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Anassimandro
Concittadino e contemporaneo di Talete, ANASSIMANDRO nacque nel 610-09 (aveva
64 anni quando nel 547-46 scoprì l'obliquità dello Zodiaco). Fu anch'egli uomo
politico ed astronomo. E' il primo autore di scritti filosofici in Grecia; la
sua opera in prosa Intorno alla natura segna una tappa notevole nella
speculazione cosmologica degli ionici. Per primo egli chiamò la sostanza unica
con il nome di principio (arché); e riconobbe tale principio non nell'acqua o
nell'aria o in altro particolare elemento, ma nell'infinito (dpeiron) cioè nella
quantità infinita della materia, dalla quale tutte le cose hanno origine e nella
quale tutte le cose si dissolvono, quando è terminato il ciclo stabilito per
esse da una legge necessaria. Questo principio infinito abbraccia e governa ogni
cosa; per suo conto è immortale e indistruttibile, quindi divino. Esso non va
concepito come una miscela (migma) dei vari elementi corporei in cui questi
siano compresi ognuno con le sue qualità determinate; ma piuttosto come una
materia in cui gli elementi non sono ancora distinti e che perciò, oltre che
infinita, è anche indefinita (aòriston) (Diels, A 9 a).
Queste determinazioni rappresentano già uno sviluppo e un arricchimento della
cosmologia di Talete. In primo luogo, il carattere indeterminato della sostanza
primordiale, che non si identifica con nessuno degli elementi corporei, mentre
consente di intendere meglio la derivazione di questi elementi come altrettante
specificazioni e determinazioni di essa,
toglie ogni carattere di vera e propria corporeità alla sostanza stessa e ne
fa una pura massa quantitativa o estesa. La corporeità essendo infatti legata
alla determinatezza degli elementi particolari, l'àpeiron non può distinguersi
da questi se non nell'essere privo delle determinazioni che costituiscono la
loro corporeità sensibile e nel ridursi quindi all'infinito spaziale. Sebbene
non possa ritrovarsi in Anassimandro il concetto di uno spazio incorporeo,
l'indeterminatezza dell'àpeiron, riducendolo alla spazialità, ne fa
necessariamente un corpo determinato soltanto dalla sua estensione. Ora tale
estensione è infinita e come tale abbracciante e governante il tutto (Diels, A
15). Queste determinazioni e soprattutto la prima, fanno dell'àpeiron una realtà
distinta dal mondo e trascendente: ciò che abbraccia è sempre fuori e al di là
di ciò che viene abbracciato, sebbene in rapporto con esso. Il principio che
Anassimandro pone come sostanza originaria merita dunque il nome di «divino».
L'esigenza stessa della spiegazione naturalistica conduce Anassimandro ad una
prima elaborazione filosofica del trascendente e del divino, per la prima volta
sottratto alla superstizione ed al mito. Ma l'infinito è anche ciò che governa
il mondo: esso è dunque non solo la sostanza ma la legge del mondo.
Per primo, Anassimandro si è proposto il problema del processo attraverso il
quale le cose derivano dalla sostanza primordiale. Tale processo è la
separazione. La sostanza infinita è animata da un eterno movimento, in virtù del
quale si separano da essa i contrari: caldo e freddo, secco ed umido, ecc. Per
mezzo di questa separazione si generano i mondi infiniti, che si succedono
secondo un ciclo eterno. Per ogni mondo, il tempo della nascita, della durata e
della fine è segnato. «Tutti gli esseri devono, secondo l'ordine del tempo,
pagare gli uni agli altri il fio della loro ingiustizia» (fr. 1, Diels). Qui la
legge di giustizia che Solone riteneva dominatrice del mondo umano, legge che
punisce la prevaricazione e la prepotenza, diventa legge cosmica, legge che
regola la nascita e la morte dei mondi. Ma qual è l'ingiustizia che tutti gli
esseri commettono e che tutti devono espiare? Evidentemente, essa è dovuta alla
costituzione stessa e quindi alla nascita degli esseri, dato che nessuno di essi
può evitarla come non può sottrarsi alla pena. Ora la nascita è, come si è
visto, la separazione degli esseri dalla sostanza infinita. Evidentemente,
questa separazione è la rottura dell'unità, che è propria dell'infinito; è il
subentrare della diversità, quindi del contrasto, là dove erano l'omogeneità e
l'armonia. Con la separazione dunque si determina la condizione propria degli
esseri finiti: molteplici, diversi e contrastanti fra loro, perciò
inevitabilmente destinati a scontare con la morte la loro stessa nascita e a
ritornare all'unità.
Attraverso i secoli e la scarsità delle notizie rimasteci noi possiamo
ancora renderci conto, da questi cenni, della grandezza della personalità
filosofica di Anassimandro. Egli ha fondato l'unità del mondo non soltanto
sull'unità della sostanza, ma anche sull'unità della legge che lo governa. E in
questa legge ha visto non una necessità cieca, ma una forma di giustizia.
L'unità del problema cosmologico con il problema umano è qui nello sfondo:
Eraclito la metterà in piena luce.
Intanto, la natura stessa della sostanza primordiale conduce Anassimandro ad
ammettere l'infinità dei mondi. Si è visto che infiniti mondi si succedono
secondo un ciclo eterno; ma i mondi sono infiniti anche contemporaneamente nello
spazio o soltanto successivamente nel tempo? Una testimonianza di Aezio novera
Anassimandro tra quelli che ammettono mondi innumerevoli che circondano da tutti
i lati quello che noi abitiamo; ed una testimonianza analoga ci dà
Simplicio, che mette, accanto ad Anassimandro, Leucippo, Democrito ed Epicuro
(Diels, A 17). Cicerone (De nat. deor., I, 10, 25), copiando Filodemo, autore di
un trattato sulla religione che si è trovato ad Ercolano, dice: «L’opinione di
Anassimandro era che ci sono divinità che nascono, crescono e muoiono a lunghi
intervalli e che queste divinità sono mondi innumerevoli». In realtà è difficile
negare che Anassimandro abbia ammesso un'infinità spaziale dei mondi. Giacché se
l'infinito abbraccia tutti i mondi, esso deve essere pensato al di là non di un
solo mondo, ma di altri e altri ancora. Soltanto nei confronti di infiniti mondi
può intendersi l'infinità della sostanza primordiale, che tutto abbraccia e
trascende.
Anassimandro considera in modo originale la forma della terra: essa è un
cilindro che sta librato nel mezzo del mondo senza essere sostenuto da nulla
perché, trovandosi a eguale distanza tra tutte le parti, non è sollecitata a
muoversi da nessuna di esse. Quanto agli uomini, essi non sono gli esseri
originari della natura.
Difatti non sanno nutrirsi da sé, non avrebbero potuto quindi sopravvivere se
fossero nati la prima volta come nascono ora. Hanno dovuto dunque avere origine
da altri animali. Essi nacquero dentro i pesci e dopo essere stati nutriti,
divenuti capaci di proteggersi da sé, furono gettati fuori e presero terra.
Teorie strane e primitive, ma che mostrano nella forma più decisa l'esigenza di
cercare una spiegazione puramente naturalistica del mondo e di attenersi ai dati
dell'esperienza.
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