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Platone

La giustizia
Tutti i temi speculativi e i risultati fondamentali dei dialoghi precedenti
si trovano riassunti nella massima opera di Platone, la Repubblica, che li
ordina e li connette intorno al motivo centrale di una comunità perfetta, nella
quale il singolo trovi la sua perfetta formazione. Il progetto di una tale
comunità è fondato sul principio che costituisce la direttiva di tutta la
filosofia platonica. «Se i filosofi non governano le città o se quelli che ora
chiamiamo re o governanti non coltiveranno davvero e seriamente la filosofia, se
il potere politico e la filosofia non coincideranno nelle stesse persone e se la
moltitudine di quelli che ora si applicano esclusivamente all'una o all'altra
non sarà con il massimo rigore impedita dal farlo, è impossibile che cessino i
mali delle città e anche quelli del genere umano» (Rep., V, 473 d). Ma a questo
punto dello sviluppo dell'indagine, la costituzione di una comunità politica
governata da filosofi presenta a Platone due problemi fondamentali: qual è lo
scopo e il fondamento di tale comunità? chi sono propriamente i filosofi?
Alla prima domanda Platone risponde: la giustizia. E difatti la Repubblica è
esplicitamente diretta alla determinazione della natura della giustizia. Nessuna
comunità umana può sussistere senza la giustizia. All'istanza sofistica che
vorrebbe ridurla al diritto del più forte, Platone oppone che neppure una banda
di briganti o di ladri potrebbe venire a capo di nulla, se i suoi componenti
violassero le norme della giustizia l'uno a danno degli altri. La giustizia è
condizione fondamentale della nascita e della vita dello stato. Lo stato deve
essere costituito da tre classi: quella dei governanti, quella dei custodi o
guerrieri e quella dei cittadini, che esercitano un'altra qualsiasi attività
(agricoltori, artigiani, commercianti, ecc). La saggezza appartiene alla prima
di queste classi, perché basta che i governanti siano saggi perché tutto lo
stato sia saggio. Il coraggio appartiene alla classe dei guerrieri. La
temperanza, come accordo tra governanti e governati su chi deve comandare lo
stato, è virtù comune a tutte le classi. Ma la giustizia comprende tutt'e tre
queste virtù: essa si realizza quando ciascun cittadino attende al suo còmpito
proprio ed ha ciò che gli spetta. Difatti, i còmpiti in uno stato son tanti e
tutti necessari alla vita della comunità: ognuno deve scegliere quello per cui è
adatto e dedicarsi ad esso. Solo così ogni uomo sarà uno e non già molteplice; e
lo stato stesso sarà uno (423 d).
La giustizia garantisce l'unità e con essa la forza dello stato. Ma essa
garantisce altresì l'unità e l'efficienza dell'individuo. Nell'anima individuale
Platone distingue, come nello stato, tre parti: la parte razionale, che è quella
per cui l'anima ragiona e domina gli impulsi; la parte concupiscibile, che è il
principio di tutti gli impulsi corporei; e la parte irascibile, che è
l'ausiliario del principio razionale e si sdegna e lotta per ciù che la ragione
ritiene giusto. Del principio razionale sarà propria la saggezza, del principio
irascibile, il coraggio; mentre l'accordo di tutt'e tre le parti nel lasciare il
comando
l'anima razionale sarà la temperanza. Anche nell'uomo singolo la giustizia si
avrà quando ogni parte dell'anima farà soltanto la propria funzione.
Evidentemente la realizzazione della giustizia nell'individuo e nello stato non
può che procedere parallelamente. Lo stato è giusto quando ogni individuo
attende solo al còmpito che gli è proprio; ma l'individuo che attende solo al
cómpito proprio è esso stesso giusto. La giustizia non è solo l'unità dello
stato in se stesso e dell'individuo in se stesso; è, nello stesso tempo, l'unità
dell'individuo e dello stato e quindi l'accordo dell'individuo con la comunità.
Due condizioni sono necessarie per la realizzazione della giustizia nello stato.
In primo luogo, l'eliminazione della ricchezza e della povertà che rendono
entrambe impossibile all'uomo di attendere al campito proprio. Ma questa
eliminazione non implica una organizzazione comunistica. Secondo Platone, le due
classi superiori dei governanti e dei guerrieri non devono possedere nulla
né avere un qualsiasi compenso, oltre i mezzi per vivere. Ma la classe degli
artigiani non è esclusa dalla proprietà; ed i mezzi di produzione e di
distribuzione sono lasciati nelle mani degli individui. La seconda condizione è
l'abolizione della vita familiare, abolizione che deriva dalla partecipazione
delle donne alla vita dello stato sul piede della più perfetta eguaglianza con
gli uomini e con la sola condizione della loro capacità. Le unioni tra uomo e
donna sono stabilite dallo stato in vista della procreazione di figli sani. E i
figli vengono allevati e educati dallo stato che diventa tutto una sola grande
famiglia. Queste due condizioni rendono possibile uno stato secondo giustizia,
sempre, s'intende, che si verifichi l'altra: che il governo sia dato ai filosofi.
La natura della giustizia riceve indirettamente luce dalla determinazione
dell'ingiustizia. Lo stato di cui Platone parla è lo stato aristocratico, in cui
il governo appartiene ai migliori. Ma esso non corrisponde a nessuna delle forme
di governo esistenti.
Queste sono tutte degenerazioni dello stato perfetto; e i tipi d'uomo
corrispondenti sono degenerazioni dell'uomo giusto, che è uno in sé e con la
comunità, perché è fedele al suo campito. Tre sono le degenerazioni dello stato
e tre le corrispondenti degenerazioni del singolo. La prima è la timocrazia,
governo fondato sull'onore, che nasce quando i governanti si appropriano di
terre e di case; ad esso corrisponde l'uomo timocratico, ambizioso e amante del
comando e degli onori, ma diffidente verso i sapienti. La seconda forma è
l'oligarchia, governo fondato sul censo, in cui comandano i ricchi; ad esso
corrisponde l'uomo avido di ricchezze, parsimonioso e laborioso. La terza forma
è la democrazia, nella quale i cittadini sono liberi e ad ognuno è lecito di
fare quello che vuole; ad essa corrisponde l'uomo democratico che non è
parsimonioso come l'oligarchico, ma tende ad abbandonarsi a desideri smodati.
Infine la più bassa di tutte le forme di governo è la tirannide, che spesso
nasce dall'eccessiva libertà della democrazia. E' la forma più spregevole perché
il tiranno, per guardarsi dall'odio dei cittadini, deve circondarsi degli
individui peggiori. L'uomo tirannico è schiavo delle sue passioni alle quali si
abbandona disordinatamente ed è il più infelice degli uomini.
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