FILOSOFIA GRECA
   . : pagina iniziale  . : Greca  . : percorsi  . : filosofi  . : appunti  . : interviste  . : elenco  





Platone

La vita e l'ideale politico di Platone

PLATONE nacque ad Atene il 428 a. C. da famiglia di antica nobiltà che discendeva per parte di madre da Solone e per parte di padre da re Codro. Poco si sa della sua educazione. Secondo Aristotele, egli sin da giovane si familiarizzò con Cratilo, scolaro di Eraclito, e quindi con la dottrina eraclitea. Secondo Diogene Laerzio, avrebbe scritto composizioni epiche, liriche e tragiche, che poi avrebbe bruciato; ma questa notizia, sebbene non inverosimile, non ha nulla di sicuro. A vent'anni cominciò a frequentare Socrate e fino al 399, anno della morte di lui, fu tra i suoi discepoli. Ma questo anno segna anche una data decisiva nella vita di Platone.
La Lettera VII la quale, dacché ne è stata riconosciuta l'autenticità, è diventata il documento fondamentale per la ricostruzione non soltanto della biografia ma della stessa personalità di Platone, ci consente di gettare uno sguardo sugli interessi spirituali che hanno dominato questa prima parte della vita di lui. Egli pensava da giovane di dedicarsi alla vita politica. La signoria dei Trenta Tiranni, tra i quali aveva parenti ed amici, lo invitò a partecipare al governo. Ma le speranze che Platone aveva concepito nella loro opera andarono deluse: essi fecero rimpiangere, con le loro violenze, il vecchio ordine di cose. Tra l'altro, ordinarono a Socrate di andare con altri a casa di un cittadino per metterlo a morte, e ciò per coinvolgere Socrate, volente o nolente, nella loro politica (Lett. VII, 325 a; Ap., 32 c). Dopo la caduta dei Trenta, la restaurazione della democrazia invogliò Platone alla vita politica; ma allora accadde il fatto decisivo che lo nauseò per sempre della politica del tempo: il processo e la condanna di Socrate. Da quel momento, Platone non cessò di meditare su come si sarebbe potuto migliorare la condizione della vita politica e l'intera costituzione dello stato. ma rinviò il suo intervento attivo a un momento opportuno. Si rese conto,, allora, che quel miglioramento avrebbe potuto essere effettuato soltànto dalla filosofia. «lo vidi che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male se prima o non fossero giunti al potere i veri filosofi, o i reggitori di stato non fossero per divina sorte divenuti veramente filosofi» (Lett. VII, 325 e). Dalle esperienze politiche della sua giovinezza, esperienze di spettatore, non di attore, Platone ha tratto dunque il pensiero che doveva ispirare l'intera sua opera: soltanto la filosofia può realizzare una comunità umana fondata sulla giustizia.
Dopo la morte di Socrate, si recò a Megara presso Euclidea poi, a quanto dicono i suoi biografi, in Egitto e a Cirene. Nulla sappiamo di questi viaggi di cui la Lettera VII non dice nulla; essi non sono però inverosimili ed il viaggio in Egitto può essere considerato probabile per gli accenni frequenti che si trovano, nei dialoghi, alla cultura egiziana. Il suo primo viaggio sicuro, che è anche il primo evento importante della sua vita esteriore, è quello nell'Italia meridionale.
Egli conobbe in questa occasione le comunità pitagoriche, soprattutto per il tramite del suo amico Archita, signore di Taranto; ed a Siracusa si legò di amicizia con pione, zio di Dionigi il Giovane. Si dice che Dionigi il Vecchio, il tiranno di Siracusa, venuto in sospetto per i progetti di riforma politica ventilati da Platone, lo abbia fatto vendere come schiavo sul mercato di Egina. Non sappiamo se la responsabilità del fatto risalga proprio a Dionigi; c'era guerra tra Atene ed Egina (durò fino al 387) e un incidente simile poteva verificarsi facilmente. E' certa però la vendita di Platone come schiavo e il suo riscatto per opera di Anniceride di Cirene.
La tradizione collega con tale fatto la fondazione dell'Accademia, per la quale sarebbe servito il denaro del riscatto che fu rifiutato, quando si seppe di chi si trattava. Nulla si sa di certo a questo proposito, ma si può dire che, al ritorno di Platone ad Atene, quella «comunità della libera
educazione» che Platone aveva in mente, ricevette forma giuridica; e sul modello delle comunità pitagoriche fu un'associazione religiosa. un tiaso. Questa era d'altronde l'unica forma che una società culturale poteva legalmente rivestire in Grecia; ed era una forma che non escludeva nessun genere di attività, neppure profana o ricreativa.
Quando Dionigi il Giovane successe al padre sul trono di Siracusa (367 a.C.) Platone fu chiamato da Dione per dare il suo consiglio e il suo aiuto alla realizzazione di quella riforma politica che era stata sempre il suo ideale. Dopo qualche esitazione, Platone si decise: egli non voleva apparire a se stesso «uomo di pura teoria», né voleva abbandonare nell'eventuale pericolo l'amico e compagno Dione. Andò dunque a Siracusa. Ala qui la posizione di Dione era debole; egli venne in urto con Dionigi e fu da lui esiliato. Platone rimase per alcun tempo ospite di Dionigi e cercò di iniziarlo ed impegnarlo alla ricerca filosofica come era da lui concepita; ma Dionigi era il tipo del dilettante presuntuoso ed inoltre era distratto dalle cure politiche. Platone se ne tornò deluso ad Atene.
Ma dopo alcuni anni, Dionigi lo chiamò insistentemente alla sua corte. Spinto dallo stesso Dione che era ad Atene e sperava di ottenere dal tiranno, per l'intercessione di Platone, la revoca dell'esilio, Platone si decise a questo terzo viaggio e nel 361 partì. Ma l'esito fu disastroso: nessuna influenza egli riuscì a esercitare su Dionigi che non resse alla prova del suo insegnamento e finì per trattenerlo quasi prigioniero prima con pressioni morali (minacciando di confiscare i beni di Dione) e poi tacendo circondare il suo palazzo da mercenari. Volle tuttavia salvare le apparenze mostrando di continuare i suoi rapporti con Platone; e lo lasciò andare quando Archita da Taranto mandò una galera con una ambasceria. Platone così fu liberato.
In seguito Dione riuscì a scacciare Dionigi, ma cadde in disgrazia del popolo e fu ucciso nella congiura promossa dall'ateniese Callippo. Questi scrisse una lettera ufficiale ad Atene; e Platone rispose con quella Lettera VII indirizzata agli «amici di Dione» in cui espone e giustifica gli interessi fondamentali per i quali è vissuto. Da allora Platone dovette vivere ad Atene. dedito solo all'insegnamento.
Dalla Lettera VII sappiamo che le sue idee politiche ebbero in un'altra occasione più felice riuscita. Due eminenti cittadini di Scepsi, Erasto e Corisco, discepoli di Platone, furono richiesti da Ermia, tiranno di Atarneo nella Misia, di formulare una costituzione che desse una forma più mite al suo governo. Questa costituzione fu attuata di fatto e procurò ad Ermia le simpatie delle popolazioni della costa eolica, si che alcuni territori si sottomisero spontaneamente a lui. Ermia onorò i suoi amici donando loro la città di Asso (DIRIMO, In Demost., col. 5, 52) e costituì con i due platonici una piccola comunità filosofica, di cui Platone era il lontano nume tutelare. Si spiega quindi come, dopo la morte di Platone, Aristotele si sia appunto recato ad Asso.
Platone morì nel 347 a 81 anni. Un papiro di Ercolano scoperto recentemente ci dà la descrizione delle ultime ore del filosofo. L'ultima visita che ricevette fu quella di un caldeo. Una donna tracia sonava e sbagliò il tempo: Platone, che già aveva la febbre, fece all'ospite un cenno con il dito. Il caldeo osservò cortesemente che non c'erano che i Greci ad intendersi di misura e di ritmo. La notte seguente la febbre si aggravò e forse in quella notte stessa Platone morì.