LA FILOSOFIA ANTICA
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La scuola ionica
Carattere della filosofia presocratica


La filosofia presocratica sino ai Sofisti è dominata dal problema cosmologico. Essa non esclude l'uomo dalla sua considerazione; ma nell'uomo vede soltanto una parte o un elemento della natura, non già il centro di un problema specifico. Per i Presocratici, gli stessi principi che spiegano la costituzione del mondo fisico, spiegano la costituzione dell'uomo. Il riconoscimento del carattere specifico dell'esistenza umana è loro estraneo ed è quindi estraneo il problema di ciò che l'uomo è nella sua soggettività come principio autonomo della ricerca. Il còmpito della filosofia presocratica è quello di rintracciare e riconoscere, al di là delle apparenze molteplici e continuamente mutevoli della natura, l'unità che fa della natura stessa un mondo: l'unica sostanza che costituisce il suo essere, l'unica legge che regola il suo divenire. La sostanza è per i Presocratici la materia di cui tutte le cose sono composte; ma è anche la forza che spiega la loro composizione, la loro nascita e la loro morte, e il loro perenne mutamento.
Essa è principio non solo nel senso che spiega la loro origine ma anche e soprattutto nel senso che rende intelligibile e riconduce all'unità quella loro molteplicità e mutevolezza che appare alla prima osservazione così ribelle ad ogni considerazione unitaria. Di qui deriva il carattere attivo e dinamico che la natura, la physis, ha per i Presocratici: essa non è la sostanza nella sua immobilità, ma la sostanza come principio di azione e di intelligibilità di tutto ciò che è molteplice e in divenire. Di qui deriva pure il cosiddetto ilozoismo dei Presocratici: la convinzione implicita che la sostanza primordiale corporea abbia in sé una forza che la faccia muovere e vivere.
La filosofia presocratica, pur nella semplicità del suo tema speculativo e nella grossolanità materialistica di molte sue concezioni, ha acquisito per la prima volta alla speculazione la possibilità di intendere la natura come un mondo e ha messo a fondamento di questa possibilità la sostanza, concepita come principio dell'essere e del divenire.
Ora che queste conquiste riguardino esclusivamente il mondo fisico, è un fatto indubitabile; ma è altrettanto indubitabile che esse portano con sé, almeno implicitamente, altrettante conquiste che concernono il mondo proprio dell'uomo e la sua vita interiore. L'uomo non può rivolgersi all'indagine del mondo come oggettività, senza venire in chiaro della sua soggettività; il riconoscimento del mondo come altro da sé è condizionato dal riconoscimento di sé come io; e reciprocamente. L'uomo non può andare in cerca dell'unità dei fenomeni esterni, se non sente il valore dell'unità nella sua vita e nei suoi rapporti con gli altri uomini. L'uomo non può riconoscere una sostanza che costituisca l'essere e il principio delle cose esterne se non in quanto riconosce altresì l'essere e la sostanza della sua esistenza singola od associata. La ricerca diretta al mondo oggettivo è sempre connessa con la ricerca diretta al mondo proprio dell'uomo.
Questa connessione diventa chiara in Eraclito. Il problema del mondo fisico è da lui posto in essenziale unità con il problema dell'io; ed ogni conquista in quel campo gli appare condizionata dall'indagine rivolta a se stesso. « lo ho indagato me stesso» egli dice (fr. 101, Diels). Al di fuori di Eraclito, tuttavia, il problema verso cui intenzionalmente si dirige la ricerca dei Presocratici è il problema cosmologico: tutto ciò che la ricerca diretta a questo problema implica nell'uomo e per l'uomo, rimane inespresso e spetterà al periodo successivo della filosofia greca di metterlo in chiaro. Il carattere di una filosofia è determinato dalla natura del suo problema; e non c'è dubbio che il problema dominante nella filosofia presocratica sia quello cosmologico.
La tesi prospettata da critici moderni (in contrapposizione polemica a quella di Zeller, del puro carattere naturalistico della filosofia presocratica) di una ispirazione mistica di tale filosofia, ispirazione dalla quale essa avrebbe tratto la sua tendenza a considerare antropomorficamente l'universo fisico, si fonda su ravvicinamenti arbitrari che non hanno base storica. Questa tesi trova d'altronde le sue origini nell'ultima fase della filosofia greca, che, per la sua ispirazione religiosa, volle fondarsi su una sapienza rivelata e garantita dalla tradizione; ed appunto da quella fase attinge le testimonianze su cui fonda quel tanto di verisimiglianza che possiede. Ma è noto che Neopitagorici, Neoplatonici, ecc., fabbricavano le testimonianze che dovevano servire a dimostrare il carattere religioso-tradizionale delle loro dottrine.
Ed è impossibile impostare l'intera trattazione della filosofia greca sui loro stessi presupposti: specialmente quando il merito maggiore dei primi filosofi della Grecia è stato quello di aver isolato un problema specifico e determinato, il problema del mondo, uscendo dalla confusione caotica di problemi e di esigenze che si intrecciavano nelle prime manifestazioni filosofiche dei poeti e dei profeti più antichi.
I filosofi presocratici hanno per la prima volta realizzato quella riduzione della natura all'oggettività, che è la prima condizione di ogni considerazione scientifica della natura; e questa riduzione è esattamente l'opposto della confusione tra la natura e l'uomo, che è propria del misticismo antico. Che la ricerca naturalistica implichi il senso della soggettività spirituale o contribuisca a formarlo, è poi (come si è detto) un fatto indubitabile; ma questo fatto non è dovuto a un influsso religioso sulla filosofia, bensì è un nesso che i problemi realizzano nella vita stessa dei filosofi che li dibattono.