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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
HEGEL
Pur essendo un agguerrito avversario del
Romanticismo, Hegel ne ripende la concezione dell’Assoluto come un Uno/Tutto che
comprende ogni cosa, nella convinzione che la totalità sia infinita e conchiusa.
Tuttavia, il concetto di infinito a cui far riferimento non era cosa del tutto
scontata e univocamente determinata, tant’è vero che Fichte e Schelling lo
intendevano in maniere tra loro inconciliabili. Per Fichte, l’Io produce
inconsapevolmente (in virtù dell’immaginazione trascendentale) un non-Io, che
successivamente si trova di fronte e che ingloba in sé. Proprio in tale
comprensione del non-Io nell’Io consiste l’attività morale, intesa come un far
predominare l’Io sul non-Io, un capire che quest’ultimo è produzione inconscia;
ma, dopo aver fagocitato il non-Io, mi troverò sempre e di nuovo di fronte un
altro non-Io da fagocitare, cosicchè il processo morale si protrarrà
all’infinito, e infinita è l’attività morale dell’Io (è un "compito infinito",
dice Fichte). Sicchè se ne evince che Fichte nutre una concezione lineare
dell’infinito, a mo’ di un vettore che procede nella sua direzione senza mai
trovare un punto di quiete. E’ evidentemente una concezione diametralmente
opposta a quella di Schelling e di Hegel, il quale si trova qui d’accordo con
Schelling stesso nel respingere l’ipotesi fichteana. In particolare, egli
critica l’infinito fichteanamente inteso accusandolo di essere "cattivo" e falso,
giacchè è un infinito che lascia sempre qualche cosa al di fuori di sé e quel
qualche cosa deve sempre essere recuperato. Ma l’infinito – obietta Hegel – non
può avere nulla fuori di sé, e un infinito come quello di Fichte, che rincorra
sempre qualcosa a sé esterno, non è nemmeno degno di esser detto infinito: tale
concezione di Fichte finiva per rispecchiare l’idea kantiana della
perfettibilità morale all’infinito (perfettibilità giustificante il postulato di
un’anima immortale), anche se Kant si guardava bene dall’applicare tale
infinitezza alla sfera metafisica; per Fichte, invece, la realtà è in continua
espansione verso l’infinito, il che appare a Hegel a dir poco ridicolo. Egli
contrappone a questa veduta un infinito inteso come totalità conchiusa, che non
lascia nulla fuori di sé, e nella "Fenomenologia dello Spirito" egli esplicita
chiaramente questa concezione asserendo che "il vero è l’intero": per essere
davvero tale, la conoscenza dovrà cioè cogliere la realtà nella sua totalità,
cosicchè ciò che è parziale viene a configurarsi come falso. Una siffatta
totalità può essere descritta secondo due diverse modalità, ed Hegel le percorre
entrambe: in primis, nella "Fenomenologia dello Spirito" egli intende la
totalità come risultato di un processo, precisando però che si tratta di una
processualità non infinita (come era invece per Fichte), ma giunta al traguardo.
A tal proposito, egli scrive nella prefazione: "il vero è l'intero. Ma l'intero
è soltanto l'essenza che si completa mediante il suo sviluppo. Dell'Assoluto si
deve dire che esso è essenzialmente Risultato, che solo alla fine è ciò che è in
verità; e proprio in ciò consiste la sua natura, nell'essere effettualità,
soggetto, o svolgimento di se stesso. Per quanto possa sembrare contraddittorio
che l'Assoluto sia da concepire essenzialmente come risultato, basta tuttavia
riflettere alquanto per renderci capaci di questa parvenza di contraddizione. Il
cominciamento, il principio, l'assoluto, come da prima e immediatamente vien
pronunziato, è solo l'Universale". L’intero è il vero che si ha quando il
processo è giunto a compimento, sicchè l’Assoluto si configura come risultato
raggiunto, e non un processo in fieri all’infinito. La sua natura è una
processualità realizzantesi: è solo la totalità in sé comprendente ogni
particolare ad esser vera, ma, perché ciò avvenga, le particolarità devono
gradualmente essere inglobate nel tutto (i particolari divengono cioè tappe
dell’universalità): questo è – alla stregua di un romanzo di formazione - il
processo dello Spirito dal limitato momento della coscienza che ciascuno ha di
sé come soggetto sensibile ad una coscienza spirituale di sé (autocoscienza),
per poi capire – grazie alla ragione – che tale coscienza è qualcosa non di
individuale, ma intessuto di rapporti con la realtà, fino a giungere alla
comprensione decisiva che tale ragione è perfetta identità con la realtà stessa
(ciò che è razionale è reale, e viceversa). Ma considerare la totalità nella sua
genesi dal particolare all’Assoluto è solo una delle due possibili strade:
l’altra è invece quella puramente sistematica; se la prima aveva andamento
pressochè storico (una sorta di storia ideale dell’Assoluto), questa seconda,
che sarà battuta in tutte le opere dello Hegel maturo ("Scienza della logica", "Enciclopedia
delle scienze filosofiche in compendio", ecc), è la strada del sistema: la
realtà non è risultato di un processo, ma è un qualcosa di colto nella sua
staticità effettuale, senonchè tale realtà così come si presenta è considerata
come una totalità articolantesi al proprio interno secondo modalità che si
connettono in modo organico e sistematico le une con le altre, in maniera tale
da fare del tutto un sistema. Si tratta, più precisamente, di una realtà
articolata in momenti che si combinano reciprocamente in modo tale che ciascun
elemento sia congruo con gli altri e con la totalità dell’insieme: alla totalità
come sviluppo ("Fenomenologia dello Spirito") si affianca ora la totalità come
sistema (dagli scritti del 1810 in poi). Nei due casi la realtà si presenta come
articolata, divisa cioè in momenti di sviluppo e determinazioni parziali, ovvero
appare come differenziata al proprio interno, il che è l’esatto opposto di ciò
che andava sostenendo Schelling, ad avviso del quale la realtà assoluta è unità
indifferenziata (di soggetto e oggetto, di Spirito e di natura, e così via) in
cui la stessa divisione tra soggetto e oggetto scompare. Per Hegel, che pure è
d’accordo con Schelling nel concepire l’infinito come una totalità chiusa, è
però inaccettabile tale tesi schellinghiana dell’indifferenziazione
dell’Assoluto; quest’ultimo, infatti, comporta invece la massima
differenziazione interna, e da ciò deriva ad Hegel una concezione della ragione
antitetica a quella di Schelling, per il quale essa aveva carattere intuitivo
proprio perché doveva cogliere una realtà indifferenziata, spingendosi al di là
del processo discorsivo cogliente le singole parti. Ora, per Hegel, la ragione
non può essere intuitiva, bensì ha anch’essa la sua discorsività ("riflessività",
dice Hegel), giacchè deve render conto delle articolazioni interne alla totalità;
di conseguenza, è chiaro che diventa diverso anche il rapporto che i due
filosofi stabiliscono con l’intelletto: per Schelling, l’opposizione è assoluta,
poiché esso procede discorsivamente, spezzettando la realtà e illudendoci che
essa non sia una totalità indifferenziata, sicchè si tratta di una facoltà
quantitativamente e qualitativamente inferiore alla ragione, la quale coglie con
un colpo d’occhio immediato la realtà. Per Hegel, invece, tanto l’intelletto
quanto la ragione hanno carattere discorsivo, perché entrambi procedono per
articolazione e ricomposizione, senonchè l’intelletto non riesce a pervenire
alla totalità, poiché procede kantianamente in maniera sintetica (congiungendo
le parti, isolandole e considerandole astrattamente dal complesso: l’intelletto
resta cioè legato ad una prospettiva parziale ed astratta), mentre la ragione,
pur procedendo anch’essa riflessivamente (e non intuitivamente, come credeva
Schelling), parte dalla totalità e approfondisce le sue articolazioni
considerandole sempre come momenti della totalità stessa, senza mai perdere di
vista la connessione tra il particolare e l’universale, ma anzi chiarendo sempre
il significato del momento particolare mediante il riferimento costante alla
totalità. Ne deriva dunque che Hegel e Schelling sono sì accomunati dalla
concezione della realtà come un tutto attingibile esclusivamente dalla ragione,
ma se per Schelling essa procede intuitivamente cogliendo un Uno/Tutto privo di
differenziazioni interne, per Hegel essa procede discorsivamente (meglio:
dialetticamente) per riconoscere le articolazioni interne alla totalità: il
percorso intuizionistico romantico di Schelling cede il passo al panrazionalismo
hegeliano, e tale frattura tra i due filosofi si realizza in senso pieno nella "Fenomenologia
dello Spirito", nella cui prefazione Hegel attacca duramente (pur tacendo i nomi)
Schelling e gli altri intuizionisti (fra cui Jacobi), dicendo che l’Assoluto
come essi lo intendono è una "notte in cui tutte le vacche sono nere", ossia è
un principio che non dà spiegazione di alcunchè, è una sorta di tenebra assoluta
in cui tutte le cose si fanno esse stesse tenebra e non sono più distinguibili,
non già perché non ci siano, ma perché sono offuscate dal buio. La stessa
intuizione, con la quale Schelling e Jacobi avanzano l’assurda pretesa di
giungere all’Assoluto, è come un "colpo di pistola" che giunge immediatamente al
bersaglio, senza render conto di nulla. Occorre invece far ricorso alla ragione,
la quale non deve tuttavia limitarsi a considerare le singole parti e a
connetterle, bensì deve partire dalla totalità per poter poi allocare le singole
parti stesse. Ciò può avvenire solo facendo riferimento ad un procedimento
dialettico scandito in tre momenti: la posizione (o tesi), la negazione (o
antitesi), e il superamento (o sintesi). Il primo momento (posizione) implica
un’affermazione parziale, come quando diciamo che "l’uomo è un animale" (A); è
un’affermazione di per sé corretta, ma esprimente sola una esigua parte della
realtà, giacchè dire che l’uomo è un animale è sì giusto, ma lacunoso, dal
momento che viene lasciata al di fuori della definizione di uomo la razionalità,
che è un suo tratto fondamentale. Viene in altri termini lasciata fuori dalla
definizione quella parte dell’uomo che non è animalità, e per arrivare
all’affermazione della natura umana nella sua complessità bisogna anche
affermare quella parte della stessa natura umana che nega A. In quanto non-A si
contrappone ad A, è negazione della posizione attraverso l’affermazione
dell’opposto della posizione stessa: mettendo insieme A e non-A, si giunge alla
totalità dei due momenti attraverso un superamento sia della parzialità di A sia
di quella di non-A. Si attua così il "superamento", termine improprio con il
quale traduciamo in italiano Aufhebung, che deriva da Heben ("togliere");
infatti si toglie da sotto per rimettere sopra, si conservano A e non-A a patto
che non vengano più prese nella loro separatezza, ma considerate come momenti
complementari di un tutto: A e non-A sono tolti e portati ad un superiore
livello, giacchè è tolta la parzialità e aggiunta l’interezza. Sia A sia non-A
sono momenti astratti, sganciati dalla realtà: così parlare separatamente
dell’animalità e della razionalità è parlare di elementi avulsi dalla totalità;
il superamento, invece, fa cogliere la concretezza dell’uomo nella sua animalità
e razionalità insieme. Questa totalità (l’uomo animale razionale), se
considerata in sé, può essere intesa come momento parziale di una realtà
superiore: l’ "uomo animale razionale" (B) non prende in esame il fatto che
l’uomo è soggetto in rapporti giuridici con altri, sicchè B diventa momento
astratto, "l’uomo è giuridico" è negazione di B, e il superamento sarà dato
dalla negazione della negazione: "l’uomo è animale razionale giuridico", e si
potrà andare avanti fino a che si arriva alla totalità assoluta, a quell’intero
che comprende tutte le determinazioni interne: questo è, appunto, l’Assoluto, ed
è qui che il processo si arresta (invece di procedere all’infinito, come credeva
Fichte). E in tale processo tanto la ragione quanto l’intelletto procedono
mediatamente, connettendo il dato immediato col suo opposto in una totalità
superiore, seppur con la differenza che l’intelletto, partendo dal parziale, non
ha mai l’universale davanti a sé, e resta sempre impigliato in conclusioni
astratte senza mai pervenire alla totalità. Solo la ragione può coglierla,
poiché parte da essa e perciò sa riferire il singolo elemento parziale alla
totalità assoluta, procedendo in senso inverso rispetto all’intelletto (non dal
basso verso l’alto, ma dall’alto verso il basso). La conclusione è che la
dialettica (che è la legge della ragione) viene a coincidere con la struttura
della realtà, configurandosi pertanto e come legge del pensiero e come legge del
reale. Ne segue che, per Hegel, logica e metafisica vengono a coincidere, sicchè
la struttura del pensiero è la struttura della realtà, e viceversa; il reale e
il razionale, dunque, combaciano, e pertanto l’idealismo hegeliano vira verso la
metafisica tradizionale, di contro a Kant, il quale aveva insegnato che la
struttura dell’oggetto della conoscenza dipende dal soggetto che lo costituisce
in base alle sue forme a priori; Kant si era contrapposto alla tradizione
metafisica che da Aristotele giungeva fino a Wolff, per la quale la realtà ha
struttura sua e la ragione deve ricostruirla (cosicchè pensiamo in un modo
perché la realtà procede in quel modo), ma Hegel non accetta le innovazioni
kantiane e preferisce tornare alla metafisica classica, alla coincidenza tra il
reale e il pensiero, ma, facendo ciò, tiene in qualche misura conto degli
sviluppi kantiani, soprattutto nel momento in cui si rifiuta di fondare (come
invece faceva la tradizione metafisica a lui precedente) l’identità essere/pensiero
sulla priorità dell’essere (per cui sarebbe il pensiero ad adeguarsi, come dice
Tommaso: veritas est adaequatio rei et intellectus); caduta tale priorità
dell’essere sul pensiero, non per questo viene posta una priorità del pensiero
sull’essere (come invece è in Fichte): al contrario, Hegel resta oggettivista,
riconoscendo un’identità perfetta e aprioritaria tra i due aspetti, cosicchè la
realtà è il pensiero stesso con le sue articolazioni, senza priorità alcuna: "ciò
che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale". Ciò non implica però
(come spesso si è erroneamente creduto) che tutto quel che accade sia razionale
e, perciò, necessario: ad esempio, il fatto che io abbia i capelli biondi e che
sia alto un metro e mezzo è meramente accidentale, e dunque esulante dalla
razionalità, poiché nulla cambia nella struttura della realtà se io ho i capelli
biondi anziché neri. Quel che conta è invece il razionale, la struttura della
realtà coincidente con la dialettica del pensiero stesso. L’idealismo hegeliano
(come sarà anche quello di Croce) non nega la realtà esterna, ma dice che
l’unica realtà che conta è quella riconducibile alla razionalità, mentre il
resto è pura accidentalità. Se l’idealismo di Berkeley, invece, metteva in forse
l’esistenza del muro che ho di fronte, Hegel si limita a dire non che il muro
non esiste, ma che non è razionale, non rientra cioè nelle strutture
fondamentali della realtà. Con Hegel dunque trionfa incontrastata la ragione
sull’intelletto, che pure non è completamente svalutato (come invece era in
Schelling): esso sa infatti mettere insieme i pezzi dell’infinito puzzle, ma non
potrà mai riuscire a completarlo, giacchè gli manca l’immagine del puzzle
completo a cui far riferimento; immagine di cui invece dispone (e da cui anzi
parte) la ragione.
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