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LA FILOSOFIA INTORNO
ALLA META' DEL V SECOLO

Né le filosofie ioniche del molteplice, né il primo pitagorismo potevano
sopravvivere nella loro forma originaria ai divieti eleatici: essi non potevano
dar conto della propria « via », cioè del proprio metodo di verità, e d'altra
parte nella loro spiegazione del mondo essi ammettevano la nascita del
non-essere dall'essere e viceversa. Il loro discorso incorreva quindi nella
dichiarazione parmenidea di assurdità e di impensabilità. Di fronte a questa
situazione, due restavano le vie possibili per il successivo pensiero
filosofico: o ammettere che non v'è comunicazione alcuna fra il vero eleatico e
l'esperienza concreta, che si presenta sempre come molteplice e temporale,
dunque destituita di autentica realtà, e limitarsi ad affinare tecniche di
controllo pratico dell'esperienza stessa; oppure accettare la sfida e tentare di
ristabilire una relazione tra verità, realtà ed esperienza, restituendo a
quest'ultima una sua dignità razionale e d'altra parte conferendo a quelle una
presa più diretta e significativa sul mondo nel quale effettivamente viviamo.
Questa seconda via fu imboccata dai grandi filosofi della natura attorno alla
metà del Vsecolo - Empedocle, Filolao, Anassagora - e già questa constatazione
dà la misura della loro dignità di pensatori, del loro coraggio speculativo. Si
trattava, secondo la definizione tradizionale, di trovare una spiegazione del
mondo (di tutto il mondo, quale si rivela nell'esperienza, nel pensiero, nel
discorso) che ponesse essere e divenire in una relazione significativa. Si
trattava, più precisamente, di ristabilire una omogeneità fra l'infinita
ricchezza della nostra esperienza nello spazio e nel tempo e quei modi
fondamentali del nostro pensiero nei quali soltanto consistono la possibilità di
comprendere davvero l'esperienza e la garanzia di verità di questa comprensione;
occorreva che l'esperito venisse organizzato in modo cla poter essere espresso
dal nostro discorso senza incorrere in contraddizioni ed assurdità.
Tutto ciò era poi la condizione per assolvere ad un altro compito fondamentale:
costruire cioè una spiegazione del cosmo nella quale la funzione dell'uomo, del
suo operare e del suo conoscere, fosse garantita e giustificata. Alla totalità
eleatica l'uomo poteva soltanto accedere facendosi specchio di una rivelazione
divina dell'essere; ma egli voleva ora trasformare la potenza insita nel suo
pensiero, che gli eleati stessi avevano scoperta, in uno strumento di
comprensione, di controllo, di trasformazione del mondo in cui viveva. Voleva un
suo posto nel sistema di fysis, che gli indicasse i suoi limiti ma anche le sue
possibilità, che fondasse il suo esistere concreto e il suo destino storico.
In particolare, le grandi technai venivano ormai affacciandosi a più precisi
livelli di consapevolezza: la matematica e la geometria, anche nella gamma delle
loro applicazioni pratiche; la medicina; l'astronomia, la meteorologia;
l'architettura urbanistica; la storiografia, le technai del discorso e della
politica. Per acquisire in pieno tale consapevolezza, per definirsi nella
propria autonomia operativa
e di metodo, le technai richiedevano anch'esse alla filosofia una fondazione
nell' ambito della spiegazione generale di fysis. Come strumenti forgiati
dall'uomo per comprendere e controllare fysis, esse implicavano innanzitutto che
all'uomo fosse riconosciuta la funzione cui si è sopra accennato; e inoltre,
trovandosi ad operare nella fascia in cui il pensiero viene ad immediato
contatto con l'esperienza concreta, esse richiedevano che tale contatto fosse
teoricamente chiarito, che pensiero
ed esperienza fossero resi abbastanza omogenei da garantire la validità di quel
rapporto che in esse comunque veniva attuandosi. Questi, nella loro forma più
generale, i problemi che si ponevano alla filosofia della natura intorno alla
metà del v secolo.
Prima tuttavia di esaminare le diverse soluzioni che ad essi vennero date,
occorrerà stabilire alcune premesse di natura più strettamente filosofica che si
applicano a tutti i pensatori in esame, e al di fuori delle quali non sarebbe
possibile intenderne l'opera. Tenendole presenti, si comprenderanno
meglio i limiti ad essi imposti dall'orizzonte di pensiero nel quale operavano,
la grandezza dello sforzo compiuto per superarli ed anche alcune possibilità
positive destinate a non venir sviluppate dalla filosofia posteriore.
Innanzitutto, per nessuno di questi pensatori è concepibile una distinzione a
priori fra pensiero (o soggettività) e realtà (o oggettività) come due sfere
autonome e sussistenti di per sé. Per essi il pensiero, in quanto vero, è
pensiero del reale, e il reale a sua volta è il pensabile per eccellenza; la
distinzione, come si è visto, passa semmai fra pensiero e reale da un lato,
opinione ed esperienza dall'altro. Si tratta di un punto di vista dal quale il
pensiero greco -- pur elaborandolo -- non uscirà per lunghissimo tempo. Due
conseguenze importanti scaturivano, per i pensatori di cui ci stiamo occupando,
da tale presupposto fondamentale.
In primo luogo non era pensabile una concezione della logica come scienza
formale del discorso parlato e scritto che prescindesse relativamente dal
rapporto di tale discorso con la realtà sul quale esso verteva: la verità di
qualsiasi discorso non poteva essere commisurata se non alle realtà che esso
asseriva. Il discorso tendeva quindi a trasformarsi immediatamente in ontologia;
a meno che giungesse a conquistare un più dinamico rapporto con quella realtà da
cui non poteva comunque sganciarsi, e a presentarsi quindi come metodo della
conoscenza: e sono appunto gli sviluppi in questo senso che dovranno attirare la
massima attenzione da parte nostra, come del resto essi attirarono quelli delle
scienze di allora.
Parallelamente, non era ancora pensabile una distinzione tra i fenomeni che si
presentano all'esperienza ed un eventuale sostrato oggettivo di questi fenomeni,
quale verrà più tardi cristallizzato nelle nozioni di sostanza o di materia e
che come tale dominerà per lunghi secoli il pensiero occidentale. Per i filosofi
di cui discorriamo, il mondo fisico si presentava come una essenziale unità in
cui era inconcepibile contrapporre
l'apparenza dei fenomeni alla realtà di una sostanza di base, secondo un
procedimento di cui Melisso aveva posto le premesse e che l'atomismo avrebbe
reso consueto; e dall'impossibilità di pensare la materia in sé conseguiva
l'impossibilità di pensare l'immateriale come esistente di per sé, nozione che
poi Platone avrebbe reso altrettanto familiare. E' chiaro come da tutto ciò
derivasse una certa povertà di articolazioni nelle prospettive sul mondo reale e
possibile. Ancora una volta tuttavia sarà importante non trascurare il
significato insito nel pensare il mondo fisico come un sistema di cose o di
oggetti quali sono esperiti, senza immediatamente correre col pensiero alla
sostanza in sé che giace dietro di essi, e viceversa nel pensare la regione che
poi ci sarà nota come « ideale » semplicemente come zona di ciò che è
non-fisico, e resta comunque una delle funzioni del mondo reale nel suo insieme.
Ciò premesso, sarà più facile intendere come i nostri pensatori venissero
comunemente definiti dai loro contemporanei non come « filosofi » ma come
fysiologoi (studiosi di fysis), o più semplicemente come fisici. Fysis era ai
loro occhi il sistema del mondo di cui l'uomo è una parte, sia pure una parte
sempre più importante, al pari degli astri, degli esseri animati e di quelli
inanimati, un mondo che ha una sua storia e un suo destino. Un mondo di cui
occorre stabilire la pensabilità ma che non è pensiero, un mondo che è reale ma
non è sostanza o materia, un mondo, infine, al di fuori del quale non si danno
né verità né realtà. È chiaro, dunque, che una fysis così intesa è il problema
unico e spontaneo della filosofia quale
forma più alta della riflessione umana; è chiaro che la filosofia non
si distingue se non per maggior generalità e maggior consapevolezza dalle varie
scienze di fysis. Più tardi, una volta sopravvenuta la specializzazione delle
scienze e smarrito il senso della loro profonda unità, la fisica, ormai più
vicina al significato moderno del termine, tenderà tuttavia a conservare un
valore filosofico di scienza per eccellenza; e tale primato non gioverà né alla
filosofia, incline a di
dimenticare la potenzialità filosofica di altre scienze—quali le biologiche, le
umane, le mathematiche stesse — né alla fisica, presto gravata di significati (e
di dogmi) squisitamente speculativi, che tenderanno a impoverirne il legame
diretto con l'esperienza, dunque, alla fine, con fysis stessa. La soluzione di
tali problemi ci conduce però a tutt'altra epoca storica. Qui basti sottolineare
la potenzialità della veduta unitaria che abbiamo sopra descritta pur nella sua
arcaicità.
Da quanto s'è detto, comunque, almeno una cosa dovrebbe risultare chiara. Con la
filosofia della natura del V secolo siamo nel crogiuolo dei grandi problemi che
occuperanno la riflessione umana per lunghi secoli a venire. Essa oscilla
continuamente fra le prospettive feconde e i limiti che il suo tempo le
imponeva. Ma nell'uno e nell'altro senso, le impostazioni che essa giunse a
forgiare fornirono la materia prima a tutto il posteriore pensiero filosofico e
scientifico.
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