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Protagora
Protagora fu accusato di ateismo ed espulso dalla città di Atene.
Diceva infatti
di non essere in grado di sapere nulla degli dei

PROTAGORA di Abdera fu il primo che si chiamò sofista e maestro di virtù.
Secondo Platone, che ce ne presenta la figura nel dialogo a lui intitolato, egli
era molto più vecchio di Socrate: il suo fiorire si pone nel 444 - 40. Insegnò
per 40 anni in tutte le città della Grecia trasferendosi dall'una
all'altra. Fu ripetute volte in Atene: ma infine fu accusato di ateismo e
costretto a lasciare la città. Morì annegato a 70 anni mentre si recava in
Sicilia. Platone ci ha lasciato, nel dialogo a lui
intitolato, un ritratto vivente se pure ironico del sofista; ce lo rappresenta
come uomo di mondo, pieno d'anni e d'esperienza, magniloquente, vanitoso,
preoccupato nelle discussioni più di ottenere ad ogni costo un successo
personale che di raggiungere la verità. L'opera principale di Protagora,
Ragionamenti demolitori, veniva citata anche con il titolo Sulla verità o
sull'essere. Si attribuisce a Protagora un'opera Sugli Dei. Degli scritti di
Protagora non rimangono che pochi frammenti.
Protagora ha espresso il postulato fondamentale dell'insegnamento sofistico nel
famoso principio con il quale aveva inizio l'opera Sulla. verità: «L'uomo è
misura di tutte le cose (chrémata), delle cose che sono in quanto sono, delle
cose che non sono in quanto non sono».
Il significato di questa tesi famosa fu chiarito per la prima volta da Platone,
la cui interpretazione ha continuato e continua a tenere il campo. Secondo
Platone, Protagora intendeva dire che «quali le singole cose appaiono a me, tali
sono per me e quali appaiono a te, tali sono per te: giacché uomo sei tu e uomo
sono io» (Teet., 152 a); e che pertanto identificava apparenza e sensazione
affermando che apparenza e sensazione sono sempre vere perché «la sensazione è
sempre di cosa che è» (lb., 152 c): è, s'intende, per questo o quell'uomo.
Aristotele (Met., IV, 1, 1053 a, 31 sgg.) e con lui tutte le fonti antiche
confermano sostanzialmente l'interpretazione platonica. Questa è suffragata
anche dalle critiche che, secondo una testimonianza di Aristotele (Ib., III, 2,
997 h, 32 sgg.), Protagora rivolgeva alla matematica osservando che nessuna cosa
sensibile ha le qualità che la geometria attribuisce agli enti geometrici e che,
per esempio, non esiste una tangente che tocchi la circonferenza in un punto
solo, come vuole la geometria (fr. 7, Diels). In questa critica, come è ovvio,
Protagora si avvaleva delle apparenze sensibili per giudicare della validità
delle proposizioni geometriche.
Secondo lo stesso Platone, anche qui seguìto quasi unanimemente dalla tradizione
posteriore, il presupposto della dottrina di Protagora era quel lo di
Eraclito: l'incessante fluire delle cose. Il Teeteto platonico contiene pure una
teoria della sensazione elaborata su questo presupposto: la sensazione sarebbe
l'incontro di due movimenti, quello dell'agente, cioè dell'oggetto, e quello del
paziente, cioè del soggetto: poiché i due movimenti, dopo l'incontro,
continuano, non ci saranno mai due sensazioni uguali né per diversi uomini né
per lo stesso uomo (Teet., 182 a). Non sappiamo se questa dottrina possa
riferirsi a Protagora: tuttavia anch'essa è una conferma dell'identità che
Protagora stabiliva tra apparenza e sensazione. E quindi abbastanza chiaro che
il mondo della doxa (cioè dell'opinione) che per l'appunto comprende le
apparenze sensibili e tutte le credenze che su di esse si fondano, viene
accettato da Protagora così come si presenta; e che egli, come gli altri
Sofisti, si rifiuta di procedere al di là di esso e di istituire una ricerca che
in qualche modo lo trascenda.
Esso è il mondo delle faccende umane in cui Protagora e tutti i Sofisti
intendono muoversi e rimanere. L'agnosticismo religioso di Protagora è
una conseguenza immediata di questa limitazione del suo interesse alla sfera
dell'esperienza umana. «Degli dèi – diceva Protagora – non sono in grado di
sapere né se sono né se non sono né quali sono: molte cose infatti impediscono
di saperlo: non solo l'oscurità del problema ma la brevità della vita umana»
(fr. 4, Diels). L'«oscurità» di cui parla qui Protagora consiste probabilmente
proprio nel fatto che il divino trascende la sfera di quelle esperienze umane
alla quale, secondo Protagora, il sapere è limitato.
Questi chiarimenti non sono tuttavia ancora sufficienti per intendere la portata
del principio protagoreo. L'interesse di Protagora, come quello di tutti i
Sofisti, non è puramente gnoseologico-teoretico.
I problemi che stanno a cuore a Protagora sono quelli dei tribunali, della vita
politica e dell'educazione: i problemi cioè della vita associata che sorgono
all'interno dei gruppi umani o nei rapporti tra i gruppi. L'uomo che essi
prendono in considerazione è certamente l'individuo (e non, come voleva Gomperz,
l'uomo in generale o la natura umana); ma non l'individuo isolato, chiuso in sé
come una monade, bensì l'individuo che vive insieme con gli altri e che
dev'essere quindi adatto, o reso adatto, ad affrontare i problemi di questa
convivenza. Sarebbe quindi arbitrario restringere il principio di Protagora al
rapporto tra l'uomo e le cose naturali: è molto più corretto intenderlo nella
sua portata più vasta, come comprendente ogni e qualsiasi tipo di oggetto su cui
verta un rapporto interumano, compresi gli oggetti che si chiamano beni o
valori. Nello stesso significato letterale della parola chrémata usata da
Protagora, i beni e i valori sono compresi allo stesso titolo dei corpi o delle
qualità dei corpi. L'uomo non è soltanto, da questo punto di vista, la misura
delle cose che si percepiscono ma anche quella del bene, del giusto e del bello.
Non c'è dubbio che Protagora riteneva che anche tali valori sono diversi da
individuo a individuo perché tali appaiono; e che anche in questo campo tutte le
opinioni sono egualmente vere. Nell'energica difesa che Socrate stesso fa di
Protagora a metà del Teeteto, è chiaramente detto che «le cose che a ciascuna
città sembrano giuste e belle, sono anche tali per essa finché le ritiene tali»
(Teet., 167 e); e questa è una tesi che può esser già compresa nel principio che
l'uomo è misura di tutto.
I Sofisti insistevano volentieri sulla diversità e l'eterogeneità
dei valori che reggono la convivenza umana. Uno scritto anonimo, Ragionamenti
doppi (composto probabilmente nella prima metà del IV secolo), che si propone di
dimostrare che le stesse cose possono essere buone e cattive, belle e brutte,
giuste e ingiuste, viene presentato dal suo autore come una summa
dell'insegnamento sofistico: «Ragionamenti doppi (così s'inizia lo scritto)
intorno al bene e al male sono sostenuti in Grecia da coloro che si occupano di
filosofia». Può darsi che l'autore di questo scritto seguisse più da vicino la
traccia di un particolare sofista (per esempio, di Gorgia, come sostengono
alcuni studiosi); ma è difficile supporre che non intendesse riferirsi anche a
Protagora, del quale sappiamo che scrisse un libro intitolato Antilogie. La
seconda parte dello scritto è particolarmente interessante perché contiene
l'esposizione di quello che oggi si chiama il «relativismo culturale», cioè il
riconoscimento della disparità dei valori che presiedono alle diverse civiltà
umane. Ecco alcuni esempi: «I Macedoni credono bello che le ragazze siano amate
e si uniscano con un uomo prima di sposarsi, ma bruto dopo che si siano sposate;
per i Greci è brutta tanto l'una cosa che l'altra... I Massageti fanno a pezzi i
[cadaveri dei] genitori e li mangiano e si crede che sia una tomba bellissima
venir seppelliti nei propri figli; se invece in Grecia qualcuno facesse questo,
sarebbe scacciato e dovrebbe morire coperto di vergogna per aver commesso
un'azione brutta e terribile.
I Persiani giudicano bello che anche gli uomini si adornino come le donne e che
si congiungano con la figlia, la madre e la sorella: i Greci invece giudican
queste azioni brutte e immorali; ecc.». L'autore dello scritto conclude la sua
esemplificazione dicendo che «se qualcuno ordinasse a tutti gli uomini di
radunare in un sol luogo tutte le leggi (nomoi) che si credono brutte e di
scegliere poi quelle che ciascuno crede belle, neppure una ne resterebbe, ma
tutti si ripartirebbero tutto» (Diels, 2, 18). Considerazioni di questo genere
non sono isolate nel mondo greco e ricorrono frequentemente nell'ambiente
sofistico. Secondo una testimonianza di Senofonte (Mein., IV, 20), Ippia negava
che la proibizione dell'incesto fosse legge naturale dal momento che presso
alcuni popoli è trasgredita. L'opposizione tra natura e legge, propria di Ippia
e di altri Sofisti (§ 27) non era che una conseguenza della concezione
relativistica che tali Sofisti avevano dei valori che presiedono alle diverse
civiltà umane. È da ricordare infine a questo proposito che Erodoto, che ebbe
certamente rapporti con l'ambiente sofistico e ne condivise, a suo modo,
l'indirizzo illuministico, dopo aver riportato, riferendolo agli indiani
Callati, il costume di alcune popolazioni di dar sepoltura ai parenti morti nel
loro stomaco e aver messo a confronto la ripugnanza dei Greci per questo costume
con la ripugnanza di quegli Indiani per il costume dei Greci di bruciare i loro
morti, concludeva con una tipica affermazione del relativismo dei valori. «Se,
diceva, si proponesse a tutti gli uomini di scegliere tra le varie leggi e li si
invitasse a scegliere la migliore, ognuno, dopo aver riflettuto, sceglierebbe
quella del suo paese: tanto a ciascuno sembrano di gran lunga migliori le
proprie leggi». E concludeva il suo racconto commentando: «Così sono queste
leggi avite e io credo che ha hen detto Pindaro nei suoi versi che "la legge è
regina di tutte le cose"» (Hist., 111, 38). Se perciò si tiene presente,
nell'interpretazione del principio di Protagora, la totalità dell'ambiente
sofistico (che d'altronde Protagora stesso contribuì potentemente a formare),
appare ovvio che il principio si riferisce a tutte le opinioni umane, comprese
quelle che concernono valori (il bello, il giusto, il bene) e non solo a quelle
che si riferiscono alle qualità sensibili o alle cose stesse. Ma l'eterogeneità
e l'equivalenza delle opinioni non significa la loro immutabilità: le opinioni
umane sono, secondo Protagora, modificabili e in realtà si modificano e si
correggono; e l'intero sistema politico-educativo che costituisce una comunità
umana (polis) è diretto appunto a ottenere opportune modifiche nelle opinioni
degli uomini. In che senso vanno queste modifiche? Certo non nel senso della
verità, perché dal punto di vista della verità tutte le opinioni sono
equivalenti. Vanno invece, e devono andare, nel senso dell'utilità privata o
pubblica. Questa è infatti la tesi che viene prospettata nella difesa che
Socrate stesso fa di Protagora nel Teeteto (166 a, 168 e). E nel Protagora è
detto: «Come i maestri si regolano con gli scolari che non sanno ancora
scrivere, tracciando essi stessi le lettere sulla tavoletta e obbligando a
ricalcare la traccia, così la comunità (polis), facendo valere le leggi
escogitate dai grandi legislatori antichi, obbliga i cittadini a seguirle sia
nel comandare sia nell'ubbidire e punisce chi si scosta da esse» (Prot., 326 d).
Su questa stessa possibilità di rettifica delle opinioni umane nel senso
dell'utilità privata e pubblica, si inserisce, secondo la «difesa» del Teeteto,
l'opera del sapiente che si fa maestro dei singoli e delle città «facendo
apparire giuste le cose buone in luogo delle cattive». In questo senso, l'opera
del sapiente (o sofista) è perfettamente simile a quella del medico o
dell'agricoltore: trasforma in buona una disposizione cattiva, fa passare gli
uomini da un'opinione dannosa per i singoli e per la comunità a un'opinione
utile, prescindendo completamente dalla verità o falsità delle opinioni che,
sotto questo rispetto, sono per lui tutte uguali (Teet., 167 c-d). Perciò
Protagora si presentava come maestro, non di scienza, ma di «accortezza negli
affari privati e negli affari pubblici» (Prot., 318 e); perciò professava
l'insegnabilità della virtù, cioè la modificabilità delle opinioni nel senso
dell'utile; e perciò si riteneva (ed era ritenuto) degno di essere ricompensato
con denaro per la sua opera educativa. Nulla poi c'è, in tutto ciò che sappiamo
della dottrina di Protagora, che lasci presumere che egli attribuisse
assolutezza alle forme che l'utilità riveste nella vita pubblica o privata
dell'uomo. Certo, secondo Protagora, «l'intera vita dell'uomo ha bisogno di
ordine e di adattamento» (Prot., 326 b). Zeus ha dovuto mandare agli uomini
l'arte politica, fondata sul rispetto e sulla giustizia, affinché gli uomini
cessassero di distruggersi a vicenda e potessero vivere in comunità (lb ., 322
c). Ma né l'arte politica è una scienza né il rispetto e la giustizia sono
oggetto di scienza, secondo Protagora. «Rispetto e giustizia» sono, nel mito, la
stessa cosa che «l'ordine e l'adattamento» sono fuori del mito: possono assumere
innumerevoli forme.
Nella stessa Repubblica di Platone il concetto di giustizia è introdotto e
difeso come condizione di qualsiasi convivenza umana, di qualsiasi attività che
gli uomini debbano svolgere in comune, compresa quella di una banda di briganti
e di ladri (Rep., 351 c); e non per nulla una testimonianza antica fa dipendere
la Repubblica di Platone dalle Antilogie di Protagora (fr. 5, Diels). Senza
dubbio Platone non si fermò a questo concetto formale di giustizia: l'intero
corpo della Repubblica è diretto a delimitarlo e definirlo rendendo lo
oggetto di scienza e così assolutizzandolo. Ma per Protagora esso senza dubbio
conservava il suo carattere formale e così la sua fluidità: il che significa che
per Protagora la giustizia stessa, cioè l'ordine e l'accomodamento reciproco
degli uomini, ottenibili attraverso la rettifica che le leggi e l'educazione
impongono alle loro disparate opinioni, può assumere forme diverse, che
l'accortezza o l'ingegnosità umana possono scoprire o far valere nelle
differenti comunità umane.
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