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CARATTERI GENERALI
DEL V SECOLO
Il v secolo è stato giustamente paragonato alla primavera della stagione
ellenica. Tutti gli aspetti della civiltà greca
—
sociali, politici, culturali — vi conobbero una fioritura impetuosa, ricca di
conquiste destinate a rimanere nei secoli come « patrimonio perenne », per usare
le parole di uno dei suoi massimi rappresentanti, Tucidide, e gravida pure di
contraddizioni che, esplodendo sul finire del secolo, ne resero precario il
consolidamento storico. All'inizio di questo periodo, due gravi minacce esterne
incombevano sui principali centri del mondo ellenico, la madrepatria greca e la
Sicilia: rispettivamente, l'invasione persiana e quella cartaginese. Le decisive
vittorie riportate a Salamina sui persiani e ad Imera sui cartaginesi
assicurarono molti decenni di sicurezza esterna, permisero il recupero della
Ionia alla madrepatria, garantirono la libertà dei commerci navali, e
nell'insieme posero le basi per un più rapido ed armonico sviluppo
economico-sociale delle maggiori poleis greche. La diminuita pressione esterna,
l'espansione delle attività industriali e commerciali ed il conseguente sviluppo
di una forte « borghesia » urbana, consentirono quasi ovunque l'adozione di
costituzioni democratiche, che a loro volta determinarono una più intensa vita
collettiva, una più profonda partecipazione del cittadino alle vicende politiche
e culturali della polis, un più ampio dispiegarsi della personalità umana. Le
vittorie sui barbari, e soprattutto quelle conseguite nelle guerre persiane, si
trasformarono ben presto in un'epopea nazionale, che garantiva alla polis la
validità del suo passato un'inesauribile fiducia nel suo futuro. Ciò è vero in
primo luogo per Atene, la protagonista di Maratona e di Salamina: la fondazione
della lega di Delo, che la poneva a guida naturale delle città ioniche, la
felice alleanza realizzata da Pericle fra la parte avanzata dell'aristocrazia,
gli intellettuali e la borghesia urbana, la crescente prosperità ne fecero per
lunghi anni « la scuola dell'Ellade » (sono ancora parole di Tucidide).
Mentre in Sicilia e nella Magna Grecia le istituzioni democratiche restavano
precarie per l'assenza di un'armonica base socio-culturale, e la temperie di
pensiero era condizionata dalle grandi figure arcaiche di Pitagora e di
Parmenide da un lato, dal profondo
rapporto con i locali culti orfici e dionisiaci dall'altro, in Atene, per le
felici condizioni ora viste, veniva realizzandosi un'esperienza culturale di
ineguagliata originalità. Qui la historie ionica, che si esercitava sui temi
della filosofia, della natura, delle tecniche, della storia umana, trova il suo
ideale terreno di coltura; qui essa si incontrava con la potente visione del
mondo dei grandi tragediografi, con la critica sociale e filosofica dei maggiori
sofisti. In questo clima, due processi complementari avevano luogo: da un lato,
il differenziarsi delle « grandi technai » --- la medicina, la matematica,
l'architettura e l'urbanistica, la storiografia --- che acquisivano una propria
autonoma consapevolezza e costituivano un proprio corpus dottrinale; dall'altro,
l'accentuarsi in seno al pensiero filosofico dell'interesse per i problemi più
specificamente umani, non già in opposizione bensì in una più articolata
relazione con quelli naturalistici e tecnici. Contemporaneamente tuttavia e
questo è l'aspetto più importante un dialogo fecondo si svolgeva fra le diverse
correnti di pensiero, e le conquiste di ognuna circolavano immediatamente in
tutte le altre. Alla metà del secolo, un episodio che ebbe immediatamente larga
risonanza va ricordato per la sua tipicità in questo senso : la fondazione della
città di Turi nella Magna Grecia. All'apogeo della sua potenza, Pericle decise
la creazione di questa colonia e volle trasfondere in essa il significato
migliore della civiltà ateniese. La costituzione della nuova città fu dettata
dal sofista Protagora, risultato vincitore di un celebre concorso; la sua
urbanistica fu proposta dal grande architetto Ippodamo di Mileto; lo storico
Erodoto se ne fece cittadino; Empedocle accorse da Agrigento per assistere alla
fondazione. Nel corso degli stessi anni, il giovane medico Ippocrate e il
giovane filosofo Socrate entravano in contatto con il gruppo di Anassagora, il
clazomenio amico e consigliere di Pericle; Socrate stesso s'incontrò forse ad
Atene con il vecchio Parmenide ed il suo allievo Zenone; Euripide rappresentava
la sua prima tragedia rivaleggiando con il già famoso Sofocle. Va notato che la
maggior parte di questi eventi non limitavano la propria risonanza alla «
repubblica dei dotti »; essi erano fatti pubblici, seguiti con interesse e
passione da larghi gruppi di cittadini: ciò è vero soprattutto per i concorsi
teatrali, ma sappiamo pure di pubbliche discussioni fra medici e sofisti, per
esempio, o di pubbliche letture date dai grandi storici, per non citare le
celebri discussioni socratiche. Abbiamo parlato di contraddizioni radicali che
minavano questo sviluppo, e che ne determinarono, sullo scorcio del secolo, la
improvvisa interruzione.
Fra le principali, occorre ricordare la contraddizione fra la vocazione
liberatrice i
e democratica su cui s'era fondata la grandezza di Atene, e la sua politica
imperialistica sempre più accentuata, fra la promozione sociale che Atene
attuava e la crescente base schiavistica della sua economia; ancora, fra le
poleis a regime democratico-commerciale e quelle a regime oligarchico-terriero,
come Sparta e Tebe; fra la madrepatria greca e il mondo occidentale, così
diverso nei suoi problemi e nella sua cultura; fra le necessità di espansione e
il ristretto ambito della polis;
fra il progresso filosofico-scientifico e il prorompere dei culti orfici e
dionisiaci;
e potremmo continuare a lungo. Questo nodo di contraddizioni esplose,
nell'ultimo quarto
del secolo, in quella che sí suol definire guerra del Peloponneso, e che in
realtà coinvolse in una lotta mortale tutto il mondo ellenico, opponendo polis a
polis, madrepatria a colonie, lacerando lo stesso tessuto interno di ciascuna
polis in lotte civili le cui ferite non poterono più essere rimarginate entro
quel contesto.
Dalla guerra del Peloponneso il mondo greco uscì profondamente trasformato nelle
sue strutture politico-sociali, nel suo atteggiamento di fronte al mondo, nei
suoi orizzonti culturali e filosofici.
Quasi simbolicamente, nell'ultimo periodo della guerra o subito dopo, morirono
via via Pericle, Protagora, Tucidide, Socrate, Ippocrate medico, Sofocle,
Euripide Democrito.
In un ambiente nuovo, caratterizzato dalla ripresa dei ceti aristocratici, dal
prevalere del mondo peloponnesiaco e italico su quello ionico-attico, i
socratici e soprattutto Platone si accinsero a trasmettere al IV secolo
l'eredità di un periodo concluso per sempre.
Su questo tronco Platone innestò del resto il pensiero italico, e non è un caso
che l'apertura dell'Accademia sia stata preceduta, e condizionata, dal suo
viaggio in Sicilia. Con lui, con Isocrate, con Aristotele che nasceva proprio in
quegli anni, siamo entrati in un'epoca diversa.
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