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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
INTRODUZIONE
Non appena cerchiamo di esaminare il problema del
rapporto tra intelletto e ragione nella filosofia moderna ci troviamo ad un
bivio: possiamo infatti dire, in prima analisi, che tra intelletto e ragione non
vi è alcuna differenza, cosicchè si tratta di due termini diversi che designano
la medesima cosa; oppure possiamo sostenere che intelletto e ragione siano
termini specifici che hanno contenuti concettuali diversi fra loro: in questo
caso, si tratterà allora di stabilire quale tra i due (l’intelletto? la
ragione?) debba avere la priorità sull’altro. Probabilmente, il massimo
esponente del primo atteggiamento è stato Cartesio stesso, il quale ha – in
sostanza – considerato l’intelletto e la ragione come espressioni generiche
riferibili all’attività del pensiero: secondo questa prospettiva, non esiste
un’ipotetica facoltà dell’intelletto e una della ragione, ma, al contrario,
esiste solamente una più generale facoltà del pensare, la quale potrà essere ora
appellata "ragione", ora "intelletto", ora "coscienza". In questo caso, l’unico
elemento di specificità riconoscibile è che questa facoltà è esclusivamente
umana, ed è anzi ciò che contraddistingue il nostro genere da quello animale:
solo l’uomo, infatti, può esercitare il pensiero. Un’importante conseguenza
derivante dall’identificazione di ragione e intelletto è l’impossibilità di
distinguere nettamente la funzione conoscitiva da quella pratico/morale, poiché
sarà la stessa facoltà del pensare che ora si applica all’ambito teoretico, ora
a quello pratico. Questa posizione, sostenuta a gran voce da Cartesio –
l’iniziatore dell’età moderna – sarà condivisa da Hobbes, da Locke e da Hume,
mentre sarà Spinoza a distaccarsene e a lui si rifaranno gran parte delle
posizioni successive fiorite nel Settecento e prevalse dalla fine dell’età dei
Lumi in poi. Prima di addentrarci nelle problematiche dell’età moderna, sarà
opportuno chiedersi dove sia storicamente nata l’idea della distinzione tra
intelletto e ragione: non è possibile stabilire chi per primo l’abbia
prospettata, ma, ciononostante, si può dire con certezza che ad Aristotele vada
fatta risalire la sua formulazione più precisa. Secondo lo Stagirita, attraverso
la ragione (äéáíïéá) possiamo acquisire conoscenze
impiegando i sillogismi, ossia quei ragionamenti concatenati strutturati in
maniera tale che, partendo da due premesse, si pervenga ad una conclusione.
Classico esempio di sillogismo è il seguente: " a) tutti gli animali sono
mortali, b) tutti gli uomini sono animali, quindi tutti gli uomini sono
mortali". Ciascuna delle premesse costituisce, a sua volta, la conclusione di un
altro sillogismo, con l’assurda conseguenza che – risalendo la scala di
sillogismo in sillogismo – si correrebbe il rischio di andare all’infinito. Ed è
per scongiurare questo pericolo che Aristotele fa riferimento a premesse che non
sono conclusioni di nessun altro sillogismo: tali sono, ad esempio, il principio
di non contraddizione, il principio del terzo escluso, il principio di identità
e il principio secondo cui il tutto è maggiore della parte. Tali premesse
vengono da lui dette "princìpi" e, a differenza delle normali premesse (colte
tramite il ragionamento discorsivo, äéáíïéá), possono
essere intuitivamente colti dall’intelletto (íïõò), il
quale gode pertanto di una sua superiorità logica e assiologica. Questa
distinzione operata da Aristotele tende sempre più ad affermarsi nella
tradizione filosofica, soprattutto presso i Neoplatonici, ad avviso dei quali la
realtà è – un po’ come la luce che emana dalla fiaccola - una emanazione
processuale (ðñïïäïò) dall’Uno assoluto, il quale non
contiene in sé alcuna determinazione specifica. Ma tra l’Uno e i molti quali
appaiono ai nostri sensi c’è un elemento intermedio che, da un lato, ha già in
sé la molteplicità (e ne è principio) e, dall’altro, coglie l’assoluta unità
della molteplicità dell’Uno: tale elemento mediano è il ëïãïò("ragione"),
che sta alla base dell’ordine dell’universo; ma tale Ëïãïò
deve contenere anche la molteplicità dell’Uno e non può cogliere ciò
attraverso la ragione (intesa come ragionamento discorsivo), bensì
intuitivamente, mediante il Íïõò ("intelletto"). Questa
concezione influenzerà fortemente il cristianesimo originario, e non è un caso
che il Vangelo di Giovanni si apra con l’enigmatica espressione "in principio
era il Ëïãïò". La ragione non può cogliere l’unità delle
cose, poiché il suo ufficio è di cogliere le divisioni, di mettere ordine:
spetta invece all’intelletto afferrare intuitivamente l’unità che soggiace al
molteplice. Proprio sulla scia di questa remota tradizione neoplatonica (la
quale porta alle estreme conseguenze la concezione aristotelica), la filosofia
moderna porrà al centro della propria riflessione la differenza tra le due
facoltà: in particolare, Spinoza sarà dell’idea che l’uomo, attraverso
l’intelletto, possa guardare la realtà "sub specie aeternitatis", così come la
vede Dio, in maniera totalizzante e assoluta; la ragione, dal canto suo, può
soltanto stabilire corrette connessioni causali, procedendo discorsivamente (il
che per la scienza va benissimo), ma non potrà mai giungere alla comprensione
unitaria del reale. Sarà invece l’intelletto – operante intuitivamente - a
rivelarci che tutte quelle cause colte dalla ragione sono effetti di una causa
infinita da cui tutto deriva: Dio. La superiorità dell’intelletto sulla ragione
risiede, secondo Spinoza, nella capacità del primo di cogliere la realtà nella
sua interezza attraverso un colpo d’occhio "intuitivo" (dal latino "intueor",
"vedo"), pur senza smarrire le infinite differenze che la animano. La
distinzione spinoziana ritorna in Kant, il quale tuttavia inverte il significato
dei termini e il loro valore: sarà l’intelletto (Verstand) a procedere
discorsivamente, cogliendo le realtà finite e inquadrandole attraverso le dodici
categorie, mentre la ragione (Vernunft) avrà a che fare con le totalità. La
differenza tra le due funzioni della nostra mente risiederà soprattutto nel
fatto che, se l’attività dell’intelletto produce conoscenza autentica attraverso
catene causali, passando dal condizionante al condizionato, la ragione procederà
in maniera illegittima: essa scende in campo quando, dopo aver colto con
l’intelletto le catene causali, si pensa di poter schizzar via dall’esperienza
sensibile per cercare una causa incausata, un incondizionato totale. Se
orientati all’acquisizione di nuove conoscenze, l’impiego dell’intelletto sarà
legittimo, quello della ragione no, così come di fronte ad un puzzle infinito
possiamo aggiungere sempre nuove tessere senza però mai completarlo. Ciò avviene
perché si tratta, secondo Kant, di un’irrinunciabile esigenza della nostra
mente. Si tratta – è evidente – di un capovolgimento della posizione spinoziana,
alla quale si proporrà invece di ritornare l’idealismo tedesco (Schelling e
Hegel soprattutto): mantenendo salda la distinzione kantiana tra intelletto come
facoltà che conosce il finito e ragione come facoltà che conosce l’infinito, gli
Idealisti sentiranno l’esigenza di tornare – spinozianamente – ad una conoscenza
che abbia per oggetto l’infinito (l’ "Assoluto"), in netta rottura con
l’illuminismo e con Kant.
Corso tenuto dal professor Massimo Mori nella
primavera 2003 presso l'Università di Torino.
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