
del tragitto A-B; e, prima ancora, la metà di questa metà;
e così via all'infinito; sicché non arriverà mai a B. Il secondo argomento è
quello del
l'Achille: Achille (cioè il più veloce) non raggiungerà mai la tartaruga (cioè
il più lento), posto che la tartaruga abbia un passo di vantaggio. Difatti,
prima di raggiungerla, Achille dovrà raggiungere il punto da cui è partita la
tartaruga sicché la tartaruga sarà sempre in vantaggio. Il terzo argomento è
quello della freccia. La freccia, che appare in movimento, in realtà è immobile:
difatti ad ogni istante la freccia non può occupare che uno spazio pari alla sua
lunghezza ed è immobile rispetto a questo spazio; e poiché il tempo è fatto di
istanti, per tutto il tempo la freccia sarà immobile. Il quarto argomento è
quello dello stadio. Due masse uguali, dotate di velocità uguali, dovrebbero
percorrere spazi uguali in tempi uguali. Ma se due masse si muovono incontro
dalle estremità opposte dello stadio, ognuna di esse impiega a percorrere la
lunghezza dell'altra la metà del tempo che impiegherebbe se una di esse fosse
ferma: da ciò Zenone traeva la conclusione che la metà del tempo è uguale al
doppio.
L'intenzione di questi sottili argomenti, che spesso sono stati chiamati sofismi
o cavilli anche da filosofi che non hanno mostrato molta abilità nel confutarli,
è abbastanza chiara. Lo spazio e il tempo sono la condizione della pluralità e
del mutamento delle cose: perciò, se essi si dimostrano contraddittori,
dimostrano contraddittori, quindi irreali, la molteplicità e il mutamento. Ma
essi sono contraddittori se si ammette (come Zenone ritiene inevitabile) la loro
infinita divisibilità: perciò tale infinita divisibilità è assunta da Zenone
come tacito presupposto dei suoi argomenti. Aristotele cercò pertanto di
confutarli negando soprattutto l'infinita divisibilità del tempo e affermando
che le parti del tempo non sono mai istanti, privi di durata, ma hanno sempre
una certa durata, anche se minima: così non sarebbe impossibile percorrere parti
infinite di spazio in un tempo finito. Questa confutazione non vale molto. I
matematici moderni, a partire da Russell (Principles of Mathematics, 1903),
tendono piuttosto ad esaltare Zenone proprio per avere ammesso la possibilità
della divisione all'infinito, che è alla base del calcolo infinitesimale. E si
può ammettere che gli argomenti di Zenone, con le discussioni che hanno sempre
suscitato, siano serviti anche a questo. Ma Zenone, certo, non fu un matematico;
e ciò di cui egli si preoccupava era soltanto la negazione della realtà dello
spazio, del tempo e della molteplicità.
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