FILOSOFIA GRECA
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Platone

Socrate e Platone


La fedeltà all'insegnamento e alla persona di Socrate è il carattere dominante dell'intera attività filosofica di Platone. Certamente non tutte le dottrine filosofiche di Platone possono essere attribuite a Socrate, anzi le dottrine tipiche e fondamentali del platonismo non hanno nulla a che fare con la lettera dell'insegnamento socratico. Tuttavia, lo sforzo costante di Platone è quello di rintracciare il significato vitale dell'opera e della persona di Socrate per rintracciarlo ed esprimerlo egli non esita a procedere al di là del modesto patrimonio dottrinale dell'insegnamento socratico, formulando principi e dottrine che Socrate, è vero, non aveva mai insegnato, ma che esprimono ciò che la sua stessa persona incarnava.
Di fronte a questa fedeltà che non ha niente a che fare con una concordanza di formule dottrinali, ma si manifesta nel tentativo sempre rinnovato di approfondire un figura d'uomo che, davanti agli occhi di Platone, ha impersonato la filosofia come ricerca, molto meschino appare lo schema nel quale si è soliti racchiudere il rapporto fra Socrate e Platone. Dapprima fedele a Socrate nei dialoghi della sua giovinezza, Platone si sarebbe poi via via allontanato dal maestro per formulare la sua dottrina fondamentale, quella delle idee; ed infine sarebbe stato infedele anche a se stesso, criticando e negando questa dottrina. Vedremo subito che Platone non è mai stato infedele a se stesso né alla sua dottrina delle idee. Ma in questa dottrina e in tutto il suo pensiero, egli è stato, contemporaneamente, fedele a Socrate.
Non ha voluto far altro che rintracciare i presupposti lontani dell'insegnamento socratico, i principi ultimi che spiegano la forza della personalità del maestro e che quindi possono illuminare la via per la quale egli giunse a possedere e a realizzare se stesso. Platone ha lo scrupolo di non far in
tervenire Socrate come interlocutore principale nei dialoghi che si allontanano troppo dallo schema dottrinale socratico o che affrontano problemi che non avevano suscitato l'interesse del maestro (Parmenide, Sofista, Politico, Timeo). Ma l'intera ricerca platonica si può definire come l'interpretazione della personalità filosofica di Socrate.

Illustrazione e difesa dell'insegnamento
di Socrate


Nella prima fase, la ricerca platonica rimane nel giro dell'insegnamento socratico e si dirige o ad illustrare il significato di qualche atteggiamento fondamentale del Socrate storico (Apologia, Critone), o a rintracciare e chiarire i concetti fondamentali che erano alla base dell'insegnamento di lui (Alcibiade 1, Ione, Ippia minore, Lachete, Carmide, Eutifrone, Ippici maggiore, Liside).
Il contenuto dell'Apologia e del Critone è stato utilizzato a proposito di Socrate (§§ 28-35). L'Apologia è sostanzialmente un'esaltazione del compito che Socrate si è assunto di fronte a se stesso e di fronte agli altri, e perciò l'esaltazione della vita consacrata alla ricerca filosofica. Si può dire che l'intero significato dello scritto è nella frase: «Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall'uomo» (Apol , 38). Socrate dichiara ai giudici che egli non tralascerà mai il cómpito che gli è stato affidato dalla divinità: l'esame di se stesso e degli altri per rintracciare la via del sapere e della virtù. Già nella presentazione che Platone fa di Socrate nell'Apologia è evidente che egli vede incarnata nella figura del maestro quella filosofia come ricerca alla quale egli stesso doveva dedicare l'intera esistenza.
Il Critone ci presenta Socrate di fronte al dilemma: o accettare la morte per il rispetto che l'uomo giusto deve alle leggi del suo paese o fuggire dal carcere, secondo la proposta degli amici, e così smentire la sostanza del suo insegnamenti). L'accettazione serena che Socrate fa del destino cui è condannato è l'ultima prova della serietà del suo insegnamento. Essa insegna che la ricerca è tale missione che l'uomo il quale si sia impegnato in essa non deve tradirla accettando compromessi e fughe che la svuotino di significato.
Con questi due scritti Platone ha fissato per i secoli gli atteggiamenti che fanno di Socrate il filosofo per eccellenza, «l'uomo più saggio e più giusto di tutti». Gli altri scritti di Platone appartenenti a questo stesso periodo mirano invece a chiarire i concetti che erano la base dell'insegnamento socratico.
In questi scritti Platone ci appare (come ha detto Gomperz) il moralista dei concetti: egli delinea il procedimento socratico in quanto ricerca del fondamento della vita morale dell'uomo.
E in primo luogo chiarisce il presupposto necessarlo di ogni ricerca, sul quale Socrate aveva tanto insistito: il riconoscimento della propria ignoranza. Intorno nl tema dell'ignoranza si collega un gruppo di dialoghi: Alcibiade , lune, Ippia minore.
L'Alcibiade I è, nonostante i dubbi che sono stati avanzati sulla sua autenticità, una specie di introduzione generale alla filosofia socratica. Ad Alcibiade che, ricco di doti e di ambizione, si appresta a partecipare vita politica con la pretesa di dirigere e consigliare il popolo ateniese, Socrate domanda donde ha appreso la saggezza necessaria a questo scopo, egli che non si è mai riconosciuto ignorante e quindi non si è mai preoccupato di cercarla.
Alcibiade è ancora nell'ignoranza, nella peggiore delle ignoranze, quella di chi non sa di esser tale; e da essa può uscire solo imparando a conoscere se stesso. Solo per questa via potrà raggiungere la conocenza di quella giustizia, che è necessaria per governare uno Stato e senza la quale non si è uomini politici, ma politicanti volgari che ingannano se stessi e il popolo.
Questo tema dell'ignoranza inconsapevole è anche quello dell'Ione. Ione è un rapsodo che si vanta di saper esporre molti bei pensieri su Omero e di esser quindi competente intorno a tutti gli argomenti sui quali verte la poesia omerica. In lui Platone probabilmente rappresenta un tipo di falso sapiente che doveva essere frequente ai suoi tempi: il tipo di chi ricordando Omero a memoria e avendo sempre alla mano i detti del poeta, li citava in tutte le circostanze con l'aria di appellarsi alla più antica e autentica sapienza greca. Platone dimostra che veramente né il poeta né, tanto meno, il rapsodo, sa nulla. L'uno e l'altro parlano di tante cose, non in virtù di sapienza, ma in virtù di un'ispirazione divina che si trasmette dalla divinità al poeta, dal poeta al rapsodo, dal rapsodo all'ascoltatore, come la forza di attrazione del magnete passa da un anello di ferro all'altro e forma una catena lunghissima. Se quello del poeta o del rapsodo fosse vero sapere, essi che cantano di guerra potrebbero comandare gli eserciti e così occuparsi seriamente di tutte le cose che si limitano a cantare.
Una variazione paradossale del tema dell'ignoranza è data nell'Ippia minore; il quale tende a dimostrare che chi pecca volontariamente può essere solo l'uomo dabbene. Difatti, peccare volontariamente significa peccare consapevolmente, peccare sapendo qual è il bene e qual è il male e scegliendo deliberatamente il male. Ma chi sa qual è il bene? E l'uomo dabbene; ed egli solo dunque può peccare volontariamente. L'assurdità di questa conclusione serve a suggerire che è impossibile peccare volontariamente e che pecca soltanto chi non sa che cosa è il bene, cioè l'ignorante. Il dialogo è una riduzione all'assurdo della tesi opposta a quella di Socrate ed è quindi una conferma indiretta della tesi che la virtù è sapere.
La dimostrazione di questa tesi è lo scopo di un altro gruppo di dialoghi, più importanti dei primi. Tale dimostrazione ha come suo presupposto che la virtù è una sola: questi dialoghi mirano perciò a ridurre all'assurdo l'affermazione che esistano diverse virtù, dimostrando come nessuna virtù, isolatamente presa, possa essere compresa e definita.
Nel Lachète questa conclusione si raggiunge attraverso l'esame del coraggio (andréia). Considerato il coraggio come virtù particolare, bisogna definirlo come la scienza di ciò che si deve o non si deve temere, cioè del bene e del male futuri. Ma il bene e il male sono tali, non solo rispetto al futuro, ma anche rispetto al presente e al passato; la scienza di essi perciò non può limitarsi al futuro ma riguarda tutto il bene e tutto il male; e questa scienza non è più il coraggio come virtù particolare, ma la virtù tutta quanta. Così la ricerca che muove a determinare la natura di una virtù singola giunge in realtà a determinare la natura di tutta la virtù: tanto è impossibile distinguere nella virtù parti diverse. Nel Carmide la stessa indagine è fatta a proposito della saggezza (sofrosyne) e conduce alla stessa conclusione. La saggezza è definita da Critia, interlocutore principale del dialogo, come conoscenza di se stesso, cioè del proprio sapere e del proprio non sapere e quindi scienza della scienza. Ma a questa definizione Socrate oppone che tale scienza richiede un oggetto suo proprio. Come non c'è un vedere che sia un veder nulla, ma il vedere ha sempre per oggetto una cosa determinata, così la scienza non può avere per oggetto la scienza stessa ma deve avere un proprio oggetto determinato, senza del quale è scienza di nulla. Il tentativo di definire la saggezza come scienza della scienza fallisce dunque per l'impossibilità che la scienza faccia da oggetto a se stessa. La ricerca tende a suggerire che la saggezza, se è scienza, deve avere per oggetto il bene; ma se è scienza del bene non è più soltanto saggezza (sofrosyne) ma è nello stesso tempo sapienza e coraggio: virtù intera.
Nell'Eutifrone viene esaminata quella prima e fondamentale virtù del cittadino greco che è la pietà religiosa o santità (osiòtes). Si parte dalla definizione puramente formalistica di tale virtù come dell'arte che regola lo scambio di benefici tra l'uomo e la divinità, scambio per il quale l'uomo offre alla divinità culto e sacrifici per ottenere da essa aiuti e vantaggi. Secondo questa definizione, le azioni pie sono quelle gradite agli dei, anzi a tutti gli dei, dato che spesso essi sono in disaccordo tra loro. Ma allora nasce il quesito: ciò che è santo è tale perché piace agli dei, o non piuttosto piace agli dei perché è santo? Di fronte a questa domanda la definizione formalistica della pietà religiosa cade e si ha l'obbligo di chiedersi daccapo che cosa è veramente la santità. Si può dire allora che è parte di giustizia e precisamente quella parte che si riferisce al culto della divinità e che consiste nel compiere azioni ad essa gradite; ma con ciò si ritorna alla definizione abbandonata. La conclusione negativa del dialogo esprime non solo il rifiuto del concetto formalistico della pietà religiosa, ma anche l'impossibilità di definire tale pietà come una virtù a sé, diversa dalle altre, ed avvia perciò indirettamente al riconoscimento dell'unità della virtù.
Correlativamente all'indagine sulla virtù Platone fa procedere l'indagine sull'oggetto o il fine della virtù, sui valori che ne sono a fondamento. Una azione bella, un bel discorso hanno per oggetto il bello; ma che cosa è il bello? Questo è il problema dell'Ippici magi idre. La conclusione è che il bello non può essere distinto dal bene né come ciò che è conveniente né come ciò che è utile; giacché il conveniente è l'apparenza del bello, non il bello stesso, e l'utile non è altro che il giovevole, ciò che produce il bene ed è quindi causa del bene stesso. Come tutte le virtù tendono, una volta prese in esame, a unificarsi nel sapere così i vari oggetti o fini delle azioni umane, il bello, il conveniente, l'utile tendono ad unificarsi nel concetto del bene.
Il bene è anche il termine finale e il fondamento d'ogni rapporto umano. Secondo il Liside, l'amicizia (filia) non si fonda né sulla somiglianzà né sulla dissimiglianza tra le persone: il simile
non può trovare nel simile nulla che egli non
abbia già e il dissimile non può amare ciò che
gli è dissimile (il buono non può amare il cattivo né il cattivo il buono). L'uomo non ama
e non desidera che il bene; e ama e desidera un bene inferiore in vista di un bene superiore, sicché il bene ultimo e supremo è anche il primo fondamenti) dell'amicizia. Anzi esso solo è il vero ed unico amico, mentre le altre cose che desideriamo ed amiamo sono soltanto immagini di esso. L'amicizia degli uomini è dunque fondata sul loro comune rapporto con il bene.
I risultati dell'indagine condotta in tutti questi dialoghi possono essere ricapitolati così: 1° Non esistono virtù particolari, ma la virtù è una sola. 2° Non esistono fini o valori particolari, definibili ognuno per sé, ma il fine o il valore è uno solo: il bene. Queste due conclusioni aprono le prospettive dell'ulteriore indagine platonica e preparano i problemi che essa doveva dibattere.