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Platone

Giovanni Battista Gigola, "Convito di
Platone", Pinacoteca Tosio-Martinengo, Brescia.
L'eros
L'apprendere stabilisce tra l'uomo e l'essere in sé e tra gli uomini associati
nella comune ricerca un rapporto che non è puramente intellettuale, perché
impegna la totalità dell'uomo e quindi anche la volontà. Questo rapporto è
definito da Platone come amore (eros). Alla teoria dell'amore sono dedicati due
dei dialoghi più artisticamente perfetti, il Convito ed il Fedro. Di questi, il
secondo è certamente posteriore al primo. Il Convito considera prevalentemente
l'oggetto dell'amore, cioè la bellezza, e mira a determinare di essa i gradi
gerarchici. Il Fedro considera invece prevalentemente l'amore nella sua
soggettività, come aspirazione verso la bellezza ed elevazione progressiva
dell'anima al mondo dell'essere, al quale la bellezza appartiene.
I discorsi che gli interlocutori del Convito pronunciano l'un dopo l'altro in
lode di eros esprimono i caratteri subordinati e accessori dell'amore, caratteri
che la dottrina esposta da Socrate unifica e giustifica. Pausania distingue
dall'eros volgare, che si rivolge ai corpi, l'eros celeste, che si rivolge alle
anime. Il medico Erissimaco vede nell'amore una forza cosmica che determina le
proporzioni e l'armonia di tutti i fenomeni così nell'uomo come nella natura.
Aristofane, con il mito degli esseri primitivi composti d'uomo e donna (androgini),
divisi dagli dèi per punizione in due metà di cui l'una va in cerca dell'altra
per unirlesi e ricostituire l'essere primitivo, esprime uno dei caratteri
fondamentali che l'amore rivela nell'uomo: l'insufficienza. Da questo carattere,
appunto, prende le mosse Socrate: l'amore desidera qualche cosa che non ha, ma
di cui ha bisogno, ed è quindi mancanza. Il mito infatti lo dice figlio di
Povertà (Penía) e di Acquisto (Poros); come tale esso non è un dio, ma un demone;
perciò non ha la bellezza ma la desidera, non ha la sapienza, ma aspira a
possederla ed è quindi filosofo, mentre gli dèi sono sapienti. L'amore è dunque
desiderio di
bellezza; e la bellezza si desidera perché è il bene che rende felice. L'uomo
che è mortale tende a generare nella bellezza e quindi a perpetuarsi attraverso
la generazione, lasciando dopo di sé un essere che gli somiglia. La bellezza è
il fine (telos), l'oggetto dell'amore. Ma la bellezza ha gradi diversi ai quali
l'uomo può sollevarsi solo successivamente attraverso un lento cammino. In primo
luogo, è la bellezza di un bel corpo quella che attrae ed avvince l'uomo. Poi
egli si accorge che la bellezza è uguale in tutti i corpi e così passa a
desiderare e ad amare tutta la bellezza corporea. Ma al disopra di essa c'è la
bellezza dell'anima; al disopra ancora, la bellezza delle istituzioni e delle
leggi e poi la bellezza delle scienze e infine, al disopra di tutto, la bellezza
in sé, che è eterna, superiore al divenire e alla morte, perfetta, sempre uguale
a se stessa e fonte di ogni altra bellezza (210 a-211 a).
Come l'anima umana può percorrere i gradi di questa gerarchia, fino a giungere
alla bellezza suprema? È questo il problema del Fedro ; il quale parte perciò
dalla considerazione dell'anima e della sua natura. L'anima è immortale in
quanto ingenerata; infatti si muove da sé, quindi ha in se stessa il principio
della sua vita. La natura di essa si può esprimere «per via umana e più breve»
con un mito. E simile ad una coppia di cavalli alati, guidati da un auriga:
l'uno dei cavalli è eccellente, l'altro è pessimo, sicché l'opera dell'auriga è
difficile e penosa. L'auriga cerca di indirizzare nel cielo i cavalli al seguito
degli dèi, verso la regione sopraceleste (iperuranio) che è la sede dell'essere.
In questa regione sta la «vera sostanza» (ousìa), priva di colore e di forma,
impalpabile, che può essere contemplata solo da quella guida dell'anima che è la
ragione, la sostanza che è l'oggetto della vera scienza (Fedr., 247 c). Questa
sostanza è la totalità delle idee (giustizia in sé, temperanza in sé, ecc). Ma
essa può essere contemplata solo per poco dall'anima che è tirata in
basso dal cavallo balzano. Ogni anima perciò contempla la sostanza dell'essere
più o meno; e quando per oblio o per colpa s'appesantisce, perde le ali e
s'incarna, va a vivificare il corpo di un uomo che sarà tale quale essa lo
rende. L'anima che ha visto di più va nel corpo di un uomo che si consacra al
culto della sapienza o dell'amore; quelle che hanno visto di meno s'incarnano in
uomini che sono via via più alieni dalla ricerca della verità e della bellezza.
Ora nell'anima che è caduta e si è incarnata, il ricordo delle sostanze ideali è
risvegliato proprio dalla bellezza. L'uomo difatti riconosce subito, appena la
vede, la bellezza per la sua luminosità. La vista, il più acuto dei sensi
corporei, non vede nessuna delle altre sostanze; può vedere però la bellezza.
<Alla sola bellezza toccò il privilegio d'essere la più evidente e la più
amabile>. Essa fa da mediatrice fra l'uomo caduto e il mondo delle idee; e
l'appello di essa l'uomo risponde con l'amore. E' vero che l'amore può anche
rimanere attaccato alla bellezza corporea e pretendere di godere solo di questa;
ma quando l'amore venga sentito e realizzato nella sua vera natura, allora si fa
guida dell'anima verso il mondo dell'essere. In questo caso non è più soltanto
desiderio, impulso, delirio; i suoi caratteri passionali non vengono meno, ma
sono subordinati e fusi nella ricerca rigorosa e lucida dell'essere in sé,
dell'idea. L'eros diventa allora procedimento razionale, dialettica.
La dialettica è nello stesso tempo ricerca dell'essere in sé e unione amorosa
delle anime nell'apprendere e nell'insegnare. E quindi psicagogia, guida
dell'anima, con la mediazione della bellezza, verso il suo vero destino. Ed è
anche la vera arte della persuasione, la vera retorica; che non è, come
sostengono i Sofisti, una tecnica alla quale sia indifferente la verità del suo
oggetto e la natura dell'anima che si vuole persuadere; ma scienza dell'essere
in sé e, nello stesso tempo, scienza dell'anima. Come tale distingue le specie
dell'anima e per ognuna trova la via appropriata per persuaderla e condurla
all'essere.
Questo concetto della dialettica, che è il punto culminante del Fedro e lo
sbocco della teoria platonica dell'amore, doveva essere il centro della
speculazione platonica negli ultimi dialoghi.
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