FILOSOFIA GRECA
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Empedocle

L’ eleatismo, dichiarando apparente il mondo del divenire ed ingannevole la conoscenza sensibile che lo concerne, non ha distolto la filosofia greca dall'indagine naturalistica. La quale continua secondo la tradizione iniziata dagli Ionici, ma non può fare a meno di tener conto delle conclusioni dell'eleatismo. L'affermazione che la sostanza del mondo è una sola ed essa sola è l'essere non consente di salvare la realtà dei fenomeni e di spiegarli. Se si vuole riconoscere che il mondo del divenire è in certi limiti reale, si deve ammettere che il principio della realtà non è unico, ma molteplice. Su questa via si pongono i fisici del V secolo, cercando la spiegazione del divenire nell'azione di una molteplicità di elementi, qualitativamente o quantitativamente diversi.


Empedocle di Agrigento nacque verso il 492 e morì a sessant'anni circa. Figlio di Metone che ebbe un posto importante nel governo democratico della città, partecipò alla vita politica e fu nello stesso tempo medico, taumaturgo e scienziato. Egli stesso presenta la sua dottrina come uno strumento efficace per dominare le forze naturali e perfino per richiamare dall'Ade la vita dei defunti. La sua figura di mago (o di ciarlatano) è lumeggiata dalle leggende che si formarono sulla sua morte.
I suoi seguaci dissero che era stato levato al cielo durante la notte; i suoi avversari, che si era precipitato nel cratere dell'Etna per essere creduto un dio.
Empedocle fu, dopo Parmenide, il solo filosofo greco che espose in versi le sue dottrine filosofiche. Il suo esempio nell'antichità non fu seguito che da Lucrezio, il quale gli dedicò un magnifico elogio (De nat. rer., I, 716 sgg.).
Di lui ci sono rimasti frammenti più abbondanti che di qualsiasi altro filosofo presocratico, appartenenti a due poemi, Sulla natura e Purificazioni: il primo è di carattere cosmologico, il secondo è di carattere teologico e si ispira all'orfismo e al pitagorismo.
Empedocle è consapevole dei limiti della conoscenza umana. I poteri conoscitivi dell'uomo sono limitati; l'uomo vede solo una piccola parte di una «vita che non è vita» (perché sfugge subito) e conosce solo ciò in cui per caso si imbatte. Ma appunto per questo non può rinunziare a nessuno dei suoi poteri conoscitivi: bisogna che si serva di tutti i sensi ed anche dell'intelletto, per vedere ogni cosa nella sua chiarezza.
Come Parmenide, Empedocle ritiene che l'essere non possa nascere né perire; ma a differenza di Parmenide vuole spiegare l'apparenza della nascita e della morte e la spiega ricorrendo al combinarsi e dividersi degli elementi che compongono la cosa. L'unione  degli elementi è la nascita delle cose, la lo ro disunione la morte. Gli elementi sono  quattro: fuoco, acqua, terra ed aria. Il nome «elemento» compare nella terminologia filosofica più tardi, con Platone: Empedocle parla delle «quattro radici di tutte le cose». Queste quattro radici sono animate da due forze opposte: l'Amore (Philia) che tende ad unirli; la Contesa o Odio (Neikos) che tende a disunirli. L'Amore e la Contesa sono due forze cosmiche, di natura divina, la cui azione si avvicenda nell'universo determinando, con tale avvicendamento, le fasi del ciclo cosmico.
C'è una fase in cui l'Amore domina completamente ed è lo Sfero nel quale tutti gli elementi sono unificati e legati nella più completa armonia. Ma in questa fase non c'è né il sole né la terra né il mare, perché non c'è altro che un Tutto uniforme, una divinità che gode della sua solitudine (fr. 27, Diels). L'azione della Contesa rompe questa unità e comincia ad introdurre la separazione degli elementi.
Ma in questa fase la separazione non è distruttiva: ad un certo punto, essa determina la formazione delle cose quali sono nel nostro mondo, il quale è il prodotto dell'azione combinata delle due forze e sta a metà strada tra il regno dell'Amore e quello dell'Odio. Continuando l'Odio ad agire, le cose stesse si dissolvono e si ha il regno del caos: il puro dominio dell'Odio. Ma allora, spetta di nuovo all'Amore il ricominciare la riunificazione degli elementi: a metà strada si avrà di nuovo il mondo attuale, mescolato d'odio e d'amore e finalmente si ritornerà allo Sfero: dal quale ricomincerà un nuovo ciclo. Aristotele osservò (Met., 1, 4, 985 a, 25) che Empedocle non è coerente perché ammette nello stesso tempo che l'Amore una volta crei il mondo ed un'altra volta lo distrugga; e così l'Odio. Ma Aristotele fa questa osservazione perché identifica l'Amore e l'Odio rispettivamente con il Bene e con il Male.
In Empedocle, quest'identificazione non c'è. Empedocle è ben lontano dall'ammettere che l'Amore, e solo l'Amore, è il principio del cosmo: come Eraclito, egli è convinto che la divisione degli elementi, l'odio, la lotta abbiano una parte importante nella costituzione del mondo. «Queste due cose, egli scrisse, sono uguali ed egualmente originarie e ciascuna ha il suo pregio ed il suo carattere e a vicenda predominano nel volgere del tempo» (fr. 17, v. 26, Diels).
I quattro elementi e le due forze che li muovono sono anche le condizioni della conoscenza umana. Il principio fondamentale della conoscenza è che il simile si conosce con il simile. «Noi conosciamo la terra con la terra, l'acqua con l'acqua, l'etere divino con l'etere, il fuoco distruttore con il fuoco, l'amore con l'amore e l'odio funesto con l'odio» (fr. 109). La conoscenza avviene mediante l'incontro tra l'elemento che è nell'uomo e lo stesso elemento al di fuori dell'uomo. Gli efflussi che provengono dalle cose producono la sensazione quando si adattano ai pori degli organi dei sensi per la loro grandezza; altrimenti rimangono inavvertiti (Diels, A 86). Empedocle non fa nessuna distinzione tra la conoscenza dei sensi e quella dell'intelletto; anche quest'ultima avviene allo stesso modo per un incontro degli elementi esterni ed interni.
Nelle Purificazioni Empedocle riprende la dottrina orfico-pitagorica della metempsicosi. C'è una legge necessaria di giustizia, che fa scontare agli uomini, attraverso una serie successiva di nascite e di morti, i peccati di cui si macchiarono (fr. 115). Empedocle presenta questa dottrina come il suo destino personale: «Sono stato un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto e uccello e muto pesce del mare» (fr. 117). E rimpiange la felicità dell'antica dimora: «Da quali onori, da quale altezza di felicità io sono caduto per errare qui, sulla terra, fra i mortali» (fr. 119).
Il filosofo Empedocle si suicidò gettandosi nel cratere dell'Etna all'età di 60 anni.



Sulla natura