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La scuola cinica.
Antistene
Il fondatore della scuola cinica è ANTISTENE di Atene che fu prima scolaro
di Gorgia, poi di Socrate e dopo la morte di questi insegnò nel Ginnasio
Cinosarge. Il nome della scuola deriva dal genere di vita dei suoi seguaci; il
soprannome di cani indicava il loro ideale di vita conforme alla semplicità (e
alla sfacciataggine) della vita animale.
Antistene scrisse, a quanto pare (ma non ci è rimasto quasi nulla), un libro
Sulla natura degli animali, nel quale probabilmente assumeva dagli animali
modelli o esempi per la vita umana; e compose scritti su personaggi omerici (Aiace,
Ulisse) o mitici (Difesa di Oreste). Ma la figura che Antistene e gli altri
Cinici esaltavano soprattutto era quella di Ercole, che è appunti) il titolo di
un altro scritto di Antistene. Ercole, superatore di fatiche immani e vincitore
di mostri, è simbolo del saggio cinico che vince piaceri e dolori e sugli uni e
gli altri afferma la sua forza d'animo.
Antistene concordava con i Megarici nel ritenere impossibile ogni giudizio che
non sia la pura e semplice affermazione di una identità. Platone che allude ad
Antistene nel Sofista (251 b-c) annoverandolo con un certo disprezzo tra «i
vecchi che han cominciato tardi ad imparare», ci testimonia che egli riteneva
impossibile affermare, per esempio, che «l'uomo è buono» perché questo
equivarrebbe a dire che l'uomo è nello stesso tempo uno (uomo) e molti (uomo e
buono); e voleva quindi che si dicesse soltanto «l'uomo uomo» e «il buono buono».
Aristotele conferma la testimonianza di Platone: «Antistene professava la stolta
opinione che di nessuna cosa possa dirsi altro che il suo nome proprio e che
perciò non può dirsi che un nome solo di ogni singola cosa» (Met., V, 29, 1024
b, 32).
Da questo deriverebbe – nota Aristotele – che è impossibile contraddire ed è
impossibile perfino dire il falso: difatti o si parla della stessa cosa e non ci
si può servire che dello stesso nome proprio e non v'è contraddizione o si parla
di due cose diverse e neanche in questo caso la contraddizione è possibile. Da
questo punto di vista la dottrina platonica delle idee come realtà universali
doveva apparire inconcepibile, giacché per Antistene la realtà è sempre
individuale, anzi, come vedremo subito, corporea, e oltre di essa non c'è che il
nome proprio che la indica: non sussiste nessun universale. A Platone egli
avrebbe infatti osservato: «O Platone, vedo il cavallo ma non la cavallinità».
Al che Platone avrebbe risposto: «Perché non hai l'occhio per vederla» (SIMPL.,
Cat., 66 b, 45).
Antistene ha per primo caratterizzato la definizione (logos) come l'espressione
dell'essenza di una cosa: «la definizione è ciò che esprime ciò che è o era». Ma
la definizione è possibile soltanto delle cose composte, non degli elementi da
cui esse risultano.
Ognuno di questi elementi può essere soltanto nominato, ma non caratterizzato in
altro modo; invece i composti, risultando di vari elementi, possono essere
definiti combinando fra loro i nomi di questi elementi.
Ad Antistene pare che si riferiscano anche gli accenni del Sofista e del Teeteto
agli uomini «che non credono ci sia altro se non ciò che si può stringere a
piene mani», cioè ai materialisti che non ammettono ci sia altra realtà che
quella corporea
L'unico fine dell'uomo è la felicità e la felicità è nel vivere secondo virtù.
La virtù è concepita dai Cinici completamente sufficiente a se stessa. Non c'è
altro bene al di fuori di essa; quelli che gli uomini chiamano beni, e in primo
luogo il piacere, sono mali perché distraggono o allontanano dalla virtù.
«Vorrei essere pazzo piuttosto che godere» diceva Antistene. L'uomo deve cercare
perciò di liberarsi dai bisogni, che lo tengono schiavo.
Deve anche liberarsi da ogni vincolo o rapporto sociale e bastare assolutamente
a se stesso. Contro la religione tradizionale, Antistene affermò che «secondo la
legge gli dèi sono molti, ma secondo natura c'è un solo dio» (Cicerone, De nat.
deor., I, 13, 32): affermazione che probabilmente non aveva il significato
monoteistico che si sarebbe tentati di darle, ma esprimeva soltanto l'esigenza
universalistica e panteistica che la divinità è presente dappertutto.
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