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COSCIENZA

Nella storia della filosofia il termine "coscienza" ha assunto diversi significati spesso molto lontani da quello comune di "consapevolezza", che è consapevolezza del proprio sentire, del proprio agire e del proprio essere.

Platone definisce il pensare "il dialogo che l’anima per sé instaura con se stessa su ciò che sta esaminando" (Teeteto), ma questo pensare resta legato al dialogo come momento di ricerca comune; il riferimento fondamentale non è l’introspezione, ma la comunicazione che si avvale necessariamente del linguaggio; la coscienza è l’insieme delle facoltà conoscitive, è intelligenza, memoria, scienza e opinione vera, "senza possedere né intelligenza, né memoria, né scienza, né opinione vera, non avverrebbe necessariamente che tu ignori innanzi tutto proprio questo, se godi o non godi, che tu saresti vuoto di ogni pensiero?" (Filebo).

Aristotele riduce il valore della coscienza alla consapevolezza del contenuto delle sensazioni, "i contenuti di un’indagine sono precisamente uguali, ai contenuti del sapere. La nostra indagine può rivolgersi in quattro direzioni per stabilire: che un oggetto è qualcosa; perché un oggetto è qualcosa; se un oggetto è; che cosa è un oggetto" (Analitici secondi); anche in questo caso la coscienza nulla ha a che fare con l’introspezione, resta un elemento del processo di conoscenza.

Con le filosofie ellenistiche il termine coscienza acquista anche il significato di ricerca interiore, di introspezione; saggio è colui che è distaccato dal mondo e dalle proprie passioni, il mezzo per conquistare tale distacco è il colloquio interiore dell’anima con se stessa che la filosofia favorisce. Questa concezione, pur nei diversi significati che assume nell’epicureismo e nello stoicismo, viene assunta anche dal pensiero cristiano delle origini, "ritorna in te stesso, la Verità abita nell’interiorità dell’uomo" dice Agostino; coscienza è meditazione personale sul senso dell’uomo e del suo rapporto con Dio, il significato meramente gnoseologico esaminato sopra si perde e il valore concettuale fondamentale è quello etico-religioso.

Nella filosofia moderna cruciale è l’elaborazione cartesiana: il colloquio dell’anima con se stessa acquista nuovamente un valore gnoseologico: attraverso la coscienza di sé, l’uomo fonda ogni sua conoscenza, "con "pensiero" intendo tutto ciò che avviene in noi con coscienza, in quanto ne abbiamo coscienza. Così non solo intendere, volere, immaginare, ma anche sentire è lo stesso che pensare" (Princ. fil.). La coscienza, espressione di tutte le "facoltà spirituali", è il principio autoevidente che sta a fondamento di ogni conoscenza rigorosa, "cogito ergo sum".

Molto simile è la posizione empirista; Locke concepisce la coscienza come certezza del proprio esistere del proprio pensare; per questa ragione coscienza è insieme esperienza, la fonte della conoscenza, e criterio di verità, cioè dell’accordo fra le idee e la realtà delle cose. Nella concezione cartesiana il dubbio è il metodo di conoscenza e la coscienza ne è il fondamento; nella concezione empirista la conoscenza resta sempre e necessariamente un fatto interno alla coscienza e per questa ragione può sempre essere rimesso in discussione.

In Leibniz la coscienza è la caratteristica della monade che determina la capacità di percepire; nell’uomo questa capacità è più elevata e le percezioni sono "chiare e distinte", la loro consapevolezza è l’appercezione.

In Kant coscienza contiene sia il senso etico che quello gnoseologico.

Nella Critica della ragion pratica coscienza è l’elemento che garantisce il valore assoluto della legge morale. Nella Critica della ragion pura viene distinta una coscienza empirica, diversa in ogni uomo dalla "coscienza in generale", l’Io penso, in cui l’unità del conoscere non si riduce alla totalità delle rappresentazioni della coscienza empirica, ma si aggiunge ad esse, ne rappresenta la sintesi; la coscienza in generale è pertanto una funzione conoscitiva, identica in tutti gli uomini, è attività che si realizza attraverso le categorie.

Dalla concezione kantiana si sviluppa quella idealistica: la coscienza non è l’Io, è invece il tratto distintivo di ciò che deriva dall’Io, alla concezione kantiana della coscienza come funzione viene sostituito il concetto di coscienza come sostanza.

In Fichte coscienza è l’io empirico, il prodotto dell’opposizione fra Io e Non io; l’Io, che può essere colto solo attraverso la riflessione, resta oltre la

coscienza, è Autocoscienza, fondamento della possibilità per il pensiero umano di arrivare a possedere la verità. In Schelling coscienza e natura procedono parallelamente, man mano che la coscienza emerge e si avvicina alla piena coscienza di sé dell’Assoluto anche la natura diventa un sistema più complesso.

Hegel ha una teorizzazione molto più complessa. Coscienza è l’attività conoscitiva dell’uomo che non ha ancora raggiunto il sapere assoluto, che è ancora prigioniero dell’opposizione soggetto-oggetto, che è prigioniero dell’esteriorità. L’emergere dello spirito coincide col progresso della coscienza verso il sapere assoluto, cioè verso la comprensione delle "pure essenze" di cui la realtà è manifestazione; il sapere che la coscienza produce è quindi lo stadio prelogico della conoscenza. L’opera in cui Hegel affronta tutto il cammino della coscienza dall’esteriorità del sapere empirico alla verità è la Fenomenologia dello spirito, la "storia dell’esperienza di coscienza". I vari momenti del manifestarsi dello spirito nella realtà e dell’elevarsi della coscienza verso i gradi più alti del sapere sono le "figure" della coscienza. Il primo grado è la certezza sensibile che considera l’oggetto come una realtà a sé stante; il secondo è la coscienza intuitiva che distingue fra l’oggetto e le sue proprietà e infine la coscienza riflessiva, che scopre la necessità dello sdoppiamento fra il fenomeno e il suo fondamento. Quest’opposizione è alla base della figura successiva, l’autocoscienza, per arrivare infine alla ragione e allo spirito, la cui manifestazione più alta è appunto il sapere assoluto.

Nella Fenomenologia particolare rilievo ha la Coscienza infelice: la coscienza divenuta consapevole di sé, divenuta autocoscienza, scopre nella libertà il suo carattere peculiare; nel cammino verso la libertà la coscienza rappresenta la scissione fra l’uomo e l’assoluto, Dio, operata dall’ebraismo prima e poi dal cristianesimo medievale. L’infelicità che tale scissione produce deriva dal fatto che la coscienza si sente "inessenziale" di fronte a Dio e cerca di annullarsi in lui attraverso la propria mortificazione, atteggiamento tipico del misticismo medievale. L’emergere dell’autocoscienza è quindi il progressivo manifestarsi della libertà nell’individuo e nella società, il primo esempio storico della libertà conquistata è il conflitto servo-padrone, tipico delle società antiche.


Nel Novecento il concetto di coscienza è fondamentale. Una prima elaborazione è quella husserliana e esistenzialista, centrale in autori come Jaspers e Sartre.

Per Husserl la coscienza ha sempre un contenuto che è esperienza vissuta la cui conoscenza è riferita all’intenzionalità, alla capacità di cogliere l’essenza nel fenomeno che è oggetto di esperienza vissuta e di riportare tutte le esperienze nell’unità della coscienza che è pertanto una "corrente di esperienze vissute". La rappresentazione che ne deriva non è un fatto "psicologico", ma trascendentale. Husserl distingue quindi una "percezione trascendente" e una "percezione immanente". La prima l’esperienza degli oggetti che sono presenti nella coscienza solo in quanto vissuti, in quanto possibilità, non come oggetti in sé reali; per questa ragione la conoscenza dei fenomeni richiede l’epochè fenomenologica, la sospensione del giudizio che nasce dalla messa in dubbio. La seconda è la percezione delle esperienze vissute, il pensare, l’immaginare ecc., è il "cogito" di Cartesio, una percezione immediata il cui carattere è assoluto, "la percezione dell’esperienza vissuta è la visione diretta di qualcosa che si dà o che può darsi nella percezione come assoluta e non come l’identità delle apparenza che l’adombrano"(ldee, 44), non ha bisogno di nulla per esistere in quanto è solo una relazione della coscienza.

L’esistenzialismo rielabora soprattutto la concezione husserliana della coscienza come percezione immanente. Per Jaspers la coscienza è l’essenza dell’esserci, dell’uomo, "io ci sono in quanto coscienza e solo come oggetti di coscienza le cose sono per me"; la coscienza mentre percepisce il mondo esterno, percepisce sé stessa, è autocoscienza; in quanto tale è il campo in cui l’uomo può andare alla ricerca della verità. Anche per Sartre la coscienza è il momento fondamentale che caratterizza l’uomo, essendo percezione della propria esistenza essa si proietta nel futuro, è progetto, è libertà; in quanto tale essa si scontra con l’essere, che invece è necessità; la coscienza pertanto si rivela come "non essere" e poiché il mondo è in sé privo di senso, senso che riceve solo dalla coscienza, per la quale esso è nulla; la coscienza è "l’essere per cui il nulla viene al mondo".

Il riconoscimento di una realtà esterna diversa da quella interna è il motivo fondamentale anche della filosofia di Bergson, per il quale la coscienza è la capacità di introspezione che l’evoluzione creatrice ha raggiunto nell’uomo, è, sotto un certo aspetto, l’effetto della capacità evolutiva; ma, sotto un altro aspetto, "la vita, cioè la coscienza lanciata verso la materia fissa la sua attenzione o sul suo proprio movimento o sulla materia che attraversa e si orienta o nel senso dell’intuizione o nel senso dell’intelligenza" (L’evoluzione creatrice), in questo modo la coscienza è il principio che crea la realtà e ne rivela il senso nell’interiorità dell’uomo.

Le concezioni di Husserl e Bergson hanno la loro matrice, e a loro volta l’hanno influenzato profondamente, nel dibattito che è emerso nella logica, nella filosofia del linguaggio e nella psicologia. Wittgenstein nel Tractatus vede il mondo come la totalità dei fatti e il linguaggio come lo strumento che li esprime; le proposizioni che esprimono i fatti hanno senso, quelle che vanno oltre i fatti sono prive di significato; la conclusione che ne ricava è: "di ciò di cui non si può parlare si deve tacere"; la riflessione successiva, che appare nelle Ricerche filosofiche, propone invece la concezione di una molteplicità di linguaggi, ognuno caratterizzato da regole proprie suscettibili di modificazioni, che hanno la loro fonte nell’interiorità dell’uomo; per questa ragione alcuni interpreti hanno visto nel cosiddetto secondo Wittgenstein il recupero della dimensione metafisica.