LA FILOSOFIA ANTICA
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La sofistica

Altri Sofisti

Più giovani di Protagora e di Gorgia, sono i due contemporanei di Socrate, Prodico e Ippia. PRODIGO di Ceo, noto soprattutto come autore di un Saggio di sinonimica (e ridicolmente attaccato alla ricerca dei sinonimi ce lo presenta Platone nel Protagora, 337 a-c), è anche autore di uno scritto intitolato Ore, nel quale egli raffigurava l'incontro di Eracle con la Virtù e la Depravazione. Tanto l'una che l'altra esortavano l'eroe a seguire il loro sistema di vita ma Eracle si decideva per la Virtù e preferiva i sudori di questa ai piaceri precari della Depravazione (fr. 1, Diels). Sappiamo pure che Prodico affermava il valore dello sforzo diretto alla virtù e considerava la virtù stessa come una condizione imposta da un comando divino per il raggiungimento dei beni della vita. Le Ore dovevano poi contenere anche parti dedicate alla filosofia della natura e all'antropologia. In particolare, su quest'ultimo argomento, sappiamo che Prodico avanzava sull'origine della religione una teoria che lo fece annoverare fra gli atei.
«Gli antichi – egli diceva – consideravano dei, in virtù dell'utilità che ne derivava, il sole, la luna, i fiumi, le fonti e in generale tutte le cose che giovano alla nostra vita, come, per esempio, gli Egiziani il Nilo. E per questo il pane era considerato come Demetra, il vino come Dioniso, l'acqua come Posidone, il fuoco come Efesto, e così ciascuno dei beni che ci è utile» (SESTO E., Adv. math., IX, 18; cfr. CICER., De nat. deorum, I, 37, 118).

IPPIA di Elide era invece famoso per la sua cultura enciclopedica e per la forza della sua memoria. Nel dialogo platonico Ippia maggiore egli stesso dice di essere spesso inviato dalla sua patria come legato per trattare affari con altre città; e si vanta di aver guadagnato grandi somme con il suo insegnamento. Egli compose elegie e discorsi di argomenti vari, di cui abbiamo frammenti scarsamente importanti dal punto di vista filosofico.
Da una testimonianza di Senofonte (Mem., IV, 4, 5 sgg.) che riporta una lunga discussione tra lui e Socrate sappiamo che uno dei suoi temi preferiti era l'opposizione tra la natura (physis) e la legge (nomos). Le leggi non sono una cosa seria perché non hanno uniformità e stabilità e quelli stessi che le hanno fatte talvolta le aboliscono. Le vere leggi sono quelle che la natura stessa prescrive e che, pur non essendo scritte «sono valide in ogni paese e nel medesimo modo». Quest'antitesi tra la legge e la natura diventa il tema preferito della più giovane generazione di Sofisti che talvolta si avvale di essa per difendere un'etica aristocratica o addirittura per tessere un elogio dell'ingiustizia. Certo è che i Sofisti, mostrando la relatività dei valori che reggono la convivenza umana e rifiutandosi di procedere alla ricerca dei valori universali o assoluti, erano portati a vedere nelle leggi nient'altro che convenzioni umane più o meno utili ma indegne di un riconoscimento obbligatorio.

ANTIFONTE sofista asseriva che tutte le leggi sono puramente convenzionali, perciò contrarie alla natura e che il modo migliore di vivere è quello di seguire la natura, cioè di pensare al proprio utile, riservando un ossequio puramente apparente o formale alle leggi degli uomini (Diels, 87, fr. 44 A, col. 4).

POLO e CALLICLE nel Gorgia, TRASIMACO nella Repubblica, sostengono che la legge di natura è la legge del più forte e che le leggi che gli uomini fanno valere nella loro convivenza sono convenzioni, dirette a impedire ai più forti di avvalersi del loro diritto naturale. Secondo natura, è giustizia che il forte domini il più debole e segua in ogni circostanza, senza freni, il proprio talento; e questo accade di fatto quando un uomo dotato di natura idonea spezza le catene della convenzione e da servo diventa padrone (Gorgia, 484 a; Repubblica, I, 338 b sgg.).

L'eristica

Un'altra delle attività dei Sofisti era l'eristica, cioè l'arte di vincere nelle discussioni confutando le affermazioni dell'avversario senza riguardo alla loro verità o falsità. Nell' Eutidemo platonico due figure minori di Sofisti, Eutidemo e Dionisodoro, ci sono mostrati in azione in alcuni atteggiamenti tipici del loro repertorio. Uno dei luoghi comuni dell'eristica era quello che Platone ricorda anche nel Menone (80 d) e al quale oppone la dottrina dell'anamnesi: e cioè che non si può indagare né ciò che si sa né ciò che non si sa: perché è inutile indagare su ciò che si sa ed è impossibile indagare se non si sa che cosa indagare. L'eristica fu certo l'attività deteriore dei Sofisti, quella che contribuì maggiormente a screditarli. Tuttavia anch'essa, in qualche modo, faceva parte del loro bagaglio: giacché quando si nega ogni criterio obbiettivo d'indagine e si riconosce l'onnipotenza della parola, si dà adito anche alla possibilità di usare la parola stessa come puro strumento di battaglia verbale o come semplice esercizio di bravura polemica.