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Platone

Per Platone gli scritti, così
come le figure dipinte, hanno l'apparenza di esseri viventi, ma non rispondono a
chi li interroga.
(Coppa con Dioniso e Sileno, arte greca, Staatliche Antikensammlung, Monaco, VI
sec. a. C.)
Carattere del platonismo
Perché la produzione letteraria di
Platone è rimasta fedele alla forma del dialogo? Al passo del Fedro, nel quale,
a proposito dell'invenzione della scrittura, attribuita al dio egiziano Theut,
Platone dice che il discorso scritto comunica, non la sapienza, ma la
presunzione della sapienza. Come le figure dipinte, gli scritti hanno
l'apparenza di esseri viventi, ma non rispondono a chi li interroga. Essi
corrono dappertutto allo stesso modo, così per le mani di quelli che li
intendono, come di quelli che non se ne interessano affatto; e non sanno
difendersi né aiutarsi da sé quando sono maltrattati e vilipesi ingiustamente
(Fedro, 275 d). Platone non vedeva nel discorso scritto che un aiuto per la
memoria; ed egli stesso ci testimonia che dell'insegnamento dell'Accademia
facevano parte anche «dottrine non scritte» (Lett. VII, 341 c). Ora tra i
discorsi scritti, il dialogo è il solo che riproduce la forma e l'efficacia del
discorso parlato.
Esso è l'espressione fedele della ricerca che,
secondo il concetto socratico, è un esame incessante di se stesso e degli altri,
quindi un domandare e rispondere. Platone ritiene che il pensiero stesso non sia
altro che un discorso che l'anima fa con se stessa, un dialogare interiore, nel
quale l'anima domanda e risponde a se stessa (Teet., 189 e, 190 a; Sof., 263 e;
Fil., 38 c-d).
L'espressione verbale o scritta non può dunque che riprodurre la forma della
ricerca, il dialogo.
La stessa convinzione che ha trattenuto Socrate dallo scrivere ha spinto Platone
ad adottare e a mantenere la forma dialogica nei suoi scritti. Ciò che rivelò a
Platone l'incapacità del giovane Dionigi d'impegnarsi sul serio nella ricerca
filosofica fu la pretesa di lui di scrivere e diffondere come opera propria un
«sommario del platonismo». Platone dichiarò energicamente in questa occasione:
«Di mio non c'è e non ci sarà mai nessun trattato su questo argomento. Esso non
può essere ridotto a formule, come si fa delle altre scienze; solo dopo essersi
avvicinati per molto tempo a questi problemi e dopo aver vissuto e discusso in
comune, il loro vero significato si accende all'improvviso nell'anima, come la
luce nasce da una scintilla e cresce poi da sé sola» (Lett. VII, 341 c-d).
Il dialogo era dunque per Platone il solo mezzo per esprimere e comunicare agli
altri la vita della ricerca filosofica. Esso riproduce l'andamento stesso della
ricerca che procede lentamente e faticosamente di tappa in tappa; e soprattutto
ne riproduce il carattere di socialità e di comunanza, per il quale essa rende
solidali gli sforzi degli individui che la coltivano. Così la forma
dell'attività letteraria di Platone è un atto di fedeltà al silenzio letterario
di Socrate; l'uno e l'altro hanno lo stesso fondamento: la convinzione che la
filosofia non è un sistema di dottrine, ma ricerca che ripropone incessantemente
i problemi, per trarre da essi il significato e la realtà della vita umana.
Si narra che una donna, Axiothea, dopo la lettura di scritti platonici si
presentò in abito maschile a Platone, e che un contadino corinzio, dopo la
lettura del Gorgia, lasciò l'aratro e andò dal filosofo (Arist., fr. 69, Rose).
Questi aneddoti dimostrano che i contemporanei di Platone avevano compreso il
valore umano della sua filosofia.
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