FILOSOFIA GRECA
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VIVERE FILOSOFANDO
Platone, Apologia di Socrate, 28 e-30 c.


Io, cittadini Ateniesi, avrei agito assurdamente se, quando i comandanti, che voi eleggeste a comandarmi, mi assegnarono un posto a Potidea, ad Anfipoli e a Delio (1), rimasi al posto assegnatomi, come chiunque altro, e corsi il pericolo di morire, mentre quando il dio mi ordinò, come credetti e supposi, di dover vivere filosofando ed esaminando me stesso e gli altri, per paura della morte o di altro avessi lasciato il mio posto. Sarebbe assurdo e sarebbe veramente giusto allora trascinarmi in tribunale, perché non crederei nell'esistenza degli dèi, dal momento che disobbedirei all'oracolo, temerei la morte e crederei di essere sapiente senza esserlo. Temere la morte, infatti, non è altro, cittadini, che credere di essere sapiente senza esserlo: è credere di sapere ciò che non si sa, perché nessuno sa se la morte non sia il maggiore di tutti i beni per l'uomo, ma tutti la temono come se sapessero con certezza che è il maggiore dei mali. E non è ignoranza questa, anzi la più biasimevole, credere di sapere ciò che non si sa? In questo forse, cittadini, sono differente dalla maggior parte degli uomini; questo è il punto su cui posso dire di essere più sapiente di qualcuno: che non sapendo abbastanza delle cose dell'Ade, non credo neppure di saperne. So invece che commettere ingiustizia e disobbedire a chi è migliore di noi, dio o uomo, è cosa brutta e cattiva. Perciò davanti ai mali che so essere mali nontemerò e non fuggirò mai quelli che non so se siano anche beni. Sicché, anche se ora mi assolveste, dando torto ad Anito, il quale diceva che o non si doveva farmi comparire qui fin da principio o, una volta che ero comparso, non si poteva non condannarmi a morte , perché, diceva, se io fossi scampato alla condanna, i vostri figli praticando gli insegnamenti di Socrate, sarebbero stati tutti completamente corrotti — se di fronte a ciò mi diceste: «Socrate , noi ora non ascolteremo Anito, ma ti assolveremo, a patto però che tu non passi più il tempo in queste ricerche e a filosofare. E se sarai sorpreso a farlo ancora, morirai» —se dunque, come ho detto, voi mi assolveste a queste condizioni, vi direi: «Ateniesi, io vi voglio molto bene, ma obbedirò al dio piuttosto che a voi e finché avrò respiro e ne sarò capace, non smetterò di filosofare, di esortarvi, di dare indicazioni a chiunque di voi io incontri, dicendogli come al solito: «Ottimo tra gli uomini, tu che sei Ateniese, cittadino della città più grande e più illustre per sapienza e potenza, non ti vergogni di prenderti cura delle ricchezze per accumularne il massimo, della reputazione e degli onori e di non curarti e preoccuparti della intelligenza, della verità e dell'anima, perché diventi la migliore possibile?» E se qualcuno di voi protesterà e affermerà di averne cura, non lo lascerò andare subito e non me ne andrò, ma lo interrogherò, esaminerò, confuterò e, se mi pare che non possegga la virtù, ma lo affermi soltanto, lo rimprovererò di avere scarsissima stima di ciò che vale moltissimo e molta di ciò che vale pochissimo. Farò questo con chiunque incontri, giovane o vecchio, forestiero o cittadino, ma più con voi, cittadini, in quanto mi siete più vicini per origine. Questo, lo sapete bene, è il comando del dio ed io credo che nella città non abbiate bene maggiore della mia obbedienza al dio. Così vado in giro non facendo altro che persuadere voi, giovani e vecchi, a non curarvi né del corpo né delle ricchezze prima e più intensamente che dell'anima, in modo che essa diventi la migliore possibile e dirvi: «Dalle ricchezze non nasce virtù, ma dalla virtù nascono ricchezze e ogni altro bene per l'uomo, in pubblico e in privati)». Se dicendo queste cose, corrompo i giovani, allora sono dannose; ma se qualcuno dice che i miei discorsi sono diversi, dice cose insensate. «Perciò, cittadini Ateniesi, vi direi, ascoltate o no Anito, assolvetemi o no, ma sappiate che non farò diversamente, anche se dovessi morire più volte».

(1) Sulla campagna di Potidea, colonia di Corinto, assediata dalle forze ateniesi dal 432 al 429, cfr. Tucidide, I, 56-66; Il, 58, 70: tale assedio fu uno dei motivi della nascita della guerra del Peloponneso. La battaglia di Delio fu combattuta nel 424 e le truppe ateniesi, al comando dello stratega Ippocrate, furono battute dalle truppe beote al comando di Pagonda, le quali si impadronirono della città di Delio (cfr. Tucidide, IV, 90-101). Anfipoli era una colonia ateniese sul fiume Striinone: nel 424 era occupata dal generale spartano Brasida, prima che Tucidide lo storico, allora stratega, giungesse in soccorso (cfr. Tucidide, IV, 102-106). Nel 422 ad Anfipoli si scontrarono le truppe spartane al comando di Brasida con quelle ateniesi al comando di Cleone: i due comandanti vi morirono e le truppe ateniesi furono sconfitte e messe in fuga (cfr. Tucidide, V, 6-10).