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Platone

(Hydria attica raffigurante l'insegnamento
della musica,
Staatliche Antikensammlung, Monaco, V sec. a. C.)
La polemica contro i
Sofisti
La tesi che il precedente gruppo di dialoghi suggerisce indirettamente,
l'unità della virtù e la sua riduzione al sapere, è positivamente posta e
dimostrata nel Protagora in polemica con l'atteggiamento dei Sofisti. A
Protagora che si dice maestro di virtù, Socrate oppone che la virtù di cui parla
Protagora non è scienza, ma un semplice insieme di abilità acquisite
accidentalmente per esperienza; ed è perciò un patrimonio privato, che non può
essere trasmesso agli altri. Non può affermare l'insegnahilità della virtù
Protagora per il quale le virtù sono molte e la scienza una sola di esse; perché
la scienza soltanto si può insegnare e quindi la virtù si può trasmettere e
comunicare solo in quanto è scienza. Si è visto a proposito di Socrate che qui
la scienza è intesa come calcolo dei piaceri e il suo concetto rimane quindi
ancorato alla lettera dell'insegnamento socratico. Ma già questo dialogo mostra
che Platone non si limita ormai all'illustrazione dei concetti che Socrate ha
posti a base della vita morale; ma contrapponendo l'insegnamento di Socrate a
quello dei Sofisti, proietta sulla figura del maestro la luce più viva che
scaturisce dalla polemica.
Il Protagora ha negato all'insegnamento sofistico ogni valore educativo e
formativo e alla sofistica stessa ogni contenuto umano. Di fronte al crollo
della sofistica, l'insegnamento di Socrate è apparso in tutto il suo valore. Ma
rimanevano altri aspetti della sofistica; e contro di essi Platone rivolge tre
dialoghi che con il Protagora formano un gruppo compatto. Questi aspetti sono
l'eristica contro la quale è diretto l'Eutidemo; il verbalismo contro il quale è
diretto il Cratilo e la retorica contro la quale è diretto il Gorgia.
L'Eutidemo è innanzi tutto una rappresentazione vivacissima e caricaturale del
metodo eristico dei Sofisti. L'eristica è l'arte di battagliare a parole e di
«confutare tutto quello che via via si dice, falso o vero che sia». Gli
interlocutori del dialogo, i due fratelli Eutidemo e Dionisodoro, si divertono a
dimostrare, per esempio, che solo l'ignorante può apprendere e, subito dopo, che
invece apprende solo il sapiente; che si apprende solo ciò che non si sa e poi
che si apprende solo ciò che si sa, ecc. Il fondamento di simili esercizi è la
dottrina (difesa oltre che dai Sofisti, dai Megarici e dai Cinici) che non è
possibile l'errore e che qualsiasi cosa si dica, si dice cosa che è, quindi
vera. Al che Socrate oppone che in questo caso non ci sarebbe nulla da insegnare
e nulla da apprendere e la stessa eristica sarebbe inutile. Ed in realtà nulla
si può insegnare se non la sapienza; e la sapienza non si può insegnarla né
apprenderla, se non amandola, cioè filosofando. E a questo punto il dialogo si
trasforma da critica del procedimento sofistico in esortazione alla filosofia
(protreptikon); e come discorso introduttivo o protrettico divenne famoso
nell'antichità e fu numerose volte imitato. Ma questa parte è importante
soprattutto perché contiene l'illustrazione del cómpito proprio della filosofia:
cómpito che Platone definisce come l'uso del sapere a vantaggio dell'uomo. La
filosofia è l'unica scienza in cui il fare coincide con il sapersi servire di
ciò che si fa (Eut., 289 b): cioè l'unica scienza che non solo produce
conoscenze ma insegna a utilizzare per il vantaggio e la felicità dell'uomo le
conoscenze stesse (Ib., 288-89).
All'eristica si ricollega il verbalismo contro il quale è diretto il Cratilo. Il
problema di questo dialogo è quello di vedere se veramente il linguaggio sia un
mezzo per insegnare la natura delle cose, come Cratilo, i Sofisti ed Antistene
ritenevano.
Platone non ritiene certamente che il linguaggio sia prodotto di convenzione e
che i nomi siano imposti ad arbitrio. Come ogni strumento deve essere adatto
allo scopo per il quale è stato costruito, così il linguaggio deve essere adatto
a farci discernere la natura delle cose. Non c'è dubbio dunque che ogni nome
deve avere una certa giustezza cioè deve imitare ed esprimere, per quanto è
possibile, a mezzo di lettere e sillabe, la natura della cosa significata. Ma
non tutti i nomi hanno questo carattere naturale; alcuni, per esempio quelli dei
numeri, sono puramente convenzionali. E in ogni caso non si può sostenere, come
fa Cratilo, che la scienza dei nomi sia anche scienza delle cose, che non ci sia
altra via di indagare e scoprire la realtà se non quella di scoprirne i nomi, e
che non si possano insegnare che i nomi stessi.
Giacché i nomi presuppongono la conoscenza delle cose: i primi uomini che li
hanno trovati dovevano conoscere le cose per altra via, dal momento che non
disponevano ancora dei nomi; e noi stessi per giudicare della correttezza dei
nomi non possiamo appellarci ad altri nomi ma dobbiamo ricorrere alla realtà di
cui il nome è l'immagine. Sicché il criterio per intendere e giudicare il valore
delle parole ci porta a cercare, al di là delle parole, la natura stessa delle
cose.
Il dialogo contiene così l'enunciazione delle tre alternative fondamentali che
dovevano poi costantemente presentarsi nella storia della teoria del linguaggio,
cioè: 1° la tesi sostenuta dagli Eleati, dai Megarici, dai Sofisti e da
Democrito (fr. 26, Diels), che il linguaggio è pura convenzione cioè dovuto
esclusivamente alla libera iniziativa degli uomini; 2° la tesi sostenuta da
Cratilo e che era propria di Eraclito (fr. 23 e, 114, Diels) e dei Cinici che il
linguaggio è naturalmente prodotto dall'azione causale delle cose; 3° la tesi,
difesa da Platone, che il linguaggio è la scelta intelligente
dello strumento che serve ad avvicinare l'uomo alla conoscenza delle cose.
Nell'illustrazione di quest'ultima tesi Platone fa esplicito riferimento alle
idee (440 b) che chiama più spesso «sostanze»,
(338 b, 423 d): con il qual nome intende: «ciò che l'oggetto è» (428 d). Platone
tuttavia non attribuisce la produzione del linguaggio alla natura stessa delle
cose: lo ritiene, con i convenzionalisti, una produzione dell'uomo, ma allo
stesso tempo ammette che questa produzione non è arbitraria
ma diretta, fin dove è possibile, alla conoscenza delle essenze cioè della
natura delle cose. Il teorema fondamentale che Platone si propone di difendere è
che il linguaggio può essere più o meno esatto o anche sbagliato o in altri
termini che «si può dire il falso»: teorema che non trova posto nelle altre due
concezioni del linguaggio, giacché per esse il linguaggio è sempre esatto o
perché una convenzione vale l'altra o perché è la natura della cosa ad imporlo.
La difesa di questo teorema apre la strada all'ontologia del Sofista.
Nel Gorgia infine Platone attacca l'arte che era la principale creazione dei
Sofisti e la base del loro insegnamento, la retorica. La retorica voleva essere
una tecnica della persuasione alla quale riuscisse completamente indifferente la
tesi da difendere o l'argomento trattato. Al concetto di quest'arte Platone
oppone che ogni arte o scienza riesce veramente persuasiva solo intorno
all'oggetto che le è proprio. La retorica non ha un oggetto proprio: consente di
parlare di tutto, ma non riesce a persuadere se non quelli che hanno una
conoscenza inadeguata e sommaria delle cose di cui tratta e cioè gli ignoranti.
Essa non è dunque un'arte ma soltanto una pratica adulatoria che dà l'apparenza
della giustizia e sta rispetto alla politica, che è arte della giustizia, nello
stesso rapporto in cui la cucinaria sta alla medicina: retorica e cucinaria
solleticano il gusto, una dell'anima, l'altra del corpo; politica e medicina
curano veramente anima e corpo. La retorica può essere utile a difendere con
discorsi la propria ingiustizia e ad evitare di subire la pena dell'ingiustizia
commessa; ma questo non è un vantaggio. Il male per l'uomo non è di subire
l'ingiustizia, ma il commetterla, perché essa macchia e corrompe l'anima; e il
sottrarsi alla pena dell'ingiustizia commessa è un male ancora peggiore perché
toglie all'anima la possibilità di liberarsi della colpa espiandola. In realtà
la retorica per la sua indifferenza verso la giustizia della tesi da difendere
implica la convinzione (esposta nel dialogo da Callide) che la giustizia è solo
una convenzione umana, che è da sciocchi rispettare; e che la legge di natura è
la legge del più forte. il più forte segue soltanto il proprio piacere e non si
cura della giustizia; tende alla preminenza sugli altri e ha come unica regola
il proprio talento. Ma contro questo crudo immoralismo, Platone osserva che
l'intemperante, come non è l'uomo migliore, così non è il più felice, giacché
passa da un piacere all'altro insaziabilmente ed è simile ad una botte bucata
che non arriva mai a riempirsi. Il piacere è la soddisfazione di un bisogno; e
il bisogno è sempre mancanza cioè dolore: piacere e dolore si condizionano l'un
l'altro e non c'è l'uno senza l'altro. Ma il bene e il male non sono congiunti
ma separati e così non possono identificarsi con piacere e dolore. Il bene non
può conseguirsi se non con la virtù; e la virtù è l'ordine e la regolarità della
vita umana. L'anima buona è l'anima ordinata; che è saggia, temperante e giusta
un tempo.
La polemica contro i Sofisti condotta in questo gruppo di dialoghi, chiarendo la
natura dell'insegnamento di Socrate, ha fatto emergere i problemi che
quell'insegnamento poneva. La virtù è scienza; dunque si può insegnare ed
apprendere. Ma che cosa è l'apprendere? Ecco il primo problema. Esso crea
indubbiamente un vincolo fra uomo e uomo e fra l'uomo e la scienza: di che
natura è questo vincolo? Ecco un altro problema. E che cosa è esattamente la
scienza in cui la virtù consiste? Qual è l'oggetto di questa scienza, l'essere o
la sostanza su cui essa verte? Ecco l'ultimo e più grave problema che scaturisce
dall'insegnamento socratico. La ricerca platonica doveva, nel suo sviluppo
ulteriore, affrontare questi problemi sia nella loro singolarità, sia nei loro
rapporti reciproci.
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